Attese il drappello lì, sulla spianata, con l’arma in pugno: le gambe divaricate, il volto teso, gli occhi scintillanti. Il gruppo veniva su dal viottolo di campagna, mentre l’aria primaverile era satura del profumo dei fiori e del canto degli uccelli. In lontananza una tortora sembrava scandire i minuti col suo verso gutturale.
C’era un profondo silenzio tutt’intorno, tanto da far udire distintamente, ora, lo scricchiolio sull’erba del prato sottostante.
I prigionieri apparvero. Erano quattro: due uomini e due donne. I tedeschi, cinque militari tutti in divisa, avevano i berretti ben calcati sul capo, cartucciere a tracolla e revolver nella fondina appesa al grosso cinturone di cuoio scuro. Solo l’ultimo, il sesto, un commissario italiano di pubblica sicurezza, teneva in pugno un’arma. Ma la sorpresa di vedere lì, sopra di loro, l’uomo che li attendeva con il mitra puntato, li paralizzò dalla paura.
Lui aveva studiato quell’effetto.
“Altolà “ intimò. “Buttate le armi! “ e mosse a semicerchio la bocca del mitragliatore mentre una piccola raffica precisa faceva saltare la ghiaia ai loro piedi.
Il prigioniero più vicino a lui scattò veloce ad afferrare la pistola del poliziotto. Poi, tutti insieme, schieratiglisi attorno, disarmarono il resto del gruppo.
Nessuno fiatava.
“ Ed ora via! “ comandò.
“ Via…” l’ultimo fu un grido imperioso, seguito ancora dal suono secco del mitra e in un attimo le persone corsero per il prato, a ventaglio, all’impazzata, cadendo e rialzandosi, col terrore della morte alle calcagna.
Era accaduto tutto in pochi minuti e senza spargimento di sangue. Proprio come lui, d’altronde, si era prefissato. La sorpresa era stata d’importanza capitale.
“ Don Paolino… La ragazza si avvicinò. Tremava. Le brillavano attorno alle labbra miriadi di goccioline di sudore. Era la più giovane dei quattro, e la più bionda. Così chiara di capelli e di pelle da sembrare un angelo in quel verde cupo d’alberi e di campagna.
Gli altri gli si inginocchiarono davanti, “Don Paolino…”
“Forza ragazzi che non c’è tempo!” Tirò su il più vicino per la giubba.
“Correte via, presto. Andate fino alla casa di Zillo, Vi aspetta dietro la stalla. Aspettate il suo fischio nascosti tra la canapa.” Disse. “E non preoccupatevi che al resto ci penso io.”
Gli baciarono le mani e l’altra ragazza lo baciò sulla guancia. Poi sparirono dietro i cespugli di rubinia.
Erano fratelli, colpevoli solo d’aver liberato la loro madre ebrea dal carro in cui era stata rinchiusa, per la deportazione, due giorni prima.
***
Il mitra don Paolino lo nascose tra due sassi, non lontano dalla canonica.
Entrò in chiesa che già le donne del paese finivano il rosario della sera.
Stette cinque minuti raccolto davanti all’immagine di Cristo crocifisso, poi mise i paramenti sacri e celebrò la funzione.
Quella notte fu la più lunga di tutta la sua vita. Tese l’orecchio ad ogni rumore, ad ogni scricchiolio. Udì il tarlo della madia lavorare fino a notte fonda e la civetta lamentarsi sul davanzale della finestra. Poi si addormentò.
Don Paolino aveva trentacinque anni. Era un pezzo di pane, come si suol dire, e non aveva mai litigato con nessuno. Figurarsi cosa si sentiva nel cuore dopo aver affrontato quei tedeschi con un’arma in pugno!
***
I suoi sogni furono un incubo e quando, all’alba, la porta si spalancò con un calcio e i due militari irruppero nella stanza con i fucili puntati, ringraziò quasi Dio d’averlo salvato dagli orrori del suo inconscio.
Non c’era niente da fare: doveva seguirli e, anche se non parlavano l’italiano, si facevano capire con la rudezza del loro secco frasario accompagnato da gesti quanto mai eloquenti.
Don Paolino si alzò e si vestì, spinto brutalmente di qua e di là dal calcio delle armi. Si inginocchiò per dire le orazioni ma fu sollevato di peso e buttato fuori nella piccola cucina semibuia.
C’era sulla tavola, sopra una tovaglietta di tela bianca, un bel pane d’orzo dorato accanto alla tazza vuota del caffè-latte e, vicino, il barattolo di miele che ogni settimana gli portava la Nives, una donnina che veniva in bicicletta dal paese vicino per accudirlo e sistemare chiesa e canonica.
Don Paolino, gentilmente, invitò con un gesto della mano i due tedeschi a favorire la sua colazione, i due si guardarono in faccia stupiti prima di rifiutare. Allora il prete mise il pane e il miele nel suo fazzolettone bianco per portarli con sé e, prima di uscire, ricordandosi del canarino addormentato nella gabbietta, appesa al muro chiese, per favore, un momento.
Mise dell’acqua fresca all’uccellino che, svegliatosi a quell’insolita ora, cominciò a cinguettare, saltellando impaurito. Il prete lo tranquillizzò con un leggero fischio modulato e, prese tre belle foglie di lattuga dallo scolapasta colmo di verdura sull’acquaio, le infilò tra le sbarrette della gabbia.
Fuori l’aria era fresca e odorava di pioggia.
Alcune nuvole si spostavano nel cielo, nascondendo le pallide stelle.
Don Paolino prese l’ombrello e si avviò, sospinto con impazienza dai due tedeschi, attraverso il sagrato e poi lungo la strada addormentata.
Era dal giorno precedente che il paese non era stato sorvolato da formazioni di bombardieri nemici. Strano…..
Ora si udì rombare, sopra le loro teste, “ Pippo “ in avanscoperta.
All’angolo della “Madonnina” girarono a sinistra verso i campi. Ma, passando davanti alla fattoria di Pietro, dov’era il comando militare tedesco, Don Paolino vide un certo movimento di mezzi. Sembrava stessero sgomberando.
Anche i suoi giannizzeri si misero a confabulare tra loro e gli fecero fretta.
Cominciò a piovigginare e il prete aprì l’ombrello, invitando i due a ripararsi. Invano!
Via via che procedevano, si allargava davanti ai loro occhi la distesa piatta della campagna emiliana. Prati d’erba e fossi, canne e boschetti di canapa, frumento e ciuffi di fiori, mazzi di papaveri, fiordalisi, di rosmarino selvatico, di violette e una nebbiolina leggera e bianca come il velo di una sposa che si avvolgeva attorno, diafana e irreale.
Il sentiero si fece stretto: due fili, separati da muschio, di terra e ghiaia, chiusi tra una siepe di sambuco e rubinie e un fossetto ricco di acqua scura.
“Alt” intimò uno dei due militari e Don Paolino sentì, con una stretta al cuore, caricare un fucile alle sue spalle. Ma l’altro non era d’accordo e discusse animatamente con il compagno.
L’ebbe vinta, per fortuna. Don Paolino raccomandò la sua anima a Dio e ricominciò il suo cammino, seguito passo-passo dai due commilitoni che continuavano animatamente il loro dialogo.
Ora la pioggia cominciò a cadere più fitta e lui si fermò; tese l’ombrello e quelli si rifugiarono sotto, uno da una parte e uno dall’altra, finché arrivarono al fiume.
L’alba profilava d’oro le grosse nuvole del cielo e l’acqua era calma, limpida e chiara.
Uscì un raggio di sole a illuminare il paesaggio. Suonavano le campane del mattutino da una piccola chiesa sull’argine e i tre si misero a sedere, sotto l’ombrello, su un vecchio pontile.
Don Paolino estrasse il suo pane e lo offrì ai due tedeschi che accettarono senza un sorriso, dopo aver atteso che lui lasciasse scivolare sopra il bel filo lucente del miele. Poi mangiarono con gusto, in silenzio.
Passò un uomo in bici sulla strada alzaia, gridando: “ Gli americani… Arrivano gli americani….gli americani…”.
Quando la voce si spense lontano, i due militari, alzatisi, sistemarono Don Paolino con le spalle voltate all’argine e si prepararono dietro di lui.
Don Paolino mise in bocca un pezzetto del suo pane e pensò : “ Ecco, Signore, faccio così la mia ultima comunione. Perdonate i miei peccati. E i loro.”
E attese.
Un minuto, due minuti, dieci minuti… Quando si girò non c’era anima viva. Giocavano i raggi del sole sulle gocce di pioggia e sembrava che il mondo fosse stato cosparso di brillanti.
Utilizzo dei contenuti
Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.
La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.
Come citare questo articolo
Leda Maccaferri. “Quando il fiume racconta”. Ventaglio Novanta, n. 31, 2005. https://ventaglionovanta.it/archivio/quando-il-fiume-racconta/