Corre quest’anno il quattrocentesimo anniversario della nascita di Francesco Morosini, uno dei personaggi più illustri di tutta la storia della Repubblica di Venezia, il cui nome – per quanto riguarda il Polesine – è indissolubilmente legato alla bella villa di Polesella. Tenteremo con questo contributo di tratteggiare, anche con alcune note inedite, la figura di questo valoroso – e forse controverso – comandante dell’armata veneziana, salito alla massima carica dello Stato marciano nel 1688.
Francesco Morosini nacque a Venezia il 26 febbraio 1619, terzogenito di Pietro Morosini, nobiluomo influente e dovizioso, e di Maria Morosini¹. Ad appena un anno perde la madre, annegata nelle acque della Brenta. Vi furono voci che incolparono il padre dell’accaduto, forse per il fatto che il nobiluomo, poco dopo la luttuosa perdita della moglie, si risposò con una nobildonna di casa Priuli, dalla quale peraltro ebbe due figli.
Il fanciullo, come era tradizione per i rampolli di nobile famiglia, ricevette una severa educazione presso il prestigioso collegio San Carlo di Modena, dove dimostrò ben presto una spiccata inclinazione per l’arte militare. In seguito, infatti, percorse nell’armata veneziana un cursus honorum fin ai più alti livelli, ottenendo per ben quattro volte la massima carica di Capitano Generale da Mar, salendo infine al soglio dogale.
L’interventismo militare
Impossibile descrivere compiutamente le molteplici imprese militari dell’eroico soldato, portate a termine con spirito patriottico ma anche con indomite azioni e strategie originali, in alcuni casi anche in contrasto con le direttive e gli ordini senatoriali². L’abile condottiero infatti aveva elaborato sue personali tattiche di guerra che spaziavano da fulminei scontri diretti in campo aperto a spossanti azioni di disturbo che alla lunga si rivelavano esiziali per il nemico.
Dai primi conflitti, che lo videro impegnato nel contrastare il fenomeno della pirateria, alle ben più impegnative guerre e battaglie contro l’impero ottomano, egli si distinse segnando la storia della Serenissima.
Tuttavia la gloria personale e la visibilità che ne derivò finirono per causare negli ambienti militari invidie e non di rado, soprattutto dopo il fallimento di qualche campagna militare, sospetti e accuse anche gravi. Ombre che comunque non minarono la sua inarrestabile carriera.
In effetti egli per natura, e forse per preparazione, era fautore quasi sempre di un netto interventismo bellico. Pertanto, quando sul campo di battaglia o nell’area degli scontri la situazione appariva incerta o una operazione militare richiedeva una immediata soluzione, non esitava ad agire di propria iniziativa senza attendere ordini o trascurando precedenti disposizioni superiori.
Queste sue “intemperanze” causarono gli attacchi degli avversari – ufficiali dell’armata veneziana che aspiravano anch’essi alle più alte cariche militari – e pertanto l’uomo d’arme si trovò a fronteggiare anche aspri dissidi sorti lontano dai teatri di guerra, ossia nelle stanze del potere della città lagunare.
Sarà in particolare l’esito negativo della guerra di Candia la causa scatenante del processo più grave intentato al Morosini. Infatti dopo una lunghissima serie di logoranti e sanguinosi assedi, con enormi perdite di vite umane da parte dei veneziani (ma anche degli ottomani), nel 1669 il Morosini, resosi conto che una difesa ad oltranza era obiettivamente inutile e che l’isola era ormai perduta, decise di deporre le armi. E’ così che Candia, l’ultimo avamposto e fortezza militare di Venezia nell’isola di Creta, viene conquistata definitivamente dai Turchi che tuttavia concedono ai veneziani sconfitti di allontanarsi onorevolmente dall’isola.
Si trattava però, ancora una volta, di una autonoma decisione del Morosini, presa senza direttive dall’alto, che gli costò un famoso processo, istigato dai suoi rivali, primo fra tutti l’antagonista di sempre: Antonio Barbaro, altro prode comandante della Serenissima. Dalle carte processuali emerge di fatto un suo coinvolgimento in affari poco chiari, soprattutto nel maneggio del denaro pubblico destinato alle risorse militari. I giudici, accertando altresì che ammanchi e malversazioni erano imputabili anche ad altri ufficiali e graduati, sotto le pressioni delle molte famiglie nobili implicate, pensarono bene di mettere tutto a tacere con l’assoluzione di tutti gli imputati, compreso il Morosini che fu così completamente scagionato.
La conquista del Peloponneso e la nomina a doge
Successivamente, quando pareva sopita ogni forma di rivalsa nei confronti dell’impero ottomano e svanita ogni possibilità di riappropriarsi dei domini veneziani nelle acque dell’Egeo, ormai quasi tutti persi, nel 1683 la guerra della Turchia contro l’Austria riaccese lo spirito di vendetta e le speranze di riconquistare sotto il vessillo di San Marco le terre perdute.
Venezia pertanto nel 1684 decise di entrare in guerra con l’impero ottomano, conferendo la carica di Capitano generale da Mar al Morosini, il quale, considerando troppo impegnativa una azione di offesa per riprendere Candia, volse le sue attenzioni verso la Morea, odierno Peloponneso.
Allestita una flotta, di non molte unità navali ma con truppe scelte per le operazioni anfibie, sua specialità militare, riconquistò ben presto fortezze ritenute inespugnabili. Con tempestive operazioni espugnò ad uno ad uno gli avamposti fortificati e difesi dai turchi, tanto che quasi tutta la Morea nel 1687 passò sotto il dominio veneziano.
Purtroppo durante l’assedio di Atene una cannonata, proveniente dalla artiglieria veneziana e pare su ordine del luogotenente del Morosini, Wilhelm conte von Konigsmarck³, oltre a provocare la morte di circa 200 persone rifugiatesi nell’acropoli, devastò irrimediabilmente parte della copertura del Partenone fin ad allora miracolosamente conservatasi⁴.
L’eco della folgorante vittoria giunse in patria e il Morosini, ancora impegnato nei lontani scenari di guerra, venne acclamato eroe dal popolo: divenne talmente celebre per le sue imprese militari da essere soprannominato il Peloponnesiaco. Il 3 aprile 1688 venne eletto doge, concludendo con la più alta carica della Repubblica la sua gloriosa carriera.
Dopo qualche anno l’incerta situazione nel Levante (ma c’è chi sospetta manovre di palazzo per allontanare il potente personaggio da Venezia) richiese ancora una volta l’intervento dell’eroico uomo d’arme contro i Turchi. Fu così che nel 1692, a 74 anni, Francesco Morosini, eletto per la quarta volta Capitano Generale da Mar, partì per l’ennesima spedizione militare, ma una volta arrivato nei teatri di guerra a lui ben noti, si ammalò cessando di vivere il 6 gennaio 1694 a Nauplia.
Morosini e la villa di Polesella
Siamo in pieno barocco, corrente artistica dirompente e anticonformista nel segno dello stupore e dell’eccentricità. Nonostante la ferrea disciplina e la durezza della vita militare, anche il più volte insignito dell’alta carica di Capitano da Mar, come del resto tutti gli ottimati del tempo, non sfuggiva al fascino di artisti eccelsi e rinomati.
Sappiamo per certo che afferenti alla famiglia Morosini vi furono l’architetto Antonio Gaspari, lo scultore Filippo Parodi e diversi pittori che immortalarono Francesco Morosini nelle varie fasi della sua vita e carriera, ma anche post mortem⁵. E a questo proposito va ricordato che, proprio su progetto del Gaspari nel 1694, subito dopo la morte del Morosini, al fine di celebrare le sue conquiste della Morea, il senato veneziano fece edificare un arco trionfale nella sala dello Scrutinio del palazzo ducale. Opera del Parodi è invece un pregevole busto bronzeo anch’esso collocato nel palazzo ducale, nella sala del Consiglio, e riportante l’iscrizione: Francisco Mauroceno Peloponnesiaco adhuc viventi. Privilegio mai concesso ad alcun doge in vita⁶.
E’ inoltre doveroso evidenziare che un segmento considerevole degli interessi artistici del nobiluomo era destinato ad una serie di progetti – molti dei quali rimasti sulla carta – rivolti alla città e al popolo nell’esclusivo intento di celebrare e commemorare la sua figura e le sue gesta. Non mancò neppure di far eseguire un nucleo di pregevoli schizzi sul suo monumento funebre ancora una volta dall’architetto Antonio Gaspari, non a caso spesso indicato come colui che operò rilevanti interventi di ristrutturazione della villa di Polesella.
Veniamo dunque alla corte dominicale di Polesella.
Francesco Morosini, celeberrimo uomo d’arme, ma altresì abile affarista, nella sua vita accumulò ingenti ricchezze, che spese anche per abbellire i palazzi di famiglia, come la sontuosa villa gentilizia di Polesella, dove sicuramente andava a rifugiarsi e rilassarsi nella quiete agreste, lontano dalle tumultuose e cruente azioni guerresche.
Evidentemente gli onerosi impegni militari non impedivano al nobiluomo di dedicare parte del suo tempo alla cura per questa dimora di campagna, della quale, a differenza delle imprese belliche tanto decantate anche in vita, poco o nulla si sa. Tenteremo, nei limiti angusti delle scarse fonti documentarie, di lumeggiare, anche con dettagli inediti, la storia di questo pregevole manufatto.
Non è azzardato ipotizzare che lo stesso Morosini, committente avveduto e preparato, abbia ideato e seguito di persona i lavori di ristrutturazione o abbellimento della villa, incaricando i migliori artisti, decoratori, ornatisti, pittori e soprattutto architetti.
Sulla paternità della villa – sicuramente della seconda metà del sec. XVI e dalla pregevole architettura che richiama stilemi palladiani – le fonti tacciono. Silenzio anche sulla sopraelevazione che appare per la prima volta, in documentazione ufficiale e certa, solo nel catasto del Polesine del 1708⁷.
Nell’osservare l’edificio balza subito agli occhi un vistoso riattamento seicentesco nel prospetto centrale, realizzato con una soluzione ardita. L’architetto anche questo purtroppo ignoto, rispettoso del nitore delle linee e della armonica scansione della parti aggettanti volutamente non elimina il preesistente timpano cuspidato ma lo sovrasta con un innalzamento in parte centinato, coagulando le due contrastanti strutture in un singolare e inconsueto amalgama stilistico.
Se da un lato rompe la garbata pulizia delle architetture classicheggianti, da un altro ne movimenta e impreziosisce la facciata imprimendo al manufatto una nota elegante e fastosa in linea con l’effervescenza del gusto barocco. Forse era questa la traccia che lo stesso Morosini voleva lasciare su questo palazzo, una sorta di marchio della sua presenza e del suo passaggio.
Infatti nel catasto del 1708, il primo catasto modernamente concepito e corredato di mappatura completa di tutte le proprietà, nelle rilevazioni di Polesella la villa gentilizia appare disegnata (sia pure mediante una assonometria incerta) con le quattro torrette angolari alla mura di cinta⁸, e si scorge abbozzato anche un cancello con pilastri laterali. Il cartografo non manca di riportare nel disegno la sopraelevazione al frontone centrale del palazzo con l’esatto numero delle aperture, che effettivamente risultano quelle tuttora esistenti. Interessante anche l’annotazione del giardino in genere posto nell’area della corte prospiciente alla facciata principale della villa.
La particella catastale così recita: N.H.E. Pietro Morosini ha un pezzo di terra con Palazzo, corte, Giardino e confina a mattino suddetto Sig.r Tezza, et Stradella, à mezzodi l’Arzere del Po’, à sera detto Arzere, et strada Consort.a à Tram: strada, et scolador Malgarin
Pietro Morosini è sicuramente il nipote del doge Francesco Morosini, figlio del fratello Lorenzo.
Nell’ultimo catasto fatto eseguire dalla Serenissima sul territorio polesano nel 1775, il cartografo ritorna a rilevare i fabbricati, presenti nel sedime della corte, in alzato ma con un grafismo sommario e bizzarro che riprende anche le parti laterali del palazzo, tuttavia riportando con cura tutte le aperture del palazzo, porte e finestre.
Un dettaglio rimarchevole invece è costituito dallo schizzo, appena identificabile, di una piccola croce posta sulla sommità di una torretta angolare della muratura che cinge la corte. In effetti quella torretta era stata riattata a cappella verso la seconda metà del Seicento proprio da Francesco Morosini, e dedicata a san Mauro in onore alla vittoria di santa Maura nelle acque dell’Egeo⁹.
Risulta titolare della particella catastale il N.H.E. Francesco Morosini I del Cavalier Morosini fu di Francesco Cavalier, ossia il pronipote del doge. Con il figlio di quest’ultimo si estinse la dinastia dei Morosini, in quanto egli ebbe una figlia, Elisabetta, che convolò a nozze con il conte Gatterburg, nobile viennese.
Successivamente la villa è passata in proprietà alla famiglia Mantovani e dal 2001 risulta nella disponibilità dell’ing. Luciano Zerbinati, già presidente dell’Istituto Ville Venete, che ne ha effettuato un completo e rigoroso restauro curato dall’arch. Gianluca Gulli.
Nel terminare questo contributo non si poteva tralasciare una rilevante testimonianza documentaria che attesta la sicura presenza del grande condottiero e doge Francesco Morosini in questa residenza di campagna. Si tratta della petizione rivolta al Vescovo, datata 26 maggio 1676, per la consacrazione del sopra menzionato oratorio¹⁰. Riportiamo alcuni significativi stralci della missiva del nobiluomo e della risposta assertiva dell’alto prelato:
Illustrissimo e reverendissimo Signor mio […] trovandomi qui alla Polesella con l’obbligo di fermarvimi qualche giorno et havendo nel recinto di mia casa fatta fabricare una piccola chiesola per udirvi la santa messa […] m’accade ricorrere al favore di Vostra Signoria Illustrissima e Reverendissima […] di venirl’a consacrare; onde in giornate così calde sodisfare all’obligatione di buon christiano e scansare in un tempo medesimo l’incommodo che mi risulta dal viaggiare sopra queste rive tanto esposte all’ardore del sole, com’è noto […] Di Vostra Signoria Illustrissima e Reverendissima Francesco Moresini Polesella li 26 Maggio 1676
Risposta del Vescovo: Tommaso Retano per grazia di Dio e della Sede apostolica vescovo di Adria All’Illustrissimo ed eccellentissimo nobile signor Francesco Morosini procuratore di San Marco di Venezia […] egli per licenza del sommo Pontefice e per privilegio ha curato recentemente di erigere e costruire dalle fondamenta un oratorio senza intitolazione vicino o presso la sua casa […] in località di Polesella di questa nostra diocesi adriese […] affinchè in quello stesso luogo per comodo suo e della sua famiglia si celebrasse il sacrificio della santa messa. Ci inoltrò supplica perché concedessimo al medesimo l’autorizzazione a benedire il detto oratorio per lo scopo sopraccennato. Pertanto Noi […] concediamo de impartiamo al reverendo signor Nicolò Manzoni arciprete […] il permesso di benedire il citato oratorio secondo il formulario del rituale romano, affinchè sul posto si possa celebrare il sacrificio della messa […] e infine siano osservate tutte quelle cose che per niente vengano in pregiudizio della detta chiesa parrocchiale, secondo le disposizioni del sacro Concilio di Trento […] In fede Dato a Lendinara dal palazzo della nostra residenza il giorno 27 magio 1676 Francesco Citante cancelliere della diocesi di Adria […]
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Come citare questo articolo
Mario Bulgarelli. “Francesco Morosini (1619-1604)”. Ventaglio Novanta, n. 59, 2019. https://ventaglionovanta.it/archivio/francesco-morosini-1619-1604/