Salvanello è una figura leggendaria della nostra tradizione popolare. La vera storia di Salvanello è avvolta nel mistero, come tutte le favole suggerite dalle suggestioni, a volte dettate dall'ignoranza, più spesso dalla fervida fantasia della gente semplice ed innocente.
Salvanello sta sulla luna.
Oggi chiunque sa che quelle macchie grigie che appaiono sulla faccia del plenilunio sono delle depressioni desertiche, immense desolate pianure che gli astronomi chiamano mari. Ma il contadino, che crede più ai suoi occhi che alle scoperte della scienza, ti chiude la bocca con un incredulo: ‘Ma cosa vuoto savere, ti! Ghe sito mai sta, ti?’. Varda ti, an! No te vidi che quelo l’è Salvanelo?
Nelle diverse epoche, di volta in volta, nelle macchie lunari la tradizione popolare ha visto ora la figura di Caino, l’apostolo traditore di Cristo (versione accettata perfino da Dante), ora quella di una figura di un poveraccio di questi luoghi, ma povero da far sangoe.
Salvanello, così è chiamato questo poveraccio, non aveva niente da mangiare. Una notte andò in un campo di cavoli e si mise a tracolla una 'sacara de capuzi' (filza, fascio, di cavoli). Il padrone lo sorprese, lo rincorse e lo aveva quasi raggiunto, quando la luna, che stava a guardare, ebbe pietà del pover'uomo, lo sollevò da terra e lo attirò su. E i nostri vecchi sostenevano che se guardate la luna del plenilunio, vedrete ancora adesso nel suo lucido disco un'ombra, l'ombra di Salvanello con la sua sacara di cavoli in spalla.
Secondo un’altra versione, c’è chi sostiene che Salvanello era un mitico folletto, vestito di rosso, che di notte andava nelle fattorie a rubare ai contadini. Sorpreso nell’esercizio delle funzioni, la Luna, impietosita per il suo destino, lo rapì dalle mani del padrone del campo che l'aveva catturato, dandogli ospitalità eterna lassù; per questo fu condannato a portare sulle spalle una fascina e ad abitare sulla luna.
Per altri, invece, fu un ladrone di queste parti, molto malvagio, che una notte, volendo esercitare onestamente il suo mestiere di ladro, ma essendo disturbato dal chiarore della luna, l'oscurò frapponendo un'enorme fascina. Non si sa quale potenza (si dice il diavolo) lo volle punire facendo in modo che rimanesse sulla luna in perpetuo. Questa versione è accolta dal poeta Gino Piva: “O luna che col ladro Salvanelo te giri el mondo e co la so fassina da po' che l'è vegnù catarte in zielo per fare el scuro su la so rapina. (G.Piva: Tra Adese e Po)
Un’altra versione, più accreditata dalla tradizione, ci dice che Salvanello fosse stato in rivalità con un contadino che gli contendeva la mano della bella e buona Isadora. Il padre di Isadora, per non scontentare nessuno dei due pretendenti, diede loro un pugno di fagioli, di piselli e di fave, promettendo che la figlia sarebbe stata di chi dei due avesse portato in autunno la maggior quantità di legumi. Salvanello tornò a casa e seminò subito le fave, i piselli ed i fagioli; il contadino, invece, aspettò una settimana e solo in calare di luna piantò le sementi.
I legumi di Salvanello crebbero alti e belli slanciati, pieni di foglie ch'era una meraviglia, ma produssero pochi baccelli e legumi di scarsa qualità. Quelli del contadino, invece, crebbero meno appariscenti, ma diedero un abbondante raccolto e di eccellente qualità. Isadora pertanto fu sua.
Salvanello, per il dispetto, attribuendo la colpa della sua sfortuna alla luna, volle vendicarsi coprendola con una fascina in modo che non illuminasse più la terra. La luna l'attirò a sé rendendolo per sempre prigioniero.
Ancor oggi, chi avesse la pazienza o il tempo di guardare l'astro in una notte di plenilunio può intravedere il profilo di una figura umana che porta sulle spalle una fascina.
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Come citare questo articolo
Adriano Romagnolo. “Salvanèlo de la luna”. Ventaglio Novanta, n. 30, 2005. https://ventaglionovanta.it/archivio/salvanelo-de-la-luna/