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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Piazza Vittorio Emanuele

Un itinerario circoscritto, alla scoperta di beni culturali ed ambientali del cuore di Rovigo

di Lino Segantin

Ventaglio Novanta n. 16 1998 pp. 16–25

"Son qua, sconto in tel zesto de Vitorio Emanuele, a cucioèta, che nissun me veda e … spiòno, sì, spiòno sul listòn soto i porteghi bassi, dedrìo de le vetrine infiochetà, su le cìcare de cafè bojente, sui làvari de la boca sparlaciona … ".

Sono le parole con le quali il fantasioso Torototela, ovvero Giuliano Scaranello apre il suo libro ''Taconi e Castroni". Un volume con una serie di vivaci poesie e trovate sulla "Rovigheto" di un tempo non lontano, e sui vizi e le virtù di alcuni personaggi tipici, tuttora riconoscibili. È una posizione privilegiata quella che sceglie il nostro Torotolela, al centro della Piazza Grande di Rovigo, ove si erge dal secolo scorso la statua di Vittorio Emanuele II.

Il re, con fare bonaccione, forse pago dell'Italia finalmente unita o in paziente attesa di eventi inediti, osserva la piazza appoggiato ad un cestone di vimini. Da parte nostra, non potendo prendere il posto dell'arguto Torototela, non resta che portarci ai piedi della statua, da dove partire per un itinerario circoscritto che ci porti a conoscere i principali beni culturali ed ambientali presenti in quello che possiamo definire come il cuore di Rovigo.

Va detto subito che la grande piazza, il cui impianto risale al tardo Medioevo, venne dedicata a Vittorio Emanuele II dopo la sua morte (9 gennaio 1878), allorché fu deciso di commissionare a Giulio Monteverde, giovane ma già affermato scultore piemontese, il monumento al re, realizzato in breve tempo, ed inaugurato il 25 settembre 1881.

Il sovrano, rappresentato con divisa militare e sciabola, è appoggiato ad un "gabbione militare" e sta predisponendo un piano di battaglia. Questo perlomeno è quanto si intendeva raffigurare, anche se l'espressione del re d'Italia, che ebbe la sorte di vivere negli eroici tempi del Risorgimento, risulta nel monumento alquanto bonaria e conciliante.

Nella piazza, un altro evidente riferimento a Vittorio Emanuele è facilmente individuabile nella facciata della torre civica, verso cui il sovrano sembra guardare dal suo piedistallo: in una grande candida lapide viene ricordata la visita del re a Rovigo (30 luglio 1866) di poco successiva all'ingresso dell'esercito italiano, trionfalmente accolto il 10 luglio.

La civica torre, emblema del potere comunale, fu in realtà innalzata nel 1488, pochi anni dopo il passaggio di Rovigo dalla dominazione estense a quella veneziana. Con questa costruzione la Serenissima intendeva, almeno in apparenza, accreditarsi come più rispettosa dell'autonomia locale. La torre, inizialmente più elevata di quanto non appaia oggi, e coperta sulla sommità da una cupoletta, fu dotata della campana che prima era collocata alla sommità del mastio del castello. Nel corso dei secoli dovette subire vari interventi di restauro e rifacimento, il più radicale dei quali risale al sec. XVIII, in seguito all'abbattimento della vecchia costruzione ormai pericolante.

La storia della torre civica si lega strettamente a quella più antica del palazzo comunale denominato Loggia dei Notari, in quanto per secoli sede dell'antica corporazione dei notai. Si ritiene che le nove aperture ad arco, caratterizzanti la loggia, risalgano al 1550 e siano state realizzate in concomitanza con il restauro del grande salone che da esse riceve la luce. Nel 1792 il loggiato venne chiuso con finestre a vetri e l'apertura centrale, fu adattata a nicchia per accogliere la Madonna con Bambino, scolpita giusto due secoli prima dal veronese Giulio Mauro. Sotto la statua della Vergine, nel pilastro centrale tra i due archi del portico, nel 1865 fu murato un bassorilievo a Dante Alighieri, opera del veronese Grazioso Spiazzi, per celebrare il sesto centenario della nascita del sommo poeta. Nel 1899 infine la facciata della loggia venne restaurata, munendo le finestre di un parapetto in muro pieno e collocando lo stemma comunale sopra la nicchia della Madonna.

Sotto il porticato, in un gioco di archi e travature dal tipico sapore medioevale, si trova lo scalone nobiliare di accesso al comune, risalente al XVI secolo. Varie lapidi celebrative, un tempo murate sotto i portici, sono state trasferite altrove, lasciando in loco soltanto quelle in memoria di Nazario Sauro e delle Vittime dei lager nazisti.

Il salone superiore, riportato alle dimensioni originarie nel 1850 in seguito ad un idoneo intervento di restauro, accoglie alcune opere d'arte. Tra queste il Cristo Morto, un affresco di epoca rinascimentale attribuito ad Antonio Aleotti, una secentesca opera di intaglio simbolo della città con i protettori San Bellino e San Francesco, realizzata dal rodigino Giovanni Caracchio, una grandiosa Pietà del vicentino Francesco Maffei, e una tela con Due Provveditori in adorazione della Vergine del padovano Pietro Liberi.

Dal palazzo municipale, procedendo in senso orario, sul lato della piazza illuminato frontalmente dal sole del primo pomeriggio, troviamo il Palazzo dell' Accademia dei Concordi. Il sodalizio culturale, avviato nel 1580 da Gaspare Campo, si caratterizzò ben presto per una costante crescita della propria attività, impegnandosi progressivamente, specie a partire dal Secolo dei Lumi, ad offrire un sempre più qualificato servizio pubblico. In questa ottica la scelta di acquisire una nuova sede, in una posizione centrale, che fosse più rappresentativa e congeniale alle ampliate funzioni. Nell'ultimo decennio del '700, dopo l'acquisto di due casette cadenti che sorgevano sulla centralissima piazza, fu pertanto affidato all'architetto Sante Baseggio l'incarico di elaborare il progetto della nuova sede, che divenne esecutivo nei primi anni del secolo successivo.

I lavori di costruzione del palazzo di ispirazione neoclassica furono ultimati nel 1814. La Biblioteca dell'Accademia venne aperta al pubblico nel 1840 in seguito ad una convenzione col Comune conosciuta come "Contratto Gnocchi" dal nome del bibliotecario che, con tanta dedizione, seguì la pratica. La Pinacoteca, orgoglio e vanto del Polesine, potenziata già nel Settecento in seguito ad un esplicito incarico conferito al segretario Ludovico Campo, ed arricchita dalle donazioni del conte Giovanni Francesco Casalini, del conte Girolamo Silvestri e del fratello cardinale Pietro, dopo sistemazioni provvisorie, ha infine trovato sede nell'adiacente Palazzo Bosi. Si tratta di una raccolta di quadri veramente rilevante, impreziosita da raffinate tele del tardo-gotico veneziano e da capolavori di varie epoche, uno tra tutti la celeberrima Madonna con Bambino di Giovanni Bellini, la cui soavità ha conquistato gli estimatori di tutti i continenti. Al punto tale che, nelle Isole Cook della Nuova Zelanda, agli antipodi della nostra penisola, si è giunti a riprodurre la sacra raffigurazione in un francobollo, divenuto ben presto ghiotto riferimento dei collezionisti.

Dopo la visita alla ricca pinacoteca, il cui percorso si conclude in una sala tutta particolare, dedicata ad antichi reperti egizi, con gli occhi ed il cuore colmi di quella gioia spirituale che solo la visione di certi beni artistici sa infondere, torniamo sulla piazza per una pausa ed un caffè. Capannelli di giovani ed adulti, distribuiti in modo uniforme sul "liston" animano l'ambiente, rivitalizzando il grande salotto all'aperto. Da parte nostra ci avviamo sotto i portici (procedendo come d'accordo nel senso delle lancette dell'orologio) dividendoci in due gruppetti che fanno tappa in due animati caffè.

L'appuntamento successivo è sotto la Colonna di San Marco. Tipico di molte piazze del Veneto, il monumento con leone alato, simbolo della Serenissima, fu costruito a Rovigo, dopo un'apposita delibera datata 20 luglio 1519, quando ormai il possesso del Polesine da parte della Repubblica Veneta si era ben consolidato. E ciò a seguito della famosa Guerra del Sale (1482-84) che aveva ridimensionato il ruolo degli Estensi nel Polesine, lasciando loro soltanto il possesso della Transpadana a sud del Canalbianco, e dopo l'allontanarsi delle minacce della Lega di Cambrai (1508-09) arginate mirabilmente da Venezia più con la forza della diplomazia che con quella delle armi.

La colonna (con il leone a quello che si dice ricoperto d'oro e quindi quanto mai ammirato) un tempo sorgeva nella parte centrale della piazza, ma nel 1797 ebbe a subire l'oltraggio delle truppe francesi che, posta fine alla secolare storia della Serenissima, vollero cancellarne anche i simboli. Distrutto il leone, fu innalzato l'albero della libertà che però ebbe vita breve, fino all'arrivo degli Austriaci a cui il Veneto fu ceduto.

Il simbolo di Venezia fu ricostruito nel 1881, contemporaneamente alla statua a Vittorio Emanuele, la cui erezione diede l'avvio a definitivi lavori di sistemazione ed abbellimento della piazza, procedendo anche alla posa di una nuova pavimentazione. Il leone di San Marco, opera dello scultore padovano Natale Sanavio, ora troneggia sopra l'antica colonna, fronteggiando la civica torre, a ricordo dell'Epoca dei Dogi, che a lungo caratterizzò la storia del Polesine.

Nessun ricordo resta invece del palazzo marchionale dimora e simbolo del potere estense che, rispetto all'attuale collocazione della colonna, sorgeva nell'angolo orientale, ove trovasi oggi un edificio senza alcun pregio architettonico. Il palazzo si apriva con la facciata posteriore sull'attuale piazza Garibaldi, ove sorgeva la chiesetta di S. Giustina, che allora fungeva da cappella nobiliare. Di tutto ciò non esiste più nulla: il palazzo sembra sia stato incendiato nel 1522 dai Veneziani, desiderosi di cancellare, anche fisicamente, il ricordo della Signoria estense; il tempietto fu invece demolito nel 1808 per far posto alla nuova piazza dedicata nel 1896 all'eroe dei due mondi.

Se non si riscontrano testimonianze dirette della Casa d'Este, sono invece eloquenti quelle lasciate nella piazza dal dominio asburgico, che fece erigere il Palazzo della Gran Guardia, nell’angolo meridionale, verso il quale ci dirigiamo.

L’edificio, progettato dall’architetto veneziano Giovanni Battista Meduna e portato a termine nel 1854, fu voluto dagli Austriaci per dare maggiore visibilità al loro apparato poliziesco. Fu infatti inserito in un ampio programma di interventi, sviluppati in varie città del Lombardo-Veneto dopo le insurrezioni del ’48.

Dell’ottocentesco palazzo della Gran Guardia si conserva oggi soltanto la parte che dà sulla piazza: si tratta di un pretenzioso porticato convesso, a sei arcate innalzate sopra un basamento ad uso del corpo di vigilanza, il cui accesso è garantito da una scalinata che segue la forma a semicerchio dell’edificio. Gli archi sono divisi da colonne pilastrate che si ergono oltre la sommità dell’edificio, sormontate da trofei militari.

Sotto il porticato, ai lati di una lapide dedicata ai caduti di tutte le guerre, sono stati collocati i monumenti al Conte Angeli e Domenico Piva, nonché due lapidi con i nomi dei Carbonari e dei Garibaldini polesani. All’esterno, sulla destra, è murato il monumento a Cesare Battisti, opera del rodigino Virgilio Milani, da cui trae origine il nome della via che dalla piazza porta al Corso del Popolo.

Tra la piazza ed il Corso, un tempo Adigetto, sorgono alcuni palazzi, tre dei quali si affacciano su Piazza Vittorio Emanuele. Dopo Casa Giunta-Crescini di origine settecentesca e Palazzo Casilini risalente ai primi anni del '500, sorge il maestoso Palazzo Roverella, che, per la sua imponenza, risulta certamente l'edificio più caratterizzante della piazza, detentore per vari secoli del primato di rappresentare il più grande palazzo della città. Di indubbio effetto è il gioco cromatico e volumetrico che nasce dal contrasto tra le bianche ed esili colonne del luminoso porticato alla base della costruzione e i rossi mattoni a vista che caratterizzano la facciata superiore, sulla quale si aprono tre diversi ed originali ordini di finestre.

Il palazzo fu voluto dal cardinale Bartolomeo Roverella, che lo fece costruire nella seconda metà del '400 con l'obiettivo di significare eloquentemente il grado di potere raggiunto dalla ricca famiglia.

La costruzione del nobiliare edificio, attribuito all'architetto ferrarese Biagio Rossetti, subì una forzata pausa nel 1476 a causa della morte del cardinale Bartolomeo. Il palazzo fu poi completato senza il rispetto totale del progetto, e nel corso dei secoli cambiò più volte di proprietà, registrando interventi poco consoni alla sua primitiva destinazione. In stato di abbandono, subì un progressivo degrado, tanto da essere adibito a deposito di derrate alimentari. E il peso delle granaglie ivi stivate divenne così eccessivo che, nel 1832, si ebbe a registrare un rovinoso crollo. Per il disinteresse dei proprietari residenti a Milano, dovette intervenire il Comune provvedendo alla ricostruzione di metà della facciata.

Attualmente è in atto un ampio intervento di restauro, alla cui conclusione la comunità rodigina potrà disporre di importanti spazi per incentivare occasioni di interesse culturale. Tra l'altro è prevista la collocazione nelle sale superiori della Pinacoteca dell'Accademia dei Concordi, cosicché il palazzo dell'Accademia sarà riservato completamente alla Biblioteca e alle attività ad essa correlate.

Il cerchio del nostro itinerario sta per concludersi, tornando sull'iniziale lato della piazza dominato dalla torre civica, alla cui estremità sinistra sorge il massiccio palazzo Roncale, posizionato nell'angolo da cui si diparte via Angeli, sulla quale pure si affaccia la massiccia costruzione.

Il nobiliare edificio fu voluto, a metà del '500 da Giovanni Roncale, ricco mercante, il cui nonno, originario di Bergamo, nel secolo precedente aveva scelto di stabilirsi a Rovigo per ampliare le sue attività commerciali. Il palazzo rappresentò per la famiglia Roncale una specie di consacrazione del raggiungimento di un elevato stato sociale, e non a caso per la progettazione fu scelto il veronese Michele Sanmicheli, considerato uno dei massimi esponenti dell'architettura veneta del '500.

Sul massiccio basamento, rappresentato dal severo porticato in bugnato scuro, si innalza luminoso il piano nobile, le cui alte finestre a volta si presentano arricchite da decorativi mascheroni in chiave d'arco. Tra queste si alzano slanciate lesene che raggiungono una cornice la quale, delimitando in altezza il piano nobile, origina un elegante gioco geometrico col cornicione del sottotetto, dando spazio a piccole aperture rettangolari che illuminano il piano mansardato.

Nel corso dei secoli la rappresentativa dimora dei Roncale offrì ospitalità ad illustri personaggi che fecero sosta a Rovigo, tra cui Enrico III, in viaggio da Varsavia a Parigi per assumere nel 1574 la corona di Francia. Nell'800 l'edificio fu però abbandonato dai Roncale, subendo un rapido processo di depauperamento e venendo adibito perfino a magazzino di mobili. Successivamente si ebbero degli interventi di restauro scarsamente rispettosi delle caratteristiche rinascimentali, in base alle necessità della Banca Agricola che, nella prima parte del nostro secolo ne era divenuta proprietaria. Solo nel 1972 la Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, venuta in possesso dell’immobile, poté procedere ad un complesso intervento di ripristino, riportando allo stato originario l’ampio androne ed il salone del piano nobile, alle cui pareti sono esposti grandi arazzi secenteschi e pregevoli tele del ’700.

Piazza Vittorio Emanuele II, cuore di Rovigo e del Polesine, offre dunque una molteplicità di attrattive di tutto rispetto, importanti sotto l’aspetto artistico, architettonico e culturale, e significative sotto il profilo storico. Una piazza che si presenta come chiara testimonianza di varie epoche, che videro il succedersi di più potenze egemoni: dagli Estensi di Ferrara, alla longeva Repubblica Veneta; dai Francesi guidati dal passeggero astro napoleonico, ai più tetragoni Austriaci, fino all’avvento dell’Italia unita, al cui re la piazza è dedicata.

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Lino Segantin. “Piazza Vittorio Emanuele”. Ventaglio Novanta, n. 16, 1998. https://ventaglionovanta.it/archivio/piazza-vittorio-emanuele/

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