A Venezia, è fondamentale effettuare la pulitura dei canali e dei rii; attività che periodicamente si realizza attraverso l’escavazione e l’asporto dei fanghi.
Tale pratica permette il ripristino delle suddette vie d’acqua, così da riportare la navigazione interna al buon funzionamento. Un’operazione questa che si esegue quasi sempre nei mesi più freddi dell’anno per non creare fastidiosi miasmi alla città, permettendo pure l’esplorazione dello stato delle fondazioni e, in caso di necessità, anche le relative riparazioni.
I Cavacanali e le regole della Serenissima
Si fa risalire al secolo XIII questa pratica, che al tempo si avvaleva della partecipazione di Ditte dette “Cavacanali”, attrezzate con draghe di loro invenzione, dette Edifici.
Pertanto si potevano vedere in quegli anni, un grande numero di cantieri sparsi per la città, con un andirivieni di burchi che trasportavano la melma nelle sacche di bonifica o in mare. Anticamente esistevano molti più rii e rielli di quelli attuali; molti infatti sono stati interrati per ampliare il sistema pedonale della città.
La Serenissima costringeva le Ditte addette agli scavi, ad un rigido rispetto delle leggi, distribuendo per la città cartelli con le seguenti scritte, (Rif. Sec. XVI): “…Riferi Theodoro, fante del officio, haver facto comandamento a tuti i Cavacanali che, soto pena di perder le burchielle et di esser frustadi, non debano andar a descargar driedro la Judecham, né in le chavane, né fuori de le chavane…” e, altre disposioni, che vietavano alle burchielle di trasportare fanghi e “rovinassi”, dopo il tramonto, per evitare lo scarico abusivo. Chi desiderava partecipare alle operazioni di scavo dei rii e canali, doveva inviare la “supplica” al Serenissimo Principe o alla Signoria.
Le varie magistrature senator iali competenti per le escavazioni, “de supra canalibus” – i Provveditori di Comun, I Savi e il Collegio solenne delle acque – contribuivano al controllo delle operazioni con relativo parere tecnico delle proposte inviate.
I Savi del Consiglio a loro volta, inviavano al Senato o “Pregadi”, la relativa supplica corredata dal carteggio a volte sottoposto al parere di tecnici specializzati.
E’ importante sottolineare, come la Serenissima tenesse in considerazione le invenzioni che arrivavano in città da ogni parte dell’Italia e dall’Europa, promulgando in data 19.03.1474 lo Stato dei brevetti, la prima legge al mondo che tutelava le idee di tutti gli inventori.
“L’andarà parte che per auctorità de questo Conseio, chadaun che farà in questa Cit à algun nuovo et ingegnoso artificio, non facto per avanti nel dominio nostro, reducto chel sarà a perfection, siche el se possi usar, et exsercitar, sia tegnudo darlo in nota al officio di nostri provveditori de Comun. Siando prohibito a chadaun altro in alguna terra e luogo nostro, far algun altro artificio, ad immagine et similitudine di quello, sensa consentimento et licentia del auctor, fino ad anni 10”.
Una commissione apposita del Senato emetteva una “Ducale” con bollo e sigillo di piombo, conservata presso gli Uffici di Rialto. Così nasceva il primo archivio di Stato che conservava pure gli atti deliberativi del Maggior Consiglio. Tale organizzazione amministrativa permetteva di accelerare le pratiche di assegnazione dei lavori e l’immediata rintracciabilità dei documenti.
Gli “edifici” di Zuan Marco Canoci de Lendenara
Detto tutto ciò, ci fa piacere rendere noto che tra gli interessati a svolgere le operazioni di scavo dei canali e dei rii veneziani, troviamo un certo Zuan Marco di Canoci, “dicto de Lendenara”. Costui, nel mese di luglio dell’anno 1508, presentò una supplica al Doge di Venezia, Leonardo Loredan, precisando di essere in grado di “cavar cum prestezza de tempo li canali et lagune ammunide co do edifici dependenti uno da l’altro, uno de i quali serve a grandissimo fondo, l’altro a menor”. Tali “Edifici” saranno in grado di produrre più speditamente il lavoro di quelle invenzioni sin d’ora proposte da altre Ditte.
Considerata la minor spesa, per i lavori su esposti, preventivata dal Canoci, il Savio alle Acque Hieronimo Duodo dichiara di aver visto ed esaminati i documenti presentati, facendo seguire il seguente positivo parere: “el qual crede, riuscirà bene”. Pertanto il 7 luglio del 1508 il Senato assegna al Canoci i lavori di scavo, per la durata di venticinque anni, obbligando il lendinarese a rendere attiva la sua invenzione entro due anni, pena la decadenza della grazia.
A questo proposito va anche detto che il Canoci chiedeva venisse concesso a lui e ai suoi eredi, il privilegio per cinquant’anni, così pure a coloro che avevano contribuito a finanziare la costruzione delle sue attrezzature. Della possibile accettazione di questa ulteriore richiesta non abbiamo notizie.
Vi è invece un documento, dato 2 dicembre 1546, in cui si legge che un certo Pietro Antonio Pilloni – anche questo da Lendinara – inviò una supplica al Doge Francesco Donà, per costruire un nuovo Edificio Cavafanghi. Ma a lui non fu concesso il privilegio. (A.S.Ve., Savi ed Esecutori delle Acque, filza 122, c.45. Roberto Berviglieri).
Non sappiamo se, all’epoca della richiesta di questo secondo cavatore lendinarese, il nostro Zuan Marco Canoci esercitasse ancora l’attività di pulizia dei rii a Venezia. Quello che ci interessa approfondire è un’altra questione: Zuan Marco Canoci, era un parente dei famosi Lorenzo e Cristoforo Canozi da Lendinara, insigni artisti nell’arte delle tarsie lignee, vissuti nel secolo XV? Vediamo.
Figlio del celebre intarsiatore Lorenzo Canozi
Va innanzitutto ricordato che i due fratelli artisti, oltre che come Canozi, erano noti anche con vari altri appellativi: Genesini, Da Lendinara, Zanesini, Zaneselli,¹ ed in più anche con l’appellativo – e questo è importante sottolinearlo – di Canoci (o Canocci) che, spesse volte, si trova in antichi documenti o iscrizioni di identificazione dell’opera dei maestri lendinaresi. Nel Duomo di San Martino a Lucca, ad esempio, si può leggere – per quanto riguarda la realizzazione di banchi e armadi intarsiati della sacrestia – la dicitura: “Cristopharus de Canocciis de Lendenara fecit… Opus MCCCCLXXXVIII”.
Torniamo ora al documento veneziano sopra citato, relativo alla concessione ottenuta da Zuan Marco Canoci il 7 luglio del 1508, (Senato Terra, reg. 16, cc. 15v-16r), e riproponiamo la domanda: poteva essere costui un discendente dei fratelli intarsiatori con i quali condivideva l’appellativo di “Canoci”?
E’ molto probabile.
Zuan Marco o Giovanmarco, è citato come figlio e collaboratore di Lorenzo Canozi da Luca Pacioli (1445-1517), erudito frate minore (contemporaneo del lendinarese) autore dell’importante testo “De Divina Proportione” ².
Secondo quanto scrive il frate (vedi nota 2), il figliuolo di Lorenzo avrebbe svolto “l’opere sue in Roico e degno coro in nostro convento in Venegia e in la Mirandola”. In particolare, presso la Fortezza di Mirandola, Zuan Marco avrebbe esercitato un apprezzato ruolo di ingegnere idraulico e architetto progettista. Si tratta di un imponente mastio alto 48 metri, fatto costruire da Galeotto Pico conosciuto come fortezza indistruttibile, eretta nel 1499-1500. L’edificio solidissimo e isolato, era collegato, tramite un ponte levatoio, al terzo piano del vicino fabbricato del castello.
Un personaggio non certo secondario, dunque, Zuan Marco, del quale sottolineiamo di seguito le importanti opere nelle quali si ritiene abbia espresso il suo ingegno di intarsiatore:
• Fu allievo del padre Lorenzo, con cui si presume abbia collaborato alla realizzazione del coro di San Antonio a Padova (purtroppo distrutto da un incendio nel corso del ‘700) e forse anche delle porte intarsiate degli armadi della Sagrestia (queste ancora presenti ed ammirabili).
• Anche a Venezia Zuan Marco avrebbe svolto una apprezzata attività di intarsiatore; il lendinarese viene infatti citato per la costruzione di stalli nel Convento di S. Francesco della Vigna (opera anche questa scomparsa nel XVI sec.), che ebbe le lodi di Francesco Sansovino nella pubblicazione del 1581, “Venetia città nobilissima et singolare”: “…e similmente cosa eccellente il coro dei frati lavorato di tarsia secondo l’antico uso de nostri passati. Et fu lavoro di Gian Marco Canozzi famoso nel tempo suo in così fatto magistero di cose…”.
• A Rovigo, come detto, Zuan Marco si adoperò con il padre nell’allestimento del coro della Chiesa di S. Francesco, avvenuto tra il 1488 e il 1493. Anche di quest’opera lignea però non è rimasta traccia.
Il Bartoli lo cita inoltre come pittore, ma non ci sono documenti che attestino la realtà di questo impegno.
Molteplici dunque i riferimenti all’importante attività svolta da Zuan Marco; artista però poco fortunato per quanto riguarda la sopravvivenza delle sue opere nel succedersi dei secoli, dato che nulla di certo è pervenuto fino ai nostri giorni. Anche le date di nascita e morte dell’ingegnoso lendinarese, vissuto a cavallo tra il XV e XVI secolo, non hanno finora trovato documentazione certa.
Una ulteriore informazione biografica ci viene però dallo studioso Michele Caffi (1814-1894)³, il quale afferma che l’artista lendinarese fissò la sua residenza a Rovigo, dove i suoi discendenti rimasero domiciliati sino alla fine del 1600.
Abitavano presso la chiesa rodigina di San Antonio Abate, popolarmente detta di San Domenico. Sulla loro tomba (di cui allo stato attuale non vi è traccia), Caffi documenta la presenza di una epigrafe recante questa frase: “SEPVLTVRA ILLORVM DE CANOTIIS DE LENDENARI A CIVIVM ET IIABITATOR RHODJGII. AN. DNI. MDIV”.
Un personaggio di rilievo, dunque, Zuan Marco, da ascrivere nell’ambito dei “Polesani Illustri” che vissero ed operarono nel corso del Rinascimento, epoca straordinaria in cui si ebbe una incredibile fioritura di artisti e uomini di ingegno, tra cui i Canozi lendinaresi, eccelsi intarsiatori e maestri di prospettiva.
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Come citare questo articolo
Renato Scarpi. “Zuan Marco Canozi (XV-XVI sec.)”. Ventaglio Novanta, n. 59, 2019. https://ventaglionovanta.it/archivio/zuan-marco-canozi-xv-xvi-sec/