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STORIA - TRADIZIONI

Stefano Gobatti (1852-1913)

Il compositore bergantinese, dopo un travolgente successo giovanile, fu vittima della perfidia dei suoi detrattori

di Corrado Ferri

Ventaglio Novanta n. 14 1997 pp. 62–65

Fra le pieghe della storia, quella delle piccole comunità paesane, vi sono vicende di uomini che suscitano sentimenti di ammirazione o di compassione, che inducono a riflettere sul senso profondo di ogni esistenza. La parabola umana ed artistica del musicista bergantinese Stefano Gobatti è una di queste.

Gobatti nacque a Bergantino il 15 luglio 1852, in un'umile famiglia di contadini. Fin da piccolo dimostrò una chiara predisposizione per l'arte, cosicché fu avviato allo studio della musica dal compaesano Fermo Bellini, organista della chiesa parrocchiale. Successivamente studiò ad Ostiglia, allievo del maestro Giuseppe Devasini, a Mantova sotto la guida di Lucio Campiani ed infine a Bologna, allievo di Giuseppe Busi, direttore del Liceo musicale. Nel 1870, si trasferì a Milano, alla scuola di Lauro Rossi, direttore del Conservatorio che subito lo apprezzò. Cosicché, quando il Rossi assunse l'incarico di dirigere il Conservatorio di Napoli, portò con sè i tre allievi migliori, fra i quali anche Stefano Gobatti.

Nella città partenopea, nel 1872, Gobatti si diplomò, in soli tre anni anziché nei sette canonici. In questo periodo di intenso studio, egli dovette vincere anche la dura opposizione della famiglia, che su di lui aveva fatto molti progetti modesti.

Il difficile rapporto con i famigliari fu una costante nella vicenda umana di Gobatti. Egli nacque in una rigida famiglia di stampo patriarcale e lì formò la propria personalità: ferma, risoluta e nello stesso tempo fragile. La sua indole di artista lo rese un "diverso", all'interno di una società rigidamente preordinata. Da quella stessa società contadina, tuttavia, Stefano Gobatti assunse i valori fondamentali del suo modo d'essere: l'onestà, la fermezza, l'ingenuità e, una volta assaggiata la perfidia umana, la diffidenza ed il sospetto.

Nell'anno del suo diploma, il '72, a soli vent'anni, Stefano Gobatti musicò un'opera dal titolo "I Goti": si trattava, a detta dello stesso autore, di un esercizio, svolto in soli quattro mesi. Lauro Rossi, però, spinse il giovane maestro a farla rappresentare. Dopo mille traversie, grazie anche ad un prestito di 5.000 lire, l'opera andò in scena al Teatro Comunale di Bologna, il 30 novembre 1873.

E fu un successo senza precedenti: il giovane compositore venne chiamato al proscenio ben 52 volte; l'opera fu bissata quasi per intero. Nessuno mai aveva goduto di un successo così trionfale. Furono staccati i cavalli della sua carrozza e la folla, nonostante il freddo pungente, lo accompagnò a casa a piedi, per poi rimanere ad acclamarlo fino all'alba.

Lo sconosciuto maestro bergantinese balzò così, inaspettatamente, agli onori della cronaca: tutti i giornali parlavano di lui. Non c'era banchetto o festa dai quali egli potesse risultare assente. Gobatti fu nominato "Cittadino onorario" di Bologna, come Wagner e Verdi, e, dopo qualche settimana, a Roma, dove aveva accompagnato la rappresentazione della sua opera, ottenne il titolo di "Cavaliere della Corona d'Italia". Il giovane maestro si legò con profondi sentimenti d'amicizia a Giosuè Carducci, Enrico Panzacchi ed Olindo Guerrini.

Nel 1874 "I Goti" vennero rappresentati nei maggiori teatri italiani, a Roma, Parma, Genova, Torino, Milano, Firenze, Padova, Brescia … Persino il re, Vittorio Emanuele II, ne volle una particolare rappresentazione, in occasione di una festa di corte, alla presenza dei corpi diplomatici di tutte le nazioni.

Ma un successo tanto repentino e travolgente, suscitò invidie altrettanto radicali e, quando gli osanna di diradarono, Gobatti si accorse che alle sue spalle si stava delineando una spietata controffensiva, ai danni della sua arte e della sua stessa persona.

Con l'intrigo fu fatta fallire una trattativa economicamente vantaggiosa con la Casa musicale Ricordi e, nello stesso modo, il maestro bergantinese fu messo in cattiva luce agli occhi del grande e potente Giuseppe Verdi. Ma fu nel 1875, quando, dopo la prima di Bologna, andò in scena a Milano l'opera "Luce", che Gobatti toccò con mano la perfidia dei suoi detrattori.

"Luce" fu fischiata sonoramente e fu fatta cadere a bella posta da claques prezzolate di fischiatori, per decretarne l'insuccesso. Occorre considerare che, in quegli anni di accese rivalità in nome degli idoli della musica, Milano verdiana si contrapponeva a Bologna wagneriana e tanto bastava per accanirsi contro il cittadino onorario della città felsinea. Dietro i successi e gli insuccessi degli autori e delle loro opere, poi, vi stavano i fortissimi interessi economici delle imprese teatrali e delle case musicali, sempre in lotta per il controllo di un redditizio mercato. Gobatti cadde vittima inconsapevole di tali contrasti.

Nel 1881, il maestro bergantinese diede alle scene la sua terza opera, "Cordelia", ma i suoi detrattori riuscirono a farla naufragare subito, con una pessima esecuzione, tanto che un avvocato del tempo disse che "se Gobatti avesse infisso nel ventre di qualcuno venti centimetri di coltello, tutti i tribunali del mondo lo avrebbero assolto".

Dopo quest'ultimo vile affronto, prostrato moralmente ed economicamente, Gobatti fu costretto a vivere per dieci anni dell'ospitalità dei frati francescani, nel convento dell'Osservanza di Bologna. Poi il Comune, per pietà, gli affidò un incarico di insegnante di solfeggio e canto agli alunni delle scuole elementari.

In questi anni, Gobatti lavorò alla revisione de "I Goti", alla composizione di romanze, brani religiosi e da camera, ma soprattutto alla stesura di una quarta opera, "Massias", che però non volle mai far rappresentare, nonostante le pressioni degli amici e dei veri estimatori.

Stefano Gobatti, vinto dagli uomini e da una vita di stenti e di amarezze, rese ancor più cocenti dopo aver assaporato l'illusione del successo, si spense in solitudine il 17 dicembre 1913, a soli 61 anni di età.

Fino a che punto Gobatti meritò il successo iniziale e poi la dimenticanza totale? Non è dato saperlo.

Dagli anni '70, la Biblioteca comunale di Bergantino si sta adoperando affinché si possa spezzare il circolo vizioso che impedisce una serena valutazione dell'artista, oggi praticamente sconosciuto perché non ascoltato, e non ascoltato perché sconosciuto. Lo sforzo compiuto dall'Amministrazione comunale per la pubblicazione di un Compact disk con musiche di Gobatti potrebbe rompere finalmente il silenzio ed aiutare a comprendere il valore di un musicista le cui vicende umane, ancor oggi, muovono a sincera compassione.

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Come citare questo articolo

Corrado Ferri. “Stefano Gobatti (1852-1913)”. Ventaglio Novanta, n. 14, 1997. https://ventaglionovanta.it/archivio/stefano-gobatti-1852-1913-2/

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