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STORIA - TRADIZIONI

Pietro Ricchi e il Polesine

Tre importanti opere dell’insigne pittore toscano vissuto nel XVII secolo presenti nel territorio tra Adige e Po

di Lino Segantin

Ventaglio Novanta n. 66 2025 pp. 52–55

“Qual è il quadro più bello della Rotonda?”, mi fu chiesto da un amico milanese che, con altri due accompagnavo in visita al tempio simbolo di Rovigo. “E il più significativo?” aggiunse un altro.

“Tra poco entriamo e vediamo”, risposi, in attesa della loro espressione di stupore appena varcata la soglia. Che in effetti ci fu, e fu davvero rilevante. Un impatto inatteso che lascia sempre esterrefatti coloro che si approcciano per la prima volta con il ricchissimo ciclo pittorico adornante tutte le pareti interne dell’ottagonale tempio dedicato alla Madonna del Soccorso.

Dopo le informazioni di rito, a partire dall’immagine della Vergine con la rosa posizionata al centro del sontuoso altare dorato, l’attenzione si è spostata sulle grandi tele (teleri) che adornano le pareti; opere di artisti di primo piano dell’epoca, realizzate in un quarantennio dal 1644 al 1683 per volontà dei rappresentanti dell’autorità della Serenissima a conclusione del loro incarico a Rovigo. Opere di grande impatto visivo, in cui spicca in posizione quasi sempre centrale il Podestà che resse le sorti del territorio per il periodo del mandato (solitamente 16 mesi): sono definite “Glorificazioni dei Podestà”, per l’importanza di primo piano che rappresentano le raffigurazioni dei reggitori veneziani.

Gli amici milanesi apprezzarono molto lo stupefacente ciclo pittorico, manifestando interesse anche per i particolari. Si impegnarono infatti nella ricerca di riferimenti a Rovigo e al Polesine: come la torre del Castello nella Glorificazione di Pietro Morosini, o il mulino sull’Adige nella Glorificazione di Benedetto Zorzi, o ancora le raffigurazioni simboliche dei fiumi Adige e Po rintracciate nella Glorificazione di Marco Michiel, e così via.

Molti gli apprezzamenti e i commenti dei visitatori milanesi in riferimento al tempio, con la promessa di ritornare con altri amici per rinnovare lo stupore nei confronti dello scrigno d’arte della Rotonda. “A proposito dei particolari identificati – osservò uno degli amici al momento del commiato – sicuramente non potrò dimenticare l’immagine dello scheletro munito di arco, pronto a scoccare la freccia a danno del Podestà dell’epoca”.

Pietro Ricchi e la Glorificazione di Bartolomeo Querini

È questa una tela davvero originale, opera eseguita nel 1657 dal lucchese Pietro Ricchi (1606-1675), in cui la raffigurazione dello scheletro pronto a scoccare la freccia (rappresentante la morte), è di difficile individuazione nel quadro per l’ambientazione cupa della scena.

Ricchi, infatti, nel periodo che visse a Venezia (a cui risale la tela della Rotonda) si accostò allo stile dei “tenebrosi” allora in auge, raffigurando soggetti in ambientazioni scarsamente illuminate. Ma forse c’è anche il motivo simbolico della subdola presenza della morte (rappresentata dallo scheletro con freccia) che non si svela fino all’ultimo, e perciò resta celata e poco visibile nel dipinto, anche perché il decesso del podestà fu improvviso.

Nella “Glorificazione di Bartolomeo Querini”, c’è dunque la presenza insidiosa della morte che sta facendo il suo lavoro: sta colpendo il rappresentante del governo veneto, il quale concluse anzitempo la sua vita a Rovigo. Il podestà, pertanto, non appare come nella maggior parte dei teleri al centro del quadro circonfuso da un’atmosfera sfavillante, ma si presenta particolarmente triste, col volto emaciato e lo sguardo perso. Dietro di lui, sulla destra del quadro, una presenza femminile in lutto, nerovestita con una coroncina di rose che le trattiene il velo nero. È la personificazione di Rovigo (città delle rose), affranta per la scomparsa del suo podestà.

In alto, sulla sinistra, la tradizionale presenza della Madonna con Bambino, quest’ultimo benedicente, forse a rendere meno gravoso il fine vita che sta per realizzarsi.

In basso, illuminata da una luce spiovente dall’alto, è rappresentata una popolana, una madre attorniata da tre figlioletti: la donna, con lo sguardo implorante rivolto verso il podestà (da cui si attenderebbe un aiuto) è la rappresentazione della Carità.

Un quadro molto studiato – caratterizzato sullo sfondo da un edificio architettonicamente elaborato, con la presenza di colonne che si innalzano da un basamento con cornice – che manifesta tutta la maestria del grande pittore lucchese.

A questo punto – in mancanza degli amici milanesi, che inconsapevolmente hanno offerto lo spunto per questo scritto – qualche lettore del Ventaglio potrebbe avanzare questa domanda: esistono altre opere dell’artista toscano in Polesine?

La risposta, incredibilmente, è affermativa. Due opere di grande valore si trovano – vera sorpresa – in una chiesa di paese: a Baricetta, frazione di Adria.

Pietro Ricchi e i teleri di Baricetta

È una storia davvero singolare quella che ci porta a Baricetta per ammirare due gigantesche tele (cinque metri per tre e quaranta) dell’illustre pittore barocco. Opere di cui fino a non molti anni fa era ignoto l’autore, “scoperte” dallo studioso Enrico Noè. Egli, infatti, nei primi anni 2000 riuscì ad acquisire la documentazione utile per attribuire a Pietro Ricchi la paternità delle tele di Baricetta.

Riconosciuto il valore delle opere, venivano avviati studi e un ottimo intervento di restauro curato dalla Soprintendenza che ottenne l’idoneo finanziamento. È stata così restituita la piena leggibilità ai due quadri di Baricetta rappresentanti Cristo salva le anime del limbo e Cena in Emmaus.

A conclusione dell’importante operazione di recupero, veniva dato alle stampe, curato da vari autori per Silvana Editoriale, 2010, il testo “Pietro Ricchi, pittore ardente, pronto e presto. Le tele di Baricetta e la pittura barocca a Rovigo”, dal quale traiamo le informazioni fondamentali. Ad iniziare dall’esecuzione delle grandi opere realizzate dal Ricchi per l’allora importante chiesa di Padova, denominata San Giovanni di Verdara (Verdara era il nome del rione nei pressi dell’attuale Piazza Mazzini). Accanto alla chiesa il monastero, che subì una chiusura forzata, imposta dalla Serenissima nel 1783, iniziando così la spogliazione del complesso divenuta poi definitiva quando chiesa e convento dopo il 1866 furono adibiti ad ospedale militare dal Regno d’Italia.

Se la maggior parte delle opere d’arte del complesso monacale confluirono nel Museo civico di Padova, altre evidentemente seguirono strade diverse, tra cui le due tele giunte a Baricetta grazie all’acquisto portato a compimento dall’allora parroco Domenico Marini. Personaggio sicuramente molto acculturato, originario di San Leo, laureato in filosofia presso l’università di Urbino, interessato al patrimonio d’arte italiano e stranamente destinato a reggere una parrocchia di secondo piano, lontano dal proprio ambiente di nascita. Una fortuna per Baricetta, dato che don Marini promosse la costruzione della chiesa dotandola dei due importanti dipinti.

La grande tela Cristo salva le anime del limbo presenta, in posizione centrale, il Redentore che con la mano sinistra sorregge un vessillo con la croce, mentre con la destra aiuta un personaggio dalla lunga barba ad uscire dal limbo, caratterizzato da un ambiente tetro sormontato da una rupe. Il movimento del Salvatore con il salvato è indirizzato verso parte opposta dove si apre il Paradiso, ed angeli musicanti sono in attesa di accogliere il redento da Cristo.

La seconda opera rappresenta la Cena in Emmaus. Al centro della scena Cristo, seduto a tavola con due commensali: due discepoli che non lo avevano riconosciuto (dopo la morte) durante un comune occasionale tragitto. Il riconoscimento avviene – come evidenziato nel quadro – quando Cristo benedice il pane prima di spezzarlo. E lo stupore dei due discepoli è reso, oltre che dai volti sorpresi, dal movimento delle mani che tosto si alzano dal tavolo.

Una luce irradia il volto di Cristo, attorno al quale è raffigurata una monocroma sfumata corona di angioletti. Sul lato sinistro appaiono alcuni personaggi di contorno: gli inservienti in attesa di portare in tavola le vivande. In primo piano, nella parte bassa, la presenza di un cane, soggetto non insolito nei quadri dell’epoca.

Una sorpresa dunque trovare in una chiesa di paese quadri così importanti.

L’invito pertanto è di raggiungere Baricetta per ammirare le opere di un artista di punta del periodo barocco italiano, rafforzando l’idea che il nostro Polesine (non sempre valutato positivamente) offre in realtà occasioni di cultura ed arte di primo piano.

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Come citare questo articolo

Lino Segantin. “Pietro Ricchi e il Polesine”. Ventaglio Novanta, n. 66, 2025. https://ventaglionovanta.it/archivio/pietro-ricchi-e-il-polesine/

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