– Papo, mi porti a pescare nel pomeriggio? – mi chiese mio figlio, con quel suo modo sornione e ruffiano che sfodera ogniqualvolta vuole persuadere gli altri ad assecondare i suoi desideri.
– Per oggi avrei un altro programma – risposi, cercando di essere convincente.
In verità, non avevo alcuna voglia di muovermi. Dopo un'intera settimana di lavoro avrei voluto riposarmi, restare nella tranquillità della mia casa. Una tuta, un paio di pantofole e la poltrona di vimini mi sarebbero bastate. Il caldo sole di maggio aveva smosso in me una inconsueta pigrizia. Nel silenzio della mia terrazza, contornata dai variopinti cespugli del giardino, avrei potuto dedicarmi alla lettura di un libro, come da tempo desideravo fare.
– Ma, papo, è tanto che me l'hai promesso! – insistette Alessandro, ostinato.
Mi chiama sempre "papo" quell'impudente, quando vuole farmi capitolare, perchè sa che non resisto a questo richiamo.
"Papo" è stato il suo primo modo di rivolgersi a me, era un appellativo mio personale, ne ero fiero. Questo mi ha sempre ricordato le sue prime parole, le sue manine tese verso di me e i dolci e innumerevoli momenti trascorsi insieme nei suoi primi anni, quando potevo tenerlo sulle mie ginocchia, quando potevo coccolarlo, godere dei suoi sorrisi, delle sue conquiste. Ed infatti non seppi resistere e capitolai.
Con tutta l'attrezzatura, recuperata dalla cantina, ove era stata riposta nei precedenti mesi autunnali, partimmo nel primo pomeriggio verso la nostra consueta postazione sulla solita sponda del fiume che scorre poco lontano dalla nostra abitazione.
Preparammo le canne, controllammo i fili, i mulinelli ed infilammo le apposite esche. Poi un lungo lancio nell’acqua. Ci sedemmo quindi sulla riva, come sempre muniti della necessaria pazienza ed ancor più affidandoci alla buona sorte.
Il primo pesce non si fece attendere molto. Alessandro lo sentì agganciarsi all'amo e, con abilità, lo trascinò sulla riva, come gli avevo insegnato durante le nostre precedenti sortite. Questo ci rese euforici e predispose il nostro animo per una fiduciosa e paziente attesa.
Da quasi un'ora ce ne stavamo con le canne in acqua e aspettavamo che un’altra carpa abboccasse, ma le nostre speranze restavano deluse.
-Probabilmente questo pesce è l'unico che si trovava a passare per caso o che aveva fame in questo momento – ci dicemmo, scherzandoci sopra.
Il sole scaldava piacevolmente il mio corpo. Sentivo le braccia e le spalle denudate scottare sotto i raggi ormai cocenti. Ero felice di trovarmi abbarbicato a quella riva. L'invito di mio figlio aveva cacciato la mia indolenza, ed ora mi era gradevole sentirmi in sua compagnia.
Un fastidioso capogiro, un senso di vertigine mi presero all'improvviso.
– Si sarà bloccata la digestione – feci appena in tempo a pensare.
L'acqua sottostante cominciò a ondeggiare, poi ad alternarsi al cielo sovrastante. La vista si annebbiò, la testa divenne un enorme macigno. Nausea, stordimento, oscurità completa. Percepii un tonfo e mi sentii sprofondare nelle fredde acque del fiume. Ero consapevole di quanto mi stava accadendo e, nello stesso tempo, impotente. Non riuscivo a muovermi, ad invocare aiuto. La fievole corrente mi trasportava lentamente verso il largo. Mi sentii riemergere e intuii che il mio corpo inerte galleggiava immobile.
Udii mio figlio gridare disperato, chiamare soccorsi, ma nessuno intese le sue invocazioni. Ritenni di essere perduto. Mi sentii trasportare verso la morte senza poter intervenire, senza riuscire a far nulla, a reagire in alcun modo. Me ne andavo senza un saluto, senza un commiato ed un abbraccio per mio figlio che avevo vicino, per mia moglie rimasta a casa, per gli amici e tutti gli altri. Alessandro capì che tutto dipendeva ormai soltanto da lui. Doveva intervenire prontamente, fare qualcosa per salvarmi. Nel corso, fatto durante l'estate, aveva imparato i primi rudimenti del nuoto; questo era il momento opportuno per poterli mettere in atto. Si gettò istintivamente nel fiume senza aver cognizione di come affrontare la difficile situazione. Riuscì a raggiungermi e a tenere la mia testa fuori dall'acqua. Mi prese per i capelli e faticosamente mi trascinò verso la riva. Ma la scarpata era ripida e impossibile da risalire per un bambino, tanto meno dovendo sollevare anche il mio corpo inerte. Per un po' di tempo potè mantenersi a galla, riuscendo a fatica a tenere anche la mia testa in superficie.
Alessandro mi parlava e la sua voce era piena d’angoscia. Cercava di rianimarmi, di riportarmi alla vita, a quella vita che sentivo ormai allontanarsi inesorabilmente. Voleva ridarmi energia, il coraggio, la speranza. La mia mente, ormai, si stava annebbiando completamente, non percepivo più nulla; i miei occhi vedevano soltanto un lungo tunnel, un lungo e buio cunicolo; sulla sua parte terminale, una grande luce abbagliante mi veniva incontro. Poi, in lontananza, una dolce musica suadente ed un flebile richiamo. Mentre le sue forze stavano per cedere, mio figlio Alessandro sentì arrivare lungo il viottolo sterrato che costeggia il fiume una motocicletta con due ragazzi. Urlando e gesticolando, attirò la loro attenzione e riuscì a farli fermare. Prontamente i due giovanotti si calarono in acqua e, con le loro braccia muscolose, mi agganciarono con forza, mi sollevarono e mi trascinarono sulla riva. Cercarono di rianimarmi, scuotendomi e chiamandoni a gran voce:
– Franco, Franco, coraggio, ora è in salvo – continuavano a ripetermi con insistenza, sperando di essere arrivati in tempo.
Piano piano cominciai a percepire le loro voci, i loro appassionati richiami. Quando aprii gli occhi, vidi sopra di me i loro volti, i loro occhi inquieti ed apprensivi; accanto a loro, il viso felice di mio figlio. Tutti sorridevano soddisfatti.
– Papo – mi disse Alessandro, – che paura mi hai fatto prendere!
Il drammatico episodio cambiò totalmente il mio modo di concepire l'esistenza. Subentrò in me un concetto diverso dei valori; apprezzai l'essenza della vita, pur comprendendone la sua fatuità, la sua incertezza. Quella luce abbagliante e quella musica, così invitante e suadente, resteranno per sempre nella mia mente come un monito un eloquente avvertimento, una emblematica esortazione.
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Paolo Zambonin. “Papo”. Ventaglio Novanta, n. 65, 2024. https://ventaglionovanta.it/archivio/papo/