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UN RICORDO

Ugo Stefanutti, medico e poeta

Fu strenuo sostenitore del premio di poesia “Cosmo d’oro” di Canaro

di Angioletta Masiero

Ventaglio Novanta n. 33 2006 pp. 94–98

Mi manchi molto Ugo. Mi manca il calore della tua amicizia, mi mancano le tue telefonate, i nostri scambi di opinioni, i dialoghi letterari… Mi manca la tua voce, Ugo, la profondità della tua intelligenza, la vivacità del tuo parlare e della tua creatività…

E’ passato più di un anno da quando te ne sei andato e ancora non so farmene una ragione, non mi sembra vero. Tu amavi la vita, Ugo, l’amavi intensamente, e amavi l’arte, in ogni sua forma. Secondo te, in ogni vero artista, palpita una scintilla divina; infatti, hai scritto che “molto è stato dato e molto è stato negato, ma questo è il dono più grande che l’uomo abbia mai ricevuto: affermare la Trascendenza”.

Il mistero del cosmo ti ha sempre affascinato e, nelle tue esaltanti liriche, hai cantato i pensieri millenari, le latitudini estreme, le sorgenti nascoste dell’uomo, della vita, del tempo.

Ci siamo conosciuti tanti anni fa, durante una cerimonia di premiazione del “Cosmo d’oro”, il concorso nazionale di poesia cosmica di cui sei stato fondatore e presidente.

Da allora la nostra amicizia è andata sempre più rafforzandosi e le nostre telefonate permettevano di approfondire argomenti poetici e artistici che appassionavano entrambi. Ogni tanto parlavamo anche di medicina, dei tuoi saggi sul progresso della medicina e della chirurgia; perchè sei stato medico, docente universitario e storico della medicina di grande levatura, con un ricchissimo curriculum di scrittore e artista.

Ennio Pouchard ha scritto che volevi vivere “in una dimensione in cui l’arte, scienza, poesia si incamminano unite a disegnare il futuro dell’uomo”. E’ vero, era per questo che hai composto, disegnato, pubblicato libri di poesia e grafica, creato movimenti letterari e poetici.

Hai avuto tanti amori nella tua vita, Ugo. L’amore per la tua famiglia, per la tua carissima moglie, per i tuoi adorati figli; l’amore per la tua città natale, Venezia, alla quale hai dedicato liriche, libri, disegni.

Ricordi quante volte, al telefono, abbiamo citato le tue poesie tratte dal volume “Città dondolante”? Quello con i disegni di Virgilio Guidi? Mi piacevano tanto i tuoi versi e a te piaceva che li recitassi al telefono.

Si era parlato anche di realizzare un recital di poesia e musica ispirata al tuo libro, dovevamo sentirci ancora per definire i particolari. Purtroppo non c’è stato il tempo per concludere il nostro progetto.

A volte, quando sono sola, li recito ancora, Ugo, i tuoi versi, quelli che ti piacevano tanto:

“… Prima che la salsedine e lo scirocco ti inaridiscano (ahimè, l’aria che un giorno ti crebbe ora ti corrode), prima che l’incuria degli uomini ti desquami, o diaspro lamelliforme, lascia che mi tuffi nella tua anima di acqua e insieme vaghiamo per le isole dell’infanzia.”

Le radici di Venezia erano piantate nel tuo cuore, Ugo. Tu eri Venezia e Venezia era la tua anima d’acqua e di luce.

Alla storia di Venezia, come a quella dello studio di Padova nei secoli, hai dedicato opere importanti. Hai diretto anche prestigiose collane, come, ad esempio, le due collane dell’Editore Forni di Bologna; la prima dedicata alla Storia delle scienze, la seconda alla Bibliografia e storia veneziana.

Sei stato autore di numerosi libri, saggi, studi, taluni tradotti in più lingue. Sei stato premiato più volte in Italia dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e all’estero.

Non dimenticherò mai la tua emozione quando mi telefonasti dicendomi che alcune tue liriche avrebbero presentato Venezia e l’Italia al Festival Internazionale delle Arti a New York. Era il 1988, io ero una ragazzina che aveva vinto alcuni concorsi letterari nazionali, e tu eri un artista già affermato. Mi telefonasti per dirmi che avevi letto su una rivista letteraria alcune mie liriche e ti erano piaciute. Da allora ci siamo sentiti tante, tantissime volte. Ma non sono mai riuscita a dirti quanti significasse per me la tua amicizia, quanto tenessi ai tuoi giudizi che lasciavano trasparire la profondità del tuo mondo interiore, le tue emozioni, le malinconie e le mille voci del cuore.

Oltre all’amore per Venezia nutrivi una grande passione anche per le affascinanti ed alte cime delle Dolomiti; ad esse hai dedicato un bellissimo libro di liriche dal titolo “Le sorgenti nascoste – Dolomiti preludio”. Splendida è la tua che ho imparato a memoria:

“Di scoglio in scoglio di smarrimento in smarrimento I sentimenti vacillano sull’orlo del nulla Tentiamo oscuriamoci a noi stessi Ricuperiamo le sorgenti nascoste Profondità”.

Ti piaceva scavare nel mistero del Cosmo, Ugo, così come ti affascinava la voce segreta delle montagne, il loro canto sommesso, la sinfonia dei boschi e torrenti, il sussurro antico degli abeti, i messaggi ancestrali di rocce e caverne…

Avevi una sensibilità acutissima, Ugo, una sensibilità che ti consentiva di avvertire percezioni particolari legate a ciò che ti circondava. Captavi in modo intenso la precarietà e la fragilità dell’essere umano, il suo vagare sulla terra in cerca di un approdo.

Nel libro “Neuroni della terra” troviamo una tua lirica che amo in modo particolare: “Aridità”.

“Rivestiti dal nostro fardello di pelle, viandanti sonnolenti arranchiamo nell’ansia. La pioggia scroscia sul tetto laminoso. La terra emana il suo odore di madre ma noi sperduti brancoliamo”.

Ugo, mi hai insegnato che è “verso la fine che si intravede il principio”. E quando cala l’ombra è la Luce del Tutto che ci avvolge.

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Come citare questo articolo

Angioletta Masiero. “Ugo Stefanutti, medico e poeta”. Ventaglio Novanta, n. 33, 2006. https://ventaglionovanta.it/archivio/ugo-stefanutti-medico-e-poeta/

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