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STORIA - TRADIZIONI

Lo storico mulino Guerra

A Bovazecchino di Badia Polesine, ha rappresentato a lungo - dalla fine dell’800 - un importante punto di riferimento sulle acque dell’Adige

di Annalisa Marini

Ventaglio Novanta n. 59 2019 pp. 68–71

I mulini natanti costruiti su barche, sono scomparsi da oltre 50 anni, ma fino all’Ottocento erano numerosissimi sul Po e sull’Adige. Erano formati da due barconi a fondo piatto, chiamati “sandoni”, affiancati e tenuti uniti e distanziati da un’opportuna travatura, in modo da costruire una struttura robusta.

La ruota idraulica “mulinella” era montata tra i due scafi e, ruotando su se stessa per effetto della corrente dell’acqua, aveva la funzione di azionare la macina col meccanismo lubecchio-rocchetto.

I sandoni erano orientati con la prua verso la corrente, convogliavano l’acqua aumentandone la velocità, verso la mulinella. Il mulino era “appiardato”, ovvero collegato alla riva, con passerelle mobili.

Era sottoposto ad una rigorosa normativa imposta da un apposito Regio Decreto sia sulla collocazione che sulla produzione. Macinava prevalentemente grano e mais, il cereale, questo, arrivato in Italia dopo la scoperta dell’America e coltivato per la prima volta nel 1554 in Italia a Villabona, ora Villa D’Adige frazione di Badia Polesine.

Nel periodo compreso tra gli anni 1950 e 1960 sulle acque dell’Adige erano ancora in funzione alcuni mulini. Uno di questi, situato in località Bovazecchino di Badia Polesine, era di proprietà della famiglia Guerra, attivo fino al 1960.

Ci incontriamo con Giuliano Guerra, che ha vissuto direttamente l’esperienza del mulino natante ed ora gestisce un avviato mulino terragno a Giacciano con Baruchella.

Al tempo lei era un ragazzo. Come ha vissuto l’esperienza del mulino sull’Adige?

“Il mulino era di mio nonno Angelo – racconta -. Da ragazzo, durante le vacanze estive quasi tutti i pomeriggi andavo sul fiume al mulino del nonno. Ci si trovava in tanti giovani di Badia, si nuotava, si andava a fare un giro in barca, si pescava con la fiocina i pesci di una bontà unica “le indorade” che si nutrivano di quel muschio che nasceva ad una profondità di 50 centimetri sotto la superficie dell’acqua, sulle pareti dei sandoni.

Al mulino si stava bene, c’era sempre movimento: le spose venivano a prendere la farina appena macinata per fare la polenta o il pane; i contadini portavano il granoturco o il frumento da macinare, e c’erano sull’argine del fiume tanti carretti trainati da robusti muli. Alcuni clienti pagavano la merce, mentre altri la scambiavano con cereali e davano un compenso per la lavorazione, così detta “màsena”. A volte si infervoravano gli animi per accordarsi sul costo della macinazione, ma di fronte ad un fiasco di vino nostrano si trovava sempre l’accordo. (Tutti i mugnai all’epoca, erano grandi bevitori, con la scusa che la farina s’incollava alla gola)”.

Quali erano le attività quotidiane che impegnavano la gestione del mulino?

“Va innanzitutto detto che in un luogo così non potevi mai annoiarti – riprende Giuliano -. C’era tanto da fare come portare i sacchi di cereali dalla terraferma al mulino e tutti a spalla. L’unico passaggio per salire sull’assito era rappresentato dalla “peagna” larga poco meno di un metro e sospesa sull’acqua.

Altro importante impegno era quello di svuotare l’acqua dai sandoni per evitare il pericolo della formazione delle muffe e la conseguente decomposizione del legno. Si doveva poi fare una costante manutenzione agli ingranaggi del mulino per garantire il regolare movimento della macinazione.

Era un impianto molitorio vero e proprio – ribadisce -, costruito interamente in legno di larice “àrese” molto resinoso, di eccezionale resistenza. Poteva macinare anche 24 ore al giorno senza mai fermarsi, bastava caricare il cereale nella tramoggia, sorvegliare la macinazione e raccogliere la farina nei sacchi.

Gli ingranaggi del mulino, invece, erano costruiti con legno di gelso “moraro” e di robinia “rubin”, necessitavano di essere sempre unti con grasso animale. Trasmettevano il movimento rotatorio sulle macine a forma circolare in pietra sovrapposte l’una sull’altra, del peso di 5-6 quintali all’una potevano essere 2 o 4. La macina sottostante detta “dormiente” rimaneva ferma, mentre quella superiore in movimento era detta “rotante”. Il “palmento” frantumava il cereale producendo la farina. L’opificio veniva fermato solo per pulire le macine e ripristinare i solchi, mediante la rabbigliatura, operazione necessaria a migliorarne la funzione.”

La giornata presso il mulino non si concludeva al calar del sole…

“Verso sera andavamo a casa per lavarci e cenare, poi ritornavamo al mulino per caricare le tramogge di grano o mais e passavamo la notte sul macinatoio a fare la guardia. Per me, dormire al mulino disteso sul pagliericcio, lasciandomi dondolare dallo scorrere dell’acqua con il frastornante rumore delle macine, simile ad un treno merci di passaggio, era un momento magico”.

Il rapporto col fiume era sempre rassicurante?

“In Primavera e in Autunno, il fiume Adige si ingrossava molto, diventava minaccioso e faceva molta paura per cui si organizzavano i turni di sorveglianza giorno e notte per vigilare gli argini. La grande paura era dovuta all’eventuale formazione dei fontanazzi, per cui bisognava essere pronti ad intervenire nel momento in cui si formavano e circoscriverli con sacchi di sabbia”.

Tornando all’attività del “mulinaro”, come venivano curati i rapporti con i principali clienti?

“Una volta alla settimana si faceva il giro dei clienti, che per noi erano i contadini, col carretto ed il mulo simpaticamente chiamato Mario, per consegnare a domicilio la farina, la semola e il “cruschetto”. Al rientro, nel calar della sera, per i mugnai c’era la tappa obbligatoria alla “secela” che era un capanno tipico fatto di canne dove il contadino vendeva il suo vino ai passanti; e lì i mugnai alzavano il gomito e ci davano talmente dentro che, spesso, tornavano a casa stesi sul carretto, ma fedelmente accompagnati dal loro mulo che ormai conosceva la strada”.

E’ evidente la sua nostalgia nei confronti di un’epoca che può rivivere solo nel ricordo…

“Che bei tempi – sottolinea Giuliano con un sorriso misto a lacrime -. Mi sembra di risentire la voce di mio nonno quando mi diceva una delle sue massime “Poco cibo e niente affanno, sanità di corpo fanno”. Ricordo benissimo che nel 1961 il mulino era ancora in funzione e qualche anno dopo la Soprintendenza lo acquisì per farne una sorta di museo, ma non ebbe l’accortezza di conservarlo bene, così che, dopo un po’, affondò e andò perduto.

Mia mamma mi raccontava che quando era giovane, fra Castagnaro e Badia Polesine, sulla riva destra dell’Adige, erano ancora funzionanti, almeno sino ai primi anni ‘40 del secolo scorso, ben 21 mulini. Una storia che non va dimenticata”.

Giuliano Guerra oggi

Oggi, la moderna tecnologia ha sostituito la tradizione, ma non ha spento la memoria che ancora alimenta l’anima del “mulinaro”. Giuliano Guerra ha infatti seguito l’evoluzione tecnologica senza dimenticare il passato, dovendo però trasferire l’attività un tempo gestita dal nonno dal fiume alla terra.

Ha posto la sua azienda, la PANIFICATI GUERRA condotta con il figlio Matteo, in un antico e ristrutturato molino terragno a Giacciano con Baruchella. Un’azienda che ha come Logo, proprio l’antico molino sull’Adige, nel rispetto dei valori ereditati dal nonno Angelo, che ha fatto il mulinaro, dopo essere tornato dalla prima guerra mondiale, sino alla metà degli anni ‘60 del secolo scorso.

Angelo Guerra, Cavaliere di Vittorio Veneto, era nato il 14 luglio del 1900 e si è spento il 18 aprile 1977.

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Come citare questo articolo

Annalisa Marini. “Lo storico mulino Guerra”. Ventaglio Novanta, n. 59, 2019. https://ventaglionovanta.it/archivio/lo-storico-mulino-guerra/

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