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STORIA - TRADIZIONI

Storie di paesaggi sepolti

La sorprendente realtà archeologica nelle terre tra Grignano, Borsea e Arquà Polesine

di Raffaele Peretto e Sandra Bedetti

Ventaglio Novanta n. 40 2010 pp. 46–51

Se non ci fosse il supporto offerto dalla visione dall’alto, ben ridotte sarebbero le possibilità, per il nostro Polesine e per i territori contermini di bassa pianura, di ricostruire i segni di paesaggi del passato¹, frutto di vicende legate all’evoluzione naturale di fiumi ed anche all’opera dell’uomo, rappresentata in particolare da interventi territoriali per lo sfruttamento agricolo del suolo. Se le testimonianze di antichi fiumi scomparsi (paleoalvei) spesso possono essere individuate attraverso lo studio geomorfologico o l’analisi di carte topografiche, ben poco potremmo sapere delle divagazioni di corsi d’acqua secondari e soprattutto delle ripartizioni agrarie o di percorsi stradali eseguiti in passato, sepolti prevalentemente da sconvolgimenti idrografici verificatisi a partire dall’epoca altomedievale.

Solo la foto aerea permette di coordinare elementi che da terra paiono isolati, di leggerli e riunirli in categorie sia geografiche, sia storiche, sia archeologiche. Il colore e le varie tonalità del suolo agricolo, sia arato, sia interessato da coltivazioni, evidenziano paleoalvei, divagazioni fluviali, rotte, fossati di antiche bonifiche e di strade e, nei casi più fortunati tracce di abitazioni, di manufatti, di villaggi.

Le epoche più antiche

Alla luce delle attuali conoscenze archeologiche e paleoambientali del Polesine, particolarmente significativa si presenta una ridotta area a sud di Rovigo. Comprende parte delle terre di Grignano, Borsea e Arquà Polesine, ed è racchiusa tra il dosso dello scomparso ramo del Po di Adria e il Tartaro, vecchio corso del Canalbianco. Quest’area, pressoché al centro della Provincia, riconducibile idealmente nella forma ad un cuore, conserva testimonianze che richiamano tutta la storia del nostro territorio e che altrove non ritroviamo così insieme presenti.

A coronare questo “primato” è stato lo scavo archeologico della Soprintendenza ai Beni Archeologici del Veneto e del Museo dei Grandi Fiumi condotto l’anno scorso e ripreso quest’anno a Campestrin, presso Grignano. Sono infatti state portate alla luce le testimonianze di presenze insediative dell’età del Bronzo, in una fase (XIII-XII sec. a.C.) precedente alla piena attività del noto villaggio di Frattesina.

Questo ulteriore tassello si aggiunge agli altri che videro le terre in questione sfruttate dagli Etruschi e poi dai Romani per l’agricoltura e l’allevamento. Dal III sec. d.C. iniziò un periodo di crisi e di abbandono di molte aree che nei secoli successivi furono interessate da un parziale impaludamento, ma già dal IX secolo queste terre furono oggetto di contesa.

In questo contesto si inserisce la costruzione del Castello di Arquà trasformato in villa tra Cinque e Seicento a testimonianza di una “rinascita” agricola dei ridotti “Retratti” di Grignano, Borsea, Arquà, riportati in vecchie mappe. Vive e straordinariamente superstiti sono, inoltre, le regole che governano il bene collettivo agrario della Comuna di Grignano, con la rituale assemblea, a scadenza di lustro presso il Pavajon, per l’estrazione e l’assegnazione delle parcelle di terreno agli aventi diritto.

Se la storia più recente è documentata dalle fonti scritte e da monumenti, che negli ultimi anni sono stati oggetto di restauro con la conseguente doverosa valorizzazione, è l’archivio che la terra ancora riesce a conservare a mostrarci i segni di un passato più antico.

La prima mirata ricognizione aerea in Polesine, rivolta a scoprire tracce di paesaggi sepolti ancora impresse nella memoria della terra, risale ad un caldo primo pomeriggio di fine agosto², quando l’attività del museo rodigino era intenta a portare alla luce le tombe etrusco-padane, ricche di corredi, in località Balone, ai confini tra i territori comunali di Rovigo ed Arquà. Dall’alto apparve chiaro un disegno agrario a maglie quadrate discorde da quello della bonifica attuale. Il riscontro era particolarmente chiaro in quanto le lineazioni ortogonali di antiche carreggiate e di fossati si evidenziavano in superficie con segni gialli nei campi di soia (a causa di precoce maturazione) in contrasto con il colore ancora prevalentemente verde della coltivazione.

La documentazione raccolta, a seguito di altre programmate ricognizioni aeree, portò alla ricostruzione di una ridotta centuriazione databile all’epoca romana, racchiusa all’interno delle morfologie fluviali del Po di Adria e del Tartaro. La fotografia aerea e periodiche ricerche di superficie, condotte in particolare dal Gruppo Archeologico di Villadose, permisero anche di accertare una organizzata distribuzione insediativa nel V secolo a.C. in relazione alla presenza nella zona di genti etrusche: con molta probabilità più nuclei di capanne distribuite lungo un corso d’acqua, rilevato per un tratto di circa km. 5, che, pur di origine naturale, sembra mostrare segni di intervento antropico per garantirne la funzionalità. Questo complesso archeologico, come quelli accertati a San Cassiano di Crespino e nel territorio di Gavello, attesta l’organizzata gestione agricola dell’entroterra di Adria etrusca, rivolta a garantire l’economia commerciale della stessa città.

Nel Medioevo

A fronte di una presenza così significativa di testimonianze per l’epoca antica, sta una limitata conoscenza archeologica per l’epoca tardo antica ed alto-medievale, anche se l’area posta a sud di Rovigo fu al centro di frequenti contese ampiamente documentate.

Particolarmente significative per la posizione di confine sono le citazioni della pieve di Villamarzana ed in particolare del fundus Corneti pertinente ad essa ed oggetto di contese tra la diocesi di Adria ed il ducato di Ferrara.

Alla stessa pieve di Villamarzana apparteneva anche il fondo integro Granario concesso in enfiteusi nel 976 dall’abate di Santa Maria in Xenodochio di Ravenna. I due fundi, corrispondono oggi rispettivamente a Cornè, località posta in comune di Arquà, ed a Grignano, a sud ovest di Rovigo.

Il fundus Corneto è ricordato in tre documenti: nel 972 e nel 988 viene concesso in enfiteusi al giudice Orso di Ferrara sempre dall’abate di Santa Maria in Xenodochio, come territorio appartenente al comitato di Ferrara. Nel 1054, con un diploma, l’Imperatore Enrico III assegna la pieve di Villamarzana alla Diocesi di Adria, mentre nel 1105 con un privilegio papa Pasquale II pone la massam Corneti et Laugnavanum nel comitato di Ferrara e al confine con la diocesi di Adria.

Queste assegnazioni contrastanti indicano la non corrispondenza tra la giurisdizione ecclesiastica e quella civile e sono indice di uno stato di tensione tra la Diocesi di Adria ed il ducato di Ferrara, dovuta alla posizione strategica di quest’area posta nei pressi del confine settentrionale del Tartaro. Qui dal 1005 è attestata la pieve di Sant’Andrea di Arquà che incamerò i fundi e le massae sopra citate.

Ad ulteriore riprova dell’importanza strategica di tutta quest’area, sta la scelta da parte di Guglielmo degli Adelardi di costruirvi nel 1146 uno dei castella parva a difesa dei confini ferraresi, contro la minaccia degli Estensi che possedevano Rovigo ed aspiravano ad impossessarsi di una cospicua parte del territorio polesano. Il castello di Arquà è l’unico superstite di un sistema di fortificazioni documentate a Pontecchio, Maneggio, Fratta poste lungo il confine ferrarese, volte a contrastare l’avanzata della casata estense.

La presenza del castello arquatese, con la sua torre ampiamente rimaneggiata, è una testimonianza fondamentale dell’importanza strategica del luogo, ma le conoscenze relative alle ampie aree poste nei dintorni ed abitate in alcune parti, sono molto scarse. E’ probabile infatti che le strutture fortificate fungessero in momenti di crisi da punto di raccolta delle popolazioni, che abitavano le campagne limitrofe e potevano trovare rifugio e protezione da eventuali scorrerie, per tornare a svolgere le loro abituali attività in tempi di pace.

Per questo motivo risultano essere particolarmente significative le testimonianze archeologiche rinvenute spesso casualmente a seguito di scassi o arature profonde, che attestano la presenza di insediamenti anche di ridotta entità nell’agro circostante. Oltre al rinvenimento di frammenti di ceramica grezza e pietra ollare in alcune aree a sud est di Rovigo, è da ricordare lo scavo effettuato nel 2005 in località Casette di Grignano con il recupero di materiale di epoca romana riutilizzato ed alcuni frammenti di catini coperchio in ceramica refrattaria, un tipo di contenitore particolarmente diffuso tra IX e XV sec., probabilmente utilizzato come forno trasportabile. La scoperta, anche se non molto ricca di reperti, ha permesso di ricavare una continuità di frequentazione di alcune parti dell’antica centuriazione romana, poste in zone più favorevoli all’insediamento, lungo fasce dossive ed in prossimità di diramazioni fluviali minori.

Considerata l’importanza dal punto di vista strategico di quest’area e la presenza anche se sporadica, di testimonianze di epoca altomedievale, sarebbe opportuno avviare mirate ricerche in tutta la zona, soprattutto in prossimità di località citate nei documenti dell’epoca.

Un ruolo fondamentale a tale scopo, viene ad assumere la località di Cornè, per la funzione confinaria tra diocesi di Adria e ducato di Ferrara. Qui l’analisi delle foto aeree ha recentemente evidenziato una singolare struttura, in parte sconvolta dalla Transpolesana e per un settore non visibile sul suolo agricolo. La forma è comunque riconducibile ad una superficie rettangolare di circa un ettaro, contornata da fossato, all’interno della quale con lo stesso orientamento un altro fossato delinea un’area, pure rettangolare con i lati di circa m. 30×40. Anche se mancano dati utili ad ipotizzare la funzione di tale evidenza, sarebbe opportuno approfondire le indagini, per chiarire se si tratti di una fortificazione medievale, o siano tracce di una costruzione più antica.

Scavi, ricognizioni dall’alto e da terra, ricerche e studi tuttora in corso elevano queste terre (vediamole anche come simbolico cuore) tra le più significative della storia del Polesine.

I siti archeologici sono sempre più minacciati dall’espansione di centri commerciali ed artigianali a ridosso di due importati arterie stradali, alle quali si inserirà a breve una nuova autostrada. Già le prossime lottizzazioni andranno ulteriormente a coprire luoghi intensamente abitati dagli Etruschi, centuriati dai Romani, contesi e difesi in epoca medievale. Ormai nemmeno il suolo riesce a salvaguardare quanto per oltre tremila anni ha saputo custodire.

E’ auspicabile recuperare per quanto possibile queste testimonianze, trasferendole almeno nel museo, ma sarebbe ancora più opportuno giungere a progetti vivi di ricerca sul campo e – perché no?- ad un parco-laboratorio della storia di queste terre, che rispecchiano anche la storia dell’intero Polesine.

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Come citare questo articolo

Raffaele Peretto, Sandra Bedetti. “Storie di paesaggi sepolti”. Ventaglio Novanta, n. 40, 2010. https://ventaglionovanta.it/archivio/storie-di-paesaggi-sepolti/

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