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PERSONAGGI ILLUSTRI

Suor Felicita Baseggio (1752-1829)

190 anni fa si spegneva l’umile Serva di Dio, della quale è in avanzata fase la causa di beatificazione

di Lino Segantin

Ventaglio Novanta n. 59 2019 pp. 82–85

Difficile ai giorni nostri, quando le immagini televisive ci propongono vivaci suore inserite in contesti sociali molto aperti, pensare ad una vita di clausura. Un obiettivo questo desiderato con tutto il trasporto dell’anima da Anna Baseggio (1752-1829), poi suor M. Felicita che, appena pronunciata la propria adesione all’ordine delle francescane, si definì “la donna più felice del mondo”.

Un mondo, il suo, fatto di interiorità e colloqui con l’Altissimo, dato che limitate furono poi le sue occasioni di rapportarsi con la vita fuori dal chiostro.

Intervenne a Bologna per impedire un femminicidio

Una suora, in odore di santità, che oggi, nella truce epoca dei femminicidi, dovrebbe essere invocata per scongiurare il ripetersi di tali fatti di sangue che, con incredibile frequenza, vedono donne cadere vittime della violenza maschile.

Nel corso dell’esistenza della suora rodigina vi è infatti la testimonianza scritta di un suo intervento miracoloso, inteso a bloccare il braccio di un uomo furente in procinto di calare un’accetta sul capo della moglie.

Episodio caratterizzato dall’ubiquità, giacché si verificò a Bologna, mentre contemporaneamente suor Felicita si trovava nel convento rodigino. Gli scritti dell’epoca non mettono in dubbio il fatto, riportando anche la notizia che il quasi uxoricida, sbalordito e commosso, volle raggiungere Rovigo per incontrare suor Felicita.

La riconobbe immediatamente come l’artefice dell’intervento prodigioso, manifestando tutto il suo pentimento e l’adesione alla fede.

Nel convento delle Muneghette

L’entrata in convento della Baseggio, con il nome di Maria Felicita Fortunata (mentre quello di battesimo, ricevuto a Ferrara dove al tempo risiedeva, era Anna Clara Giovanna) avvenne presso la comunità delle Terziarie francescane, note come le Muneghette. Un piccolo monastero rodigino, a lato della chiesa della Rotonda, in cui fece ingresso nel 1783, quanto era già trentunenne; non giovanissima dunque, perché prima a lungo ostacolata nel suo proposito dal fratello Sante che fungeva da capofamiglia dopo la precoce morte del padre. Diventò novizia l’anno successivo e nel 1785 fece la solenne professione religiosa.

Era quella dei Baseggio una famiglia di origini veneziane, con interessi di lavoro tra Ferrara e Rovigo. I vari componenti furono attivi nel campo delle arti applicate: il padre si era distinto come intagliatore di legno ed il di lui fratello, Massimino, come pittore e decoratore. E da costui la giovane apprese l’arte della doratura, che fra l’altro applicò al meglio sul baldacchino dell’altar maggiore della chiesa di Fratta Polesine, scolpito dal fratello Sante. Costui fu sicuramente il personaggio di maggior spicco della famiglia, dato che, alle riconosciute doti artistiche, aggiunse anche la preparazione di ingegnere, tanto stimato che a Rovigo gli fu affidata la progettazione del palazzo dell’Accademia dei Concordi e poi del Teatro Sociale, completato giusto due secoli fa nel 1819.

Il desiderio di dedicare la sua vita a Dio da parte della giovane Baseggio si era manifestato già nella prima adolescenza, quando abitava ancora a Ferrara e si preparava a ricevere il sacramento dell’Eucarestia. Poi, quattordicenne, nel Duomo di Rovigo, aveva fatto il voto della castità in vista della vita da monaca. Il proposito si consolidò dopo il ritorno definitivo della famiglia a Rovigo, avvenuto nel 1876, quando, ormai ventiquattrenne, rafforzò le motivazioni della sua fede sotto la guida di mons. Giovanni Battista Lachini, per molti anni suo confessore e guida spirituale, il quale conservò molti degli scritti della religiosa.

L’entrata in convento avvenne – come detto – nel 1783, ma già nel 1770, a 18 anni – informano i sui biografi – aveva ricevuto le stimmate a forma di croce sul petto, e aveva più volte vissuto sconvolgenti intromissioni da parte del maligno. A questo proposito è ricordato un fatto singolare: trovando rovinata la sua opera di doratura del citato baldacchino di Fratta e venendo fatta oggetto di aspri rimproveri da parte del fratello Sante, la giovane riconobbe nel misfatto un intervento diabolico contro la sua persona. Pregò durante la santa messa per un’intercessione divina che non mancò di manifestarsi, facendo trovare, a fine della funzione religiosa, l’opera dorata perfettamente integra.

Nel silenzio del monastero delle Muneghette Maria Felicita Baseggio, dopo le ore di preghiera e quelle dedicate alle attività conventuali, trovò spesso il modo di scrivere le sue meditazioni e sensazioni; testi che consegnò ai suoi assistenti spirituali: oltre al citato mons. Lachini, a padre Luigi Ottoboni e a don Andrea Prosdocimi; tutti religiosi molto colti che, rendendosi conto della particolarità della vita della religiosa, sentirono la necessità di conservare i suoi scritti e riunire altre prove relative alla sua santità. Documentazione che fu poi raccolta da mons. Fortunato Giavarini, il quale, dopo oltre un secolo dalla morte di suor Felicita, diede alle stampe due monografie sulla religiosa – la prima pubblicata nel 1937 e la seconda nel 1955 – perorando l’avvio dell’iter per la proclamazione di suor M. Felicita Baseggio quale beata.

Gli eventi prodigiosi e il convento della SS Trinità

Tra gli eventi miracolosi confermati a più voci (e raccolti dal Giavarini), quello della richiesta esaudita affinché potesse rigenerarsi il grano del convento guastatosi. Dopo un’intensa preghiera di suor Felicita la stanza dove era conservato il frumento ammalorato si riempì di farfalle che tosto sparirono lasciando il cereale del tutto integro.

Nel 1786, durante una delle situazioni di estasi, fece una profezia relativa agli anni drammatici che si stavano avvicinando: la rivoluzione francese, la cruenta fine della monarchia, i rivolgimenti sui troni d’Europa, l’ascesa di Napoleone, la fine della Repubblica di Venezia, i travagli della chiesa.

Tante le situazioni in cui suor Felicita poté offrire il suo dolore per intercedere nei confronti di persone che chiedevano il suo aiuto. Nel 1803, a 51 anni, suor Fortunata ebbe dolori acuti, con una ripresa del sanguinamento delle ulcerazioni a forma di croce che aveva sul petto dall’età dei 18 anni. Il lino che fu steso sulle piaghe è tuttora conservato nel convento delle suore Ancelle della Santissima Trinità, che sorge nella via F. Baseggio a lei intitolata, una laterale di via don Minzoni.

Frattanto, nel 1805, in base alle leggi napoleoniche di soppressione di vari conventi, tra cui quello delle Muneghette, suor Felicita venne accolta nel vicino monastero della Santissima Trinità gestito dalle Eremitane di S. Agostino, dove il 13 marzo 1806 fece la solenne vestizione. Fu una vita di clausura contrassegnata da preghiere, penitenze (si conserva ancora il suo cilicio) e situazioni di esclusione (dato che la suora era ritenuta una visionaria) sopportate con spirito di cristiana accoglienza delle pene e delle privazioni. Fu proprio In questo periodo che si verificò il citato episodio del suo intervento per scongiurare il femminicidio di Bologna.

Gli ultimi anni e le pratiche per la beatificazione

Frattanto le traversie legate ai rivolgimenti politici con la soppressione dei conventi non erano ancora terminate: nel 1810 anche il monastero della Santissima Trinità veniva chiuso e confiscato (successivamente sarà destinato al Tribunale di Rovigo).

Suor Felicita venne allora accolta nell’abitazione del fratello Sante, per passare poi in un locale affittato di fronte al vescovado e infine in un’abitazione presso le due Torri, che condivise col nipote Giuseppe Baseggio. In ogni caso suor Felicita continuò una rigorosa vita monacale, manifestando disponibilità ad intercedere per le altrui sofferenze, e raggiungendo momenti di estasi.

Frequenti le visite di uomini di chiesa colpiti dalle sue particolari doti nel campo della fede, che rilasciarono scritti ed attestazioni ammirate. Tra le altre un resoconto, non privo di sconcerto, redatto da mons. Luigi Ramello, personaggio di vasta cultura, arciprete del Duomo nonché presidente dell’Accademia dei Concordi, il quale testimoniò di aver visto la religiosa cadere in trance, mentre la seggiola dove era assisa si alzava da terra, né fu possibile abbassarla nonostante l’impegno operato da tre uomini.

Suor Felicita morì 190 anni fa nell’abitazione rodigina di fronte al Castello delle due torri l’11 febbraio 1829 e fu sepolta nel cimitero comunale.

Nel 1837, anche in relazione all’affettuoso ricordo di tanti fedeli, si pensò di togliere la bara dalla terra per porla in un loculo. Esattamente un secolo dopo, nel 1937, fu rinverdito il ricordo suo ricordo soprattutto grazie alla prima biografia curata da mons. Fortunato Giavarini, cui seguì una seconda nel 1955, quando furono organizzate solenni cerimonie dedicate alla memoria della suora. Fu allora che i resti mortali di suor Felicita, esumati dal camposanto, raggiunsero il Duomo dove sostarono due giorni per essere poi traslati nella chiesetta delle Suore Ancelle della Santissima Trinità dove tuttora riposano.

Attualmente è attiva l’associazione intitolata a Suor M. Felicita Baseggio che, dopo la morte di mons. Giavarini, è guidata da Paolo Giuriati. Questa si è fatta promotrice di un’inchiesta diocesana per la causa di beatificazione dell’umile suora, aperta ufficialmente dal vescovo Martino Gomiero nel 1995 e chiusa nel 2007 dal vescovo Lucio Soravito de’ Franceschi con l’invio della documentazione alla romana Congregazione delle Cause dei Santi. Frattanto nella chiesa rodigina di San Domenico vengono periodicamente celebrate Sante Messe per chiedere alla Santissima Trinità la glorificazione della Serva di Dio, che appare ormai imminente.

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Come citare questo articolo

Lino Segantin. “Suor Felicita Baseggio (1752-1829)”. Ventaglio Novanta, n. 59, 2019. https://ventaglionovanta.it/archivio/suor-felicita-baseggio-1752-1829/

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