Nel corso dell’ultimo anno, con varie manifestazioni organizzate in diversi centri della provincia, il Polesine ha deciso di ricordarsi di Felice Chilanti, uno dei figli grandi della sua terra, scomparso da oltre dodici anni. Era nato a Ceneselli il 10 dicembre del 1914 da una povera famiglia di braccianti agricoli.
La scuola media del suo paese natale, già nell’anno scolastico 87-88, aveva fatto una ricerca allo scopo di ricordare il giornalista-scrittore di raro talento attraverso la lettura di uno dei suoi romanzi autobiografici più belli “Ponte Zarathustra”, ricco non solo di aspetti socio-culturali ed economico-politici di quel tempo (fine guerra mondiale, avvento del fascismo) ma anche illuminante per capire come viveva la gente in quel periodo e per fermare un attimo quella civiltà contadina in fatale declino.
All’encomiabile iniziativa delle insegnanti di Ceneselli, ha fatto seguito, nel dicembre 1993, quella ufficiale, promossa dall’Amministrazione provinciale di Rovigo, in Accademia dei Concordi. L’autore di “Si può anche vivere”, “Il colpevole”, “Paura entusiasmante”, “Le avventure di Bambino”, “Gli ultimi giorni dell’età del pane”, solo per citare alcuni dei suoi romanzi, da cui emerge il senso di un’intera e difficile esistenza inquieta e coraggiosa, ha finalmente avuto il pieno ricordo dalla sua terra.
Appena ventenne, abbandonati gli studi, si era trasferito a Roma presto aderendo al mondo giovanile dei littorii, per assumere poi una posizione sempre più critica che lo portò agli anni di confino a Lipari e poi alla Resistenza, con militanza nel gruppo filotroskista “Bandiera Rossa”.
Nell’incontro in Accademia dei Concordi hanno parlato i giornalisti e scrittori Barbiellini Amidei, Cibotto e Fidora presentati dal presidente Ubertone e dall’assessore provinciale alla cultura Crescenzio. Quasi onirica e venata di poesia l’esposizione di Barbiellini Amidei, che ha riferito di un sogno recente in cui l’amico Felice gli è apparso in redazione del Corriere della Sera in via Solferino e – come quando era in vita – gli ha parlato a fatica, ormai laringotomizzato, a causa della grave malattia.
“Quella sua fatica nella parola – ha detto Barbiellini – sembrava il rifiuto a parlare nella società delle chiacchiere e dimostrava come si può parlare con un inviato e corsivista principe, anche senza le parole; bastava l’espressione del suo volto”.
L’oratore ha sottolineato la qualità di Chilanti giornalista di raro coraggio “sempre alla ricerca della verità e finissimo romanziere, caduto nel dimenticatoio, anche a causa del suo carattere scomodo e schivo, mai dimentico delle sue radici e della sua terra d’origine”.
La testimonianza di Cibotto, che giocava in casa, è apparsa intimista, quasi un dialogo mai interrotto con l’amico in una Roma abitata da Cardarelli e Comisso, sull’onda di una nostalgia per il Polesine e per il Po che Chilanti aveva spesso celebrato nei suoi scritti, ricreandone le magiche atmosfere, cantore di una bellezza densa di malinconie.
Cibotto ha ricordato, fra l’altro, il romanzo “La paura entusiasmante”, definendolo fra le opere più belle in assoluto del dopoguerra e ha sottolineato il suo rammarico per non essere riuscito a far figurare l’autore fra i finalisti di premi letterari. “Era un romantico – ha concluso – che ha sempre pagato di persona, dal Ventennio in poi”.
Evocatrice di grandi suggestioni la lunga esposizione di Fidora, che ha saputo ricreare l’atmosfera inquietante degli anni Sessanta e della lotta alla mafia, partendo dal ricordo di un memorabile pranzo e dei dialoghi intercorsi tra Chilanti e il boss, ormai in pensione e isolato, Nicky Gentile. Sembrava di essere dentro le pagine de “Il Padrino” di Mario Puzo, mentre venivano nominati i più efferati protagonisti di “Cosa Nostra”.
Chiamato dal direttore di “Paese Sera” – al cadere degli anni Cinquanta – Chilanti fece le più temerarie e produttive inchieste sulla mafia, assertore di verità scomode che altri cercavano di nascondere. A suo merito deve essere ascritta l’istituzione della commissione parlamentare di inchiesta sulla mafia.
Attraverso le parole di Fidora, il pubblico ha avuto l’illusione di entrare nella fumosa redazione palermitana e di vivere l’emozione del giornalista che ha saputo sfidare “Cosa Nostra”, fino alla fine, mettendo a repentaglio la propria vita.
Ha chiuso l’incontro, la testimonianza di Gloria Chilanti Campus Venuti che ha parlato con affetto del grande padre, suo maestro di vita, spentosi il 26 febbraio 1982.
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Grazia Giordani. “Ricordato Felice Chilanti”. Ventaglio Novanta, n. 10, 1995. https://ventaglionovanta.it/archivio/ricordato-felice-chilanti/