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UN RICORDO

Quel bel “Danubio blu”

C’era una volta, a Bottrighe, un “mitico” locale in golena. Un ristorante-balera che per anni ha offerto apprezzate occasioni di intrattenimento

di Roberto Marangoni

Ventaglio Novanta n. 63 2022 pp. 110–111

A Bottrighe c’era davvero un bel “Danubio blu”.

Era un locale sicuramente unico, un ristorante-balera, bello ed apprezzato, che sorgeva sulla riva sinistra del Po. Se lo ricordano in molti, con nostalgia; era rinomato non solo per i prelibati piatti dell’osteria, ma anche per le indimenticabili serate estive di ballo liscio, con grandi orchestre, e la possibilità di esibirsi sulla pista della piarda adagiata sul grande fiume.

Famose altresì, nei primi anni cinquanta, le varie competizioni e i concorsi di bellezza femminile, come “Miss Sorriso” e “Miss Bottrighe”.

Per oltre quarant’anni il “Danubio Blu” ha fatto sognare generazioni di bottrighesi e non solo, perché in tanti vi affluivano provenendo anche da molto lontano. Ad esempio, era di casa, al ristorante, la famiglia padovana di Ilario Montesi, proprietaria dello zuccherificio e di tantissimi altri stabilimenti della gloriosa Siiz, la società italiana per l’industria degli zuccheri.

Il “Danubio blu” è ricordato soprattutto per la gestione dei coniugi Bice e Iginio Giliati che lo condussero per tanti anni, sino al 1963, quando poi passò, per poco tempo ancora, alla famiglia Ostellari.

Nel 1967 arriva l’epilogo per lo storico locale. A decretarne la fine, il rialzamento degli argini del Po per garantire la sicurezza idraulica, a difesa del territorio in occasione delle ripetute piene del fiume. L’edificio viene pertanto demolito, chiudendo, di fatto, una singolare pagina della storia della vecchia Bottrighe.

Dell’apprezzato locale oggi non rimane nemmeno una traccia. Il “Danubio blu” si trovava appena giù in golena, nelle vicinanze della discesa di via Umberto Maddalena, al “Cào d’sora” (capo di sopra ndr), che dall’argine del grande fiume conduce al centro di Bottrighe. Ancor oggi, dopo tanti anni, questa discesa è conosciuta come la “Calà d’Giliati” (dal cognome degli ultimi gestori), e di notte, l’insegna luminosa del grande del “Danubio blu” la illuminava.

Il locale era attorniato da maestosi pioppi e da tante luci colorate che si specchiavano sul Po. Mitico era il servizio in barchetta per portare i fidanzati in un romantico giretto accompagnato dalle note di un violinista. C’era pure un attracco per le barche commerciali, spesso utilizzato quando il livello del fiume non permetteva il passaggio sotto il ponte. Al lato destro del locale funzionava uno stallo per le biciclette, gestito da Medardo Pilotto.

Il “Danubio blu” offriva anche il servizio di tabaccheria. “Le sigarette, andavo a compararle sciolte – ricorda Patrizio Leccioli – un tempo le vendevano a numero”. “C’era pure la sala biliardo – aggiunge il nostro interlocutore – e lì ho bevuto, per la prima e unica volta, la gazzosa in bottiglietta di vetro”.

“Le prime gazzose – gli fa eco Eros Pietro Baldan – erano contenute in una bottiglietta verde e all’interno andavamo in cerca della pallina di vetro verde scuro, le cosiddette “vere” o “verun”. Si trattava di una biglia considerata un lusso per poter “zùgare a baline”, perché quelle che vendevano erano in terracotta e costavano troppo”.

La cucina era molto rinomata ed Eros ricorda ancora il detto “A so stà da Giliati a balare e a magnàre el risoto cò la testa del rinato” (rinato è una specie diffusa di carpa del Po. ndr). “Tutta la staccionata attorno al Danubio – prosegue Baldan – era rivestita di una pianta rampicante che noi, ragazzi di allora, chiamavamo “Lucamara”. Questa si tagliava con un coltello e si facevano dei bastoncini che si potevano succhiare, avevano il gusto di liquirizia, credo si trovassero solo lì”.

“Andavamo spesso a vedere la televisione con mamma, zie e cugine – ricorda Anna Gregnanin emigrata poi in Piemonte -. Per scherzo, dicevano a noi bambini “Vi portiamo a vedere la luna nel pozzo” e noi, inutilmente, eravamo tanto curiosi per vedere di che cosa si trattasse”. Ricordo ancora – aggiunge Anna- uno squisito ghiacciolo al tamarindo, così buono, che uno simile non l’ho più trovato”.

“D’estate – ricorda con nostalgia Nerino Boaretto – si ballava in mezzo alla natura, ed era molto bello vedere il fiume che scorreva, accarezzando la riva”. “Ero bambino – prosegue Boaretto – quando un giorno attraccarono delle barche di militari lagunari del genio guastatori e riempirono l’osteria. Io mi avvicinai, curioso di vedere queste grandi barche; mi presero a bordo, era mezzogiorno, così mangiai con loro un panino con la bistecca ed erbe cotte”.

“Il Danubio blu era famoso, eccome! – racconta Raoul Gregnanin, emigrato a Settimo Torinese, già redattore capo di Tutto Sport -. Si ballava, si fruiva del servizio dell’osteria, si faceva il bagno nella spiaggetta accanto al locale, poi, sempre lì vicino, si andavano a pescare le anguille con la “togna” (La Togna, era un marchingegno costituito da lunghi spaghi, con un mattone o comunque un peso al fondo, cosparsi di ami innescati con il verme a distanze regolari di circa venti centimetri. Si lanciava il peso al largo del fiume e si attaccava il capo rimasto all’asciutto ad un paletto conficcato nella sabbia. L’armentario rimaneva in acqua tutta la notte e all’alba spesso si recuperavano diverse anguille rimaste accalappiate agli ami. Ndr.)”.

Con la fine del “Danubio blu” si spense una delle ultime perle della bella epoca bottrighese, fatta di tanti gioiosi divertimenti ed occasioni di incontri. Numerosi erano un tempo i locali del centro rivierasco attrezzati per offrire occasioni di ritrovo e svago, richiamando folle di persone che qui giungevano da ogni dove. Di tutto ciò rimangono oggi soltanto nostalgici ricordi che è bene preservare, con la speranza che possa magari sbocciare una qualche bella iniziativa in grado di ispirarsi al “glorioso” passato.

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Come citare questo articolo

Roberto Marangoni. “Quel bel “Danubio blu””. Ventaglio Novanta, n. 63, 2022. https://ventaglionovanta.it/archivio/quel-bel-danubio-blu/

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