"Beni culturali ed ambientali in Polesine", N. 1, direttore responsabile Pier Luigi Bagatin, ed. Turismo & Cultura, Rovigo.
Fiocco rosa per la Coop. Turismo & Cultura, con l'avvio di una nuova iniziativa editoriale che si affianca al presente periodico nella promozione dell'originale patrimonio ambientale e culturale della nostra provincia.
Il primo numero della nuova rivista, di 84 pagine con foto a colori, voluta dal "Comitato permanente per la conservazione e la valorizzazione dei beni culturali ed ambientali in Polesine", è uscito in concomitanza con la IV Settimana dei Beni Culturali, appuntamento annuale di particolare rilievo per il Comitato di cui il periodico si fa portavoce.
Diretta da Pier Luigi Bagatin, direttore della biblioteca civica di Lendinara, apprezzato ricercatore ed autore di varie pubblicazioni di carattere storico ed artistico, la rivista avrà cadenza semestrale, affiancandosi ad un bimestrale, con lo stesso titolo, concepito come puro notiziario delle iniziative culturali della provincia.
Contraddistinto da una gradevole veste grafica, il primo numero della rivista si apre con l'editoriale programmatico del direttore, che sottolinea il taglio scientifico caratterizzante la nuova iniziativa editoriale. La quale intende stimolare il dibattito sugli aspetti culturali ed ambientali del Polesine, al fine di agevolare il recupero della peculiare identità della terra dei grandi fiumi, nell'ottica di valorizzarne le risorse.
Segue un ampio intervento dell'ing. Mario Zambon, studioso di fama internazionale dei movimenti tettonici, su Il pericolo delle estrazioni di gas nell'Alto Adriatico. L'arch. Romano Murmora interviene poi sul Piano Territoriale di Settore per la Sinistra Po, affrontando le problematiche connesse alla tutela ambientale e alla valorizzazione turistica della lunga zona rivierasca. L'intervento successivo, titolato Il monastero olivetano di San Bartolomeo di Rovigo è presentato dall'ing. Ettore Vio, autore del piano di recupero del monastero, che si sofferma sulle problematiche connesse al complesso restauro dello storico e artistico "contenitore", a cui fanno pure riferimento l'ass. Gabbris Ferrari e il dott. Raffaele Peretto, direttore del Museo, per delineare un'ipotesi di futuro utilizzo del grande e prestigioso immobile, con lo scritto Dal Museo Civico al Museo dei Grandi Fiumi. Simonetta Bonomi, direttrice del Museo Nazionale Archeologico di Adria, è autrice del pezzo Adria: la necropoli di Ca' Cima, in cui evidenzia gli aspetti di profonda ellenizzazione intervenuti nella società etrusca di Adria, che sono desumibili dai corredi funerari del V sec a. C. portati alla luce in zona Ca' Cima. La "piccola Fenice" del Polesine, che ripercorre la storia dell'artistico teatro badiese, è presentato a firma della giornalista Francesca Savoia, mentre Antonio Romagnolo, direttore della Pinacoteca dell'Accademia dei Concordi, è autore di Restauri in Pinacoteca, in cui viene evidenziato il ruolo di Rovigo quale città d'arte, nonché il programma di restauro in atto presso la pinacoteca rodigina. La prof. Chiara Crepaldi, presidente del Centro Etnografico Adriese, presenta un lungo racconto in vernacolo, dalle origini antichissime, dal titolo Beniamino e le dodici parole della verità, registrato il 7 gennaio 1997 a San Martino di Venezze, mentre il direttore Pier Luigi Bagatin introduce una singolare storia su un affresco di Santomaso, scritta magistralmente da Giuseppe Marchiori, giusto cinquant'anni fa, con il titolo La casa sull'argine.
Il mio Polesine, breve antologica fotografica di Enrico Rorai, conclude il primo volume della rivista, che ha visto la luce grazie al contributo delle città storiche del Polesine (Rovigo, Lendinara e Badia), a cui si affiancheranno per i prossimi numeri Salara, Ficarolo ed altri comuni, nello spirito di collaborazione ricercato dal Comitato Permanente.
(Lino Segantin)
Siamo rimasti piacevolmente impressionati dall'opera prima di Alberto Cuberli, ingegnere adriese che, con il suo romanzo "…Prima che cala ’l caligo…" – uscito per i tipi di Panda, prefato da Livio Crepaldi, con illustrazioni di copertina di Luciano Scarpante -, ci offre uno spaccato di vita tra l'autobiografico e il fantastico, descritto con stuzzicante ironia.
Buona parte del pregio del libro – con finale a sorpresa – quasi completamente ambientato a Venezia, sta nel lessico, colorito mosaico di lingua dotta e dialettale, ove spesso le annotazioni importanti sono messe fra parentesi o sottolineate da associazioni d'idee.
La penna intelligente di Cuberli ama i calembour e nasconde, sotto una facile predisposizione al lazzo, un'ansia esistenziale che si fa malessere sottile e si insinua provocatoria nell'immaginario del lettore. Il nostro neo scrittore ama il grottesco, la situazione paradossale e i suoi personaggi – descritti con tenero cinismo – ci fanno solleticante compagnia dalla prima pagina all'ultima, offrendoci l'occasione non solo per assistere alle loro performance erotiche o goliardiche, ma anche per sederci piacevolmente spesso a tavola in loro compagnia, gustando le prelibate ricette del nostro ingegnere che ci sembra essere anche un raffinato gourmet.
(Grazia Giordani)
Un secolo di storia italiana, dalla fine dell’800 al dopoguerra, viene ricostruito dal melarese Ildo Testoni utilizzando come osservatorio il territorio del proprio paese, ultimo lembo occidentale del Polesine, da sempre legato alla cultura e alle tradizioni del basso mantovano. Un secolo caratterizzato da laceranti contrasti e da forti passioni politiche che, anche a Melara, si radicano in profondità, incidendo consistentemente nel tessuto sociale, dando vita a fratture non facilmente sanabili.
E Rino, il personaggio principale del lungo racconto, protagonista ma anche vittima della Storia, si trova infine a dover seguire la via dell'emigrazione, prima come perseguitato politico dell'intolleranza fascista, poi come sconfitto dagli eventi, che non vedono in Italia affermarsi la svolta collettivista secondo il modello sovietico dallo stesso attesa.
Se da un lato Ildo Testoni ha vissuto direttamente la seconda parte degli eventi che caratterizzano questa storia "dal vero", dall'altra è stato aiutato nella ricostruzione dalla spiccata curiosità manifestata fin dall'infanzia verso gli avvenimenti del passato, che lo ha portato a divenire autentico erede della memoria storica del padre. Ricerche sugli archivi parrocchiali, e ulteriori indagini compiute dall'autore in loco, sono poi servite a individuare tutti i tasselli per ricostruire con continuità e chiarezza la storia narrata.
Il volumetto, di 74 pagine, si presenta pertanto come un mix tra una ricostruzione storica e un'opera di narrativa: della prima conserva l'individuazione e la descrizione delle principali fasi caratterizzanti le vicende storiche dopo l'unità d'Italia; della seconda viene utilizzata l'indagine del "cuore" dei vari protagonisti, per comprendere le passioni che li animano, le emozioni vissute, le speranze e le delusioni che caratterizzano la loro vita.
Ma, se è vero che la storia è maestra di vita, dal libro di Testoni viene chiaro un insegnamento: quello della tolleranza. Dallo sforzo fatto dall'autore per capire le ragioni dei protagonisti del suo racconto, reali interpreti della Storia, e spesso emblemi viventi di ideologie contrastanti ed inconciliabili, nasce un evidente monito all'attenzione verso gli altri, nella consapevolezza che nessuno può avere la presunzione di essere il completo depositario della verità. Un invito quindi a conoscere il passato per trovare motivi di vita e di impegno che migliorino la società odierna.
(Lino Segantin)
"…In macchina fino a Porto Levante, poi nelle mani di Dio … Un'impresa da testamento … ". Sono espressioni usate nei primi anni '50 dall'allora sindaco di Rosolina, il generale Arturo Avanzi, che ben sottolineano quanto fosse considerata fuori dal mondo Albarella, alla cui visita il primo cittadino non poté sottrarsi. E ciò in seguito ai pressanti inviti del "re di quell’ isola", ovvero del cav. Scagliarini che ne era divenuto proprietario acquistandola dai conti Vianelli.
Poi negli anni '60 l'incredibile idea di fare di quel lembo dimenticato del Polesine uno dei più qualificati e prestigiosi centri di vacanza d'Italia, reclamizzato con l'azzeccato slogan "l'isola su misura". Un sogno realizzato, che oggigiorno costituisce il fiore all'occhiello del turismo polesano.
Aldo Pasini, nel suo volume di quasi duecento pagine, traccia la storia dell'isola dal 1753 al 1995. Una terra alla quale, nel corso degli ultimi due secoli, si sono legati i sogni di alcuni uomini certamente unici, che l'opera ci permette di conoscere, facendoci immedesimare nelle ansie, nelle speranze, nelle gioie, ma in qualche caso anche nelle delusioni, di quanti hanno dedicato ad Albarella lunghi anni della loro esistenza.
Quanto mai avvincente risulta la figura del cav. Roberto Scagliarini che visse nell'isola dal 1941 al 1959, coltivando il sogno romantico di istituirvi una comunità agreste. Un obiettivo a cui dedicò diciotto fecondi anni della propria esistenza, registrando momenti di grande soddisfazione, seguiti da altri di profondo scoramento per il ripetersi di disastrose mareggiate in grado di cancellare in poche ore il lavoro di una vita.
Sarà l'attivismo dell'avv. Armando Pedrazzini ad imprimere una svolta nei destini dell'isola, riuscendo a coinvolgere nel progetto turistico il Credito Svizzero. Nasce così l’"Albarella SpA" ed il lungimirante programma di insediamenti turistici divenuto il fiore all'occhiello della provincia di Rovigo. Dal 1988 il pacchetto azionario passa nelle mani dell'imprenditore mantovano Steno Marcegaglia che prepone alla gestione dell'isola la figlia Emma Marcegaglia ai cui progetti si guarda oggi con interesse.
Il libro di Pasini, nella elegante veste grafica che ben si confà all'attuale destino dell'isola, ha dunque il merito di proporre al lettore vicende che probabilmente nessuno storico di professione avrebbe mai pensato di ricostruire: la storia di una piccola porzione del Polesine, che nell'ultimo arco del XX secolo ha scoperto una impensabile vocazione turistica, facendo conoscere nel mondo originali aspetti del territorio della nostra provincia.
(Lino Segantin)
Realizzata dall'Amministrazione Comunale di Adria, in collaborazione con la Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, la nuova guida su Adria colpisce subito positivamente il lettore per la buona grafica che la caratterizza.
Le tre sezioni in cui è divisa (Profilo storico, Presenze architettoniche, Cinque itinerari verso il Delta) sono immediatamente identificabili dal diverso colore delle pagine (giallo, rosa e verdino), agevolando così il lettore nell'azione di ricerca degli aspetti da consultare.
Utilizzando un linguaggio chiaro e di immediata comprensione, l'autrice apre il suo lavoro con un rapido escursus storico in cui vengono sottolineati i momenti più caratterizzanti vissuti dalla città, da cui il Mare Adriatico trasse il suo nome. Segue la descrizione dei fondamentali monumenti cittadini, dei quali viene riproposta la storia ed evidenziati i principali aspetti di carattere artistico ed architettonico. L'ultima parte della guida si articola in cinque itinarari: il primo è dedicato alla città, alle sue piazze e tipiche vie, intrise di venezianità; il secondo, imperniato sulla conoscenza dei dintorni, è volto alla scoperta di suggestivi aspetti paesaggistici o architettonici dei principali paesi limitrofi; gli ultimi tre, dedicati più esplicitamente al Delta, si articolano nella descrizione degli aspetti naturalistici ed antropici tipici della grande zona umida che caratterizza la parte più orientale del Polesine.
Arricchita da un buon apparato iconografico, costituito da riproduzioni in bianco e nero per l'aspetto storico e da immagini a colori per le più specifiche proposte di visita, la guida presenta inoltre, per ogni sezione, inserti plurilingue, ed è infine corredata da una scheda bibliografica, utile riferimento per quanti intendano procedere ad ulteriori approfondimenti.
(L. S.)
Si tratta di una silloge di ricette di cucina inframmezzate da flash di vita, uno squarcio di storia che sembra galleggiare dentro buoni sughi, gustosi arrosti e prelibati gateau, ma che in realtà è uno spaccato della famiglia Longhini, con tutte le sue complicate ramificazioni. La lettura ci coinvolge, ci prende dentro e ci fa essere protagonisti, poiché ci riflettiamo dentro il grande specchio degli avvenimenti e ritroviamo un po’ dei nostri fatti di famiglia in quelli narrati nel libro che esce dai confini mantovani per spingersi fino a noi, in Polesine, pronti ad un gemellaggio con la cucina mantovana.
Ritroviamo la “tavola imbandita” della borghesia benestante: la fiandra candida con l’orlo a giorno, lo sfavillio degli argenti, dei cristalli e delle porcellane dei giorni di festa e il grande menù delle occasioni importanti. E ritroviamo anche deliziose filastrocche in dialetto mantovano e in italiano, ed inoltre poesie ispirate, non aliene da valenza lirica, quali quella di Alberto Longhini, scritta con penna intinta nella nostalgia, o quella di Anna Rossi, per cui «la vita è un gioco d’ombre».
Per contrasto – sapiente anche sotto il profilo degli effetti scenici – dalla tavola padronale sfavillante di opulenza, passiamo all’uso dell’uccisione del maiale nelle fattorie e al dono da parte della rasdora, (la reggitrice della casa) di un salamino a chi si recava a chiederlo, munito di un apposito bastone sulla cui punta doveva essere infilato l’omaggio mangereccio.
Ci sono flash brillanti come quello della “cena delle beffe” di pag. 23 o “Il ponte sulla Secchia” di pag. 64, con l’episodio equino amoroso, o quello dei boccioli di rosa del giardino della nonna recisi dall’ annoiato Carlo nipote di Zora.
Nel testo ritroviamo canzonette e filastrocche, ed anche ripescaggi di giochi d’infanzia, girotondi di nostalgie infantili che ci fanno volgere la testa all’indietro, quasi una magica moviola potesse ridarci il tempo che non è più.
Ricordi di guerra e favole narrate e rimaste vive nel cuore dei bambini di allora ora adulti nostalgici. Particolarmente coinvolgente l’episodio della “zia Bettina”, che – anche sotto il profilo letterario – potrebbe trovar posto in un’antologia, tanto è garbato questo bozzetto, un ritratto della zia civettuola che sapeva agghindare se stessa e ornare la vita, rendendola più gradita agli occhi di Paola, la giovane nipote.
Gaiezza e malinconia si alternano e fondono in questo rosario di ricordi che le penne riunite dei tanti appartenenti alla famiglia sanno rinverdire in maniera suggestiva, rendendo piacevole la lettura di un libro di ricette che è molto più delle ricette stesse.
Certo, non possiamo negare che leggendo si risveglia il nostro appetito, con l’insopprimibile curiosità di provare le ricette, ma ancora più siamo presi dal proustiano rimpianto di un tempo che solo la fantasia può farci ritrovare.
(Grazia Giordani)
Sono per lo più i cultori di cose polesane ad essere a conoscenza che Malopera è un ramo dell’Adige, la cui origine, nei pressi di Badia, si fa risalire all’anno 1438, in seguito ad una rotta, nata a quanto pare da un sabotaggio (dunque una mala opera) nel corso di una guerra tra Venezia e i Visconti di Milano. Veramente pochi sono poi quanti sanno che esiste una località Malopera, nei pressi di Crocetta, frazione di Badia Polesine. Praticamente nessuno infine era in grado di supporre che Malopera potesse vantare un originale patrimonio di favole tutte sue.
A farci conoscere questo insospettato aspetto della piccola località polesana ci ha pensato Nadir Tedeschi, che da decenni ha lasciato la terra natia, senza però mai dimenticarla. E a Milano, dove vive, ha dato alle stampe un volumetto che contiene 24 raccontini ambientati a Malopera. Più che di favole in senso tradizionale, si tratta di brevi narrazioni, che traggono spunto da episodi realmente accaduti, in cui i protagonisti, come in molte fiabe, sono animali che parlano, amano e soffrono; e che sanno insegnare non poche cose agli umani.
La “Mussa”, ovvero l’asina, la “Capra dal latte buono”, il “Coniglietto selvatico”, la “Puzzola maledetta”, “Fido e Fida” ed altri ancora sono gli interpreti di storielle a volte simpatiche e curiose, ed altre volte dall’epilogo doloroso e struggente, che Nadir Tedeschi ha voluto raccogliere in un volumetto dedicato ai figli ormai adulti. Sottintesa la speranza dell’autore che i destinatari della pubblicazione siano in grado, a loro volta, di trasferire ai propri figli il succo di queste narrazioni ambientate in terra polesana. Una terra che, forse, agli uditori lontani delle Favole di Malopera può sembrare fiabesca, come quella proposta dai filmati di Disney, e che invece è reale, anche se oggigiorno è più difficile rintracciare gli ambienti ideali per far rivivere le tenere storielle narrate da Tedeschi.
Ma forse oggi manca soprattutto il contesto forte dei sentimenti, un “supporto” dell’anima che nasce da una vita condotta a stretto contatto con la natura; ed incrinata appare la capacità di saper guardare a ciò che ci circonda con gli occhi limpidi di chi non è deviato da persuasori esterni, più o meno occulti.
Le Favole di Malopera ci dicono invece che, in tempi non lontani, un tale mondo era a portata di mano. E’ giusto che si sappia, ed è bello che qualche bambino, udendo queste storielle, possa crescere con il desiderio di far rinascere in Polesine il mondo delle favole.
(Lino Segantin)
Utilizzo dei contenuti
Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.
La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.
Come citare questo articolo
Autori Vari. “Recensioni”. Ventaglio Novanta, n. 17, 1998. https://ventaglionovanta.it/archivio/recensioni-4/