Per fugare ogni equivoco con i lettori, dirò subito che la polenta citata nel titolo non allude alla crema di mais, tanto cara ai polesani, ma al vessillo dell’impero austroungarico: un drappo giallo con al centro il blasone degli Asburgo, che nel gergo dei patrioti risorgimentali era per questo detto “polenta”.
La bella Gigogin
La frase “per non mangiar polenta” fa parte del più popolare canto del Risorgimento: la Bella Gigogin (in piemontese Teresina). Nome in codice mazziniano attribuito all’Italia che, stanca, anzi “malada”, per colpa della “polenta” austriaca, aveva deciso d’impugnare le armi contro l’oppressore: “mi chiama la bandiera, oh che gioia, oh che contento io vado a guerreggiar”.
E con il ritornello “daghela avanti un passo”, si vagheggiava l’esortazione al re del Piemonte a varcare il Ticino (nel 1859), quindi il Po (nel 1866), per venire in aiuto ai patrioti del Lombardo-Veneto, ormai decisi a liberarsi dalla dominazione austriaca.
Una canzoncina al ritmo di polka, che poteva essere cantata o suonata in pubblico senza incorrere nell’arresto in “fortezza” (fino a sei mesi), come succedeva per i canti “rivoluzionari” primo fra tutti il coro del Va Pensiero. Infatti, la polizia austriaca non riusciva a comprendere il senso del brioso motivetto, né a dimostrare l’esistenza di contenuti sovversivi nel testo (in dialetto lombardo), apparentemente sconclusionato e con richiami all’erotismo (“là più in basso in quel boschetto…”); tant’è che le stesse truppe di occupazione, trovandolo allegro e piacevole, lo cantavano e ballavano senza farsi problema di sorta.
Ma gli italiani di allora ne avevano compreso fin dalla prima esecuzione il significato allegorico, tant’è che al debutto, avvenuto al teatro Carcano di Milano il 31 dicembre 1858, il pubblico entusiasta ne chiese la replica per ben otto volte.
Da allora la Bella Gigogin si diffuse con una rapidità incredibile, suonata e cantata da ogni banda di paese, sia per irridere gli austriaci (o meglio, “gli infami tedeschi”), che per infondere coraggio e speranza nei patrioti. “Bisogna aver pazienza” diceva ancora la canzoncina, poiché si deve prima fare un matrimonio, l’alleanza militare fra il Piemonte e la Francia (poi con la Prussia), la sola in grado di sconfiggere l’Austria e portare al riscatto italiano. Insomma, non si può parlare del nostro Risorgimento senza ricordare il suo inno più famoso (fig. 1).
Patrioti nel Polesine ancora controllato dall’Austria
Dopo questa premessa, veniamo ai fatti di casa nostra. La vittoriosa campagna militare del 1859, ovvero la Seconda Guerra di Indipendenza, seguita dall’impresa dei Mille e dall’annessione al Regno di Sardegna di Emilia Romagna, Toscana, Marche e Umbria, non aveva purtroppo conseguito la liberazione del Veneto a causa del ritiro anticipato di Napoleone III dall’alleanza franco-piemontese (trattato di Villafranca, 11 luglio 1859).
Il Veneto restava perciò ancora occupato dall’Austria, ma il sentimento patriottico era ormai diffuso in tutti gli strati della popolazione, come dimostra la straordinaria partecipazione di cui avevano già dato prova i veneti nei moti del 1848-49, sfociati nella Prima Guerra di Indipendenza e la gelida accoglienza riservata alla coppia imperiale (Francesco Giuseppe con la giovane moglie Elisabetta di Baviera, detta Sissi), in visita alle province venete e lombarde nel 1856-57.
Anche nel Polesine di Rovigo l’entusiasmo patriottico è alle stelle e la polizia austriaca, nonostante la sua capillare diffusione e il massiccio schieramento di truppe sul confine del Po, non sembra più in grado di contenere o reprimere le azioni di sudditi che non perdono occasione per manifestare la loro italianità.
I patrioti polesani agiscono ovviamente di nascosto e, grazie al grande sostegno popolare, le loro imprese rimangono quasi sempre anonime, come a LENDINARA, quando nella notte del 14 febbraio 1861 un’ignota mano affigge alla porta di casa del capitano austriaco Joseph Schröder un volantino con la scritta: Gaeta resa W Cialdini (fig. 2). Sottinteso: i prossimi ad essere cacciati dal generale Cialdini sarete voi! Infruttuose le indagini.
Ma più che dall’arrivo di Cialdini, gli austriaci sono preoccupati da un’eventuale presenza di Garibaldi nel ferrarese, per la sua nota capacità di coinvolgere nella lotta anche il proletariato rurale, com’era successo in Sicilia con l’impresa dei Mille.
Negli austriaci lo smacco subito nelle 5 giornate di Milano brucia ancora, e un’eventuale sollevazione di popolo capeggiata da Garibaldi, li tiene in apprensione. Pertanto guardano con attenzione a quanto avviene oltre il Po, il particolare a Ferrara dove hanno un informatore, o se preferiamo una spia, un certo Leone Cappello, funzionario presso la locale questura, che riferisce al delegato provinciale di Rovigo De Reya Von Castelletto (un nobile austriacante di origini triestine) di stare tranquilli, poiché finora Garibaldi nel ferrarese non s’è visto. Sicuramente il Generale starà pensando ad altro (infatti, stava raccogliendo volontari per la conquista di Roma, ma sarà fermato e ferito sull’Aspromonte dal Regio Esercito il 29 agosto 1862).
Tuttavia la gente polesana continua ad invocarlo, come accade a FICAROLO, dove un villico, tale Agostino Bassi, preso dall’entusiasmo nel vedere la dirimpettaia Stellata “in luminarie”, cioè in festa per la proclamazione del Regno d’Italia (17 marzo 1861), non riesce a trattenersi dal gridare in piazza: Viva Garibaldi! (fig. 3). Immediato il suo arresto. Se la caverà sostenendo che lui amava tutti: Vittorio Emanuele, Garibaldi e più di ogni altro Francesco Giuseppe (!!!).
Per i gendarmi austriaci difficile il controllo del territorio
Il problema più grande per gli austriaci è però il confine sul Po, negli ultimi tempi divenuto un colabrodo di espatri clandestini che sottraggono giovani di leva all’esercito austriaco per andare a rinforzare le file dei volontari sia del Regio Esercito che delle formazioni garibaldine.
I punti più critici sembrano essere i distretti di Polesella e di Occhiobello.
A POLESELLA i sospetti cadono su un sergente della gendarmeria di origini italiane, che sarebbe in combutta coi patrioti, forse intascando qualche mancia in denaro, così che, quando la barca del battellante Paltan attraversa il fiume tra Polesella e Ro col suo carico di emigranti illegali (anche 15 per notte), la pattuglia austriaca guidata dal sergente italiano si trova sempre da un’altra parte. Verrà sostituito da un caporale, anche questo, a quanto pare, poco ligio nell’espletare il suo incarico, dato che al momento dell’ispezione da parte del commissario distrettuale Locatelli, viene sorpreso non a vigilare l’argine, bensì una casa prossima alla “chiavica ferrarese” (chiavica del Poazzo), dove si teneva una festa da ballo “villereccia” con musica e tante ragazze.
Festa a parte, sembra però che vizio di entrambi i graduati fosse quello di trattenersi fino a tarda ora presso il caffè del centro, a tirare di briscola e di buon vino. C’è motivo di ritenere che il comportamento dei due graduati fosse concordato o perlomeno suggerito dall’arciprete di Polesella, don Costante Businaro, coraggioso sacerdote e ardente patriota, già cappellano militare nella Legione del Brenta e Bacchiglione durante la guerra del 1848-49 che, anche dopo il suo incarico nella parrocchia rivierasca, non cesserà di dedicarsi alla causa italiana, in primis col favorire l’emigrazione illegale dei giovani veneti verso il Ferrarese.
Per gli Austriaci non vanno meglio le cose nel distretto di OCCHIOBELLO, in particolare a STIENTA, dove sembra attiva un’organizzazione clandestina per favorire gli espatri politici e introdurre dalle Romagne stampa sovversiva (tramite i mugnai del Po della famiglia Bacchiega). Tra i principali referenti, il farmacista Eugenio Turri (fratello di Alfonso, il patriota più ricercato del Polesine, e di Rinaldo, medico condotto di Occhiobello, pure lui patriota, già capitano nel battaglione universitario nel 1848-49). Inoltre Luigi Valli (zio del futuro deputato e senatore del regno Eugenio Valli), agente in loco per conto di Silvestro Camerini; ed ancora un non precisato cappellano di origini modenesi, ma incardinato nella diocesi di Adria (all’epoca carente di sacerdoti), in servizio presso la parrocchia di Stienta.
Risultato? Nel primo semestre 1861 il distretto di Occhiobello risulta essere quello col maggior numero di cittadini “illegalmente assenti” della provincia di Rovigo: ben 108, contro 90 del distretto di Rovigo (sebbene molto più numeroso di abitanti) e 71 del distretto di Badia.
Fra gli assenti illegali di Occhiobello è doveroso ricordare i quattro fratelli Lugli: Pietro veterinario, Carlo medico, Gaetano e Luigi farmacisti, tutti entrati nelle truppe regolari italiane col grado di ufficiali.
Ma, a questi numeri già importanti, bisogna aggiungere le migliaia di giovani renitenti alla leva austriaca (i coscritti) e i volontari, che ogni notte a piccoli gruppi arrivano dalle restanti province venete e persino dal Tirolo e dal Voralberg per attraversare il confine del Po.
Tutti i distretti rivieraschi, (con l’eccezione di Massa, dove gli austriaci controllavano entrambe le rive del Po), da Occhiobello ad Ariano sono interessati da questo fenomeno; ovvia quindi l’esistenza di più comitati locali per assistere i giovani patrioti, nasconderli, rifocillarli e favorirne l’espatrio.
La polizia indaga e scopre che anche Eugenio Turri è un recidivo come i suoi fratelli, in quanto fin dal 1848 aveva fatto parte della cosiddetta “legione crociata” che, sull’onda dell’entusiasmo suscitato dal “gran papa” Pio IX, si era costituita in armi contro l’esercito austriaco. Ergo, secondo la polizia, il farmacista di Stienta è “uno dei più attivi agenti di propaganda rivoluzionaria, infetto da sentimenti sovversivi, mezzano della corrispondenza fra la Romagna e le venete provincie” (le legazioni pontificie di Bologna, Ravenna, Forlì e Ferrara si erano ribellate al potere pontificio tra il 12 e il 19 giugno 1859 e avevano chiesto l’annessione al regno di Sardegna, avvenuta formalmente col plebiscito dell’anno successivo).
Sentendosi ormai braccato, Eugenio Turri preferirà scappare oltre il Po a Pontelagoscuro, dove presiederà la commissione per l’arruolamento degli esuli nei volontari garibaldini. Altrettanto farà il fratello Rinaldo, che a Ferrara diventerà primario medico dell’ospedale S. Anna, ma anche candidato del partito liberale al parlamento italiano. Saranno raggiunti poco dopo da Alfonso (fig. 4) che, ricercato per aver cospirato contro la vita dell’imperatore in visita a Venezia, si era temporaneamente dileguato nelle campagne di Adria (città della quale diventerà sindaco nel 1871).
Sacerdoti antiaustriaci
Anche il clero, in precedenza così ossequiente alla cattolica Austria, appare lacerato da divisioni sulle questioni politiche. Infatti, oltre all’arciprete di Polesella e al cappellano di Stienta, fra i sorvegliati dalla polizia austriaca c’è pure il cappellano don Cristoforo Malavasi di Ceneselli, “esaltatissimo per opinioni politiche liberali” il quale non perde occasione per “lodare spassionatamente i progressi delle armi piemontesi sui suoli napoletano e pontificio”. L’arciprete di Ceneselli lo giustifica come può, ma quando l’imprudente cappellano si permette di criticare persino il santo padre Pio IX per la nuova scomunica comminata a re Vittorio Emanuele (il sovrano ne collezionerà ben tre), dicendo che quell’atto non poteva avere alcun effetto, né spirituale, né politico, come poi in effetti avverrà (il re morirà nel 1878 coi conforti religiosi da vero cattolico), la polizia chiede l’intervento del vescovo, il fidato mons. Camillo Benzon.
Don Malavasi, ai tempi del feldmaresciallo Radetzky (defunto nel 1858), avrebbe fatto la fine dei colleghi don Enrico Tazzoli, don Bartolomeo Grazioli e don Giovanni Grioli, impiccati a Belfiore di Mantova nel 1852-53, ma la fase distensiva voluta dal nuovo viceré Massimiliano d’Asburgo garantisce al clero una certa impunità e il cappellano sovversivo di Ceneselli se la caverà solo col trasferimento ad altra diocesi.
La festa boicottata
Questo era il clima politico che si respirava lungo il Po in quegli anni cruciali del Risorgimento, quando la gente dei nostri paesi cantava nelle piazze e per le strade la Bella Gigogin, sognando un’Italia libera e unita.
Non stupisce, pertanto, che quando gli ufficiali austriaci di stanza ad Occhiobello organizzano una festa da ballo in occasione del capodanno 1861, invitandovi le ragazze del paese, la festa si trasformi nell’ennesima occasione per dimostrare il disprezzo degli italiani verso lo straniero invasore.
L’evento era stato preceduto dall’affissione di alcuni volantini inneggianti a re Vittorio Emanuele (fig. 5) sui muri delle case nel centro del paese, e tanto era bastato alla gente per capire che a quella festa nessuna ragazza italiana doveva andare. Solo le due figlie di un certo Luigi Bianchini (probabilmente un commerciante di stoffe di Occhiobello), che a parole si diceva sostenitore della causa nazionale, si presentano al ballo, ma saranno tosto adeguatamente “ringraziate” dai patrioti con una lettera anonima indirizzata al loro padre.
Se ne riporta il testo:
“Al sig. Bianchini Luigi negoziante in Occhiobello Pontelagoscuro, 10-1-1861 Caro Bianchini, abbiamo saputo della festa da ballo dei sigg. Ufficiali tedeschi, nessuna don[n]a in Occhiobello non sono andate a questa festa altro che le due figlie del Sig. Bianchini il quale si mostravano di essere Italiano che tutti gli affidavano e tutti esponeva il suo sentimento e si afidavano delle sue parole le quali erano parole traditrici che colla sua politicha cerca di mal mettere il paese. In quanto poi io vi dico che siete un vero spione una figura porcha che dovresti stare adietro a tua molie quella vergognosa quella donna adultera come pure le tue filie che si vanno a farsi c[i]avare in casa del Sig. Parroco i quali voi tutti asieme li fate da ruffiani, vili che siete, non degni di portare quel nome d’Italiani, al riscatto che faremo del nostro povero Veneto diver[r]emo come leoni mug[g]enti ed afeladiati (trafelati, ansimanti) dalla volia di suchiarvi il sangue che avete nelle vene, o infami stranieri, vili miseri che siete quando che sentite che viene Garibaldi andate pure che non vi sentiamo a menzognare. NN”
La provenienza della lettera da Pontelagoscuro, il riferimento a Garibaldi e la frecciata anticlericale, non lasciano dubbi su chi può averla scritta. Infatti, proprio a Pontelagoscuro era attivo un Comitato in esilio di patrioti garibaldini (tra i quali anche Alberto Mario), la cui perfetta conoscenza del fatto di Occhiobello dimostra come le notizie arrivassero di là dal Po quasi in tempo reale, nonostante il confine presidiato e l’assenza di comunicazioni dirette. Lasciando da parte gli insulti alle tre donne, forse ingiusti (ma meritati), la frase che colpisce di più è “vili che siete, non degni di portare quel nome d’Italiani”.
Essere degni di chiamarsi ITALIANI, la grande lezione che ci viene dal Risorgimento.
Utilizzo dei contenuti
Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.
La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.
Come citare questo articolo
Michelangelo Caberletti. ““Per non mangiar polenta””. Ventaglio Novanta, n. 59, 2019. https://ventaglionovanta.it/archivio/per-non-mangiar-polenta/