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Una poetessa da non dimenticare

Argia Castiglioni Vitalis (1855-1933), oltre che scrittrice in versi e prosa, svolse un’interessante attività a favore dell’Accademia dei Concordi

di M. Lodovica Mutterle

Ventaglio Novanta n. 2 1990 pp. 171–178

“Vissi solitaria e riservata amante solo della cultura letteraria che un po’ mi conquistai da me sola, senza scuole e senza maestri, appassionandomi alla lettura di scritti seri e celebri facendo l’abitudine di leggere e rileggere meditando e soprattutto gustando i grandi pensieri dei grandi pensatori…”

Con queste parole Argia Castiglioni Vitalis descrive nel testamento il costituirsi in lei della passione per la poesia e la letteratura.

Nata a Rovigo il 4 maggio 1855, da famiglia ebraica, fin dalla giovinezza manifesta prepotente la vocazione poetica. A 17 anni compone un carme per l’amica Sofia Consigli Delaito intitolato “Ad una giovane madre”. La ricca produzione occasionale pervenutaci manifesta la sua partecipazione personale ai momenti importanti della vita familiare “Ad Arrigo Cavaglieri per il conseguimento della laurea in legge”, diversi idilli per nozze “Cavaglieri-Terni”, “Formiggini-Cavaglieri” o “Gina” ma anche la condivisione del profondo dolore per la morte del cugino Guido Cavaglieri, docente all’Università di Roma.

La sua vera ispirazione poetica si coglie nelle raccolte “Non invano” (1896), “Ultime voci” (1914), “Tutta l’anima” (1920) e Patria (1915) che riflettono una sensibilità alimentata dalla conoscenza e dalla lettura dei poeti più rappresentativi del secolo XIX: Pascoli, D’Annunzio, Carducci, ma soprattutto una composta dignità letteraria.

Spirito colto e versatile è chiamata a presentare in Accademia dei Concordi e poi nell’Istituto Filarmonico di Adria l’opera “Lirica ed Affetti di Francesco Petrarca” (pubblicata nello stesso anno 1904). Accetta nell’anno seguente di commentare la produzione letteraria del Foscolo con particolare riferimento alle Grazie.

Aggregata nel 1913 all’Accademia dei Concordi svolgerà costantemente una intensa attività di sostegno e animazione a favore dell’Istituto. Pubblicista nel Corriere del Polesine con lo pseudonimo di Vita-Lis commenta avvenimenti che interessano il progresso scientifico come la scoperta fatta da Koch o gli episodi di antisemitismo che verso la fine dell’800 si manifestano a livello europeo, e fa stampare tra i suoi diversi scritti “Il fantasma della Rotonda” e, a puntate, il romanzo “Senza amore”. Sempre nella stessa linea di interesse per le problematiche contemporanee pubblica “Prescelta”, ove dibatte fra l’altro del divorzio.

L’arte fiorita nel suo spirito di autodidatta diventa in lei strumento di educazione civile. “I carbonari del Polesine e l’insidia di una festa. Scene e base storica” del 1916 si apre con una dedica alla gioventù polesana “perché tenga presente quanto importi amare e conservare una patria acquistata a prezzo di tanti e così grandi e così nobili sacrifici”. Non si arrende nemmeno di fronte alla cecità che la colpisce a 68 anni.

Nei suoi numerosissimi scritti Argia Castiglioni Vitalis dimostrò sempre amore per Rovigo ove risiedette costantemente fuorché negli anni del soggiorno fiorentino, ove seguì il marito Enrico Levi Valle. Morendo, il 14 luglio 1933, beneficò la Concordiana con la clausola di pubblicare una scelta dei suoi componimenti poetici.

La commissione preposta ne scelse 42 e li diede alle stampe nel 1934 con il titolo di “Poesie”. Nella prefazione dell’opera si sottolinea la delicata arte poetica della Vitalis: “non voli ardimentosi attraverso un lirismo superiore, ma voci raccolte intorno al cuore, voci di bontà, di umanità e di fervore patriottico espresse con semplice armonia e luci di fantasia piana che spesso raggiungono simpatiche colorazioni e riescono a persuadere e a commuovere”.

Anche un’iscrizione marmorea collocata nell’atrio dell’Accademia ricorda le opere, l’amore alla cultura e all’arte di questa donna, presto dimenticata, forse complici le leggi razziali.

Una riproposta di alcune sue composizioni poetiche, pubblicate nelle pagine che seguono, appare dunque quanto mai opportuna per ricordare una voce sensibile, che manifestò attaccamento per la propria terra.

ULTIMO LAMENTO DI SAFFO

Ecco la rupe. Un balzo, un grido, e alfine tregua per sempre avranno amore e pianto. Ah! non credea venirne a cotal fine io, signora del canto.

A me la cetra. Un ultimo concento vo’ trarne pria di scender spenta a Dite: sarà supremo di dolor lamento: oh disamate! udite.

La bellezza adorai. Dovunque un raggio apparve a me di sua celeste essenza caddi prostrata e con desìo selvaggio ne invocai la potenza.

Ma fui respinta dalle cose belle io, disadorna d’ogni grazia, e a vile tenuta fu colei ch’alto alle stelle erse l’Eolio stile.

Dalle coltri infuocate a notte piena balzai, vergine ignara, amor chiamando, sentii per febbre ardente ogni mia vena fremere spasimando.

Niuno ai gridi rispose e niun comprese il tesor degli affetti alti, divini: oh disamate! come a voi, contese gioje, cure, destini mi fùr, per cui di donna inclito il Fato còmpiesi, e sposa non potei nomàrmi, nè labbro udir di pargolo adorato il più bel nome darmi.

Nei poetici ludi auree corone vinsi in Olimpia, e per la Jonia sponda l’eco acclamata d’ogni mia canzone far mi dovea gioconda.

Ma plausi e glorie risuonar fallaci all’infelice, cui dolore e scherno fu d’amore sete, e non s’effuse in baci, né il seno ebbe materno.

Oh invan bramate intorno a un focolare delle spose dolcezze e delle madri! Oh casti, intimi gaudii, oh voci care di fanciulli leggiadri!

Ed io, diserta per non giusta legge, da cotai beni, la vita maligna rifiuto, e morte l’error mi corregge di natura matrigna.

Sciolto, dal suo mal pregiato velo n’andrà lo spirito ai sacri Elisi prati, o puro, come il fior dell’asfodèlo, apparirà ai beati.

Puro, e recinto di quell’una e sola immortale beltà ch’onta non teme. Oh mar! m’accogli dunque, e mi consola di non bugiarda speme.

PAESAGGIO RODIGINO

D’ippocastani giovinetti e pioppi, fino alla chiesa piccoletta e bella, allungasi il viale.

Canta fra i rami spessi dolce sul far di sera l’assiolo. Espero brilla – sempre prima stella. –

A destra e a manca in fiore per lunga stesa vanno orti e giardini: vien di menta, di timo e fior di spini di salvie un grato odore.

S’affacciano alle siepi timidette alcune lucciolette: sembran pupille, con alterna vece, aperte e chiuse a riguardare curiose le mirabili cose.

E nello stagno verde, che nel canneto s’imbosca e si perde, un branco d’anitrelle stride e diguazza con festa gioconda risalendo la sponda.

Pace, sorriso, versa su l’umil loco pietoso il cielo e il sol, che manda ultimi raggi, avvolge come in un aureo velo i leggiadri fastigi e la chiesuola a cui di fianco s’erge del campanile piccioletto e snello, la breve aguzza cima.

Chi diria che s’adima dietro sì vago incanto tacito e solitario il Camposanto?…

NOTTURNO

Ne la notte profonda, soave in lontananza, una voce virile modula una romanza.

Appassionatamente il solingo cantore tutte l’intime esala tristezze del suo cuore.

A me, sola, vegliante degli astri al mite raggio vien quella voce come un fraterno linguaggio.

– Chi sei, chi sei che narri alle sopite cose dell’anime i misteri e l’ansie angosciose?…

Credi tu d’esser solo a soffrire, a pensare, ad implorare indarno quiete, ad anelare vanamente ad un sogno di bellezza, in quest’ombra che di greve letargo tutto il creato ingombra?…

Io pur veglio, e commossa l’orecchio avido intendo agli accenti che il labbro tuo, sprigiona gemendo.

Sento che non esprime, nel mélico suo dire, tutto la frase il senso del pensier, del sentire.

Sento che v’è pur dentro alcunché più tenace, come un desìo d’amore, come un desìo di pace.

Attraverso lo spazio un filo misterioso, il tuo canto che geme, il cor mio doloroso, il tuo pensier che vaga, il mio che si martira attrae, forse, congiunge ed avvolgendo aggira?…

Non so. Via per l’immenso etere avvolto d’ombra, mentre un greve letargo tutto il creato ingombra, forse, compiersi un grande incompreso mistero: il connubio de l’alme e quello del pensiero.

OH LIBRI!

Pochi ma buoni, e meditando letti, sempre ricorre a voi l’anima mia, oh libri! oh libri! unici amici schietti in cui s’accoglie una virtù che india.

Stanca colomba che al fidato nido l’ali rivolge per desìo di pace, dopo l’angoscia del dolore e il grido un balsamo a voi chiesi e non fugace.

Oh quante volte a lusinghieri accenti, a folli brame avria ceduto il core – il cor che pur subì d’ardui cimenti le fiere prove e i fascini e l’ardore – se de’ vostri concetti alti il divino cenno e la norma ed il consiglio saggio inteso non avesse, onde il cammino nobilmente calcar del suo viaggio!

Oh quante volte a tarda notte, sola, prostrata, vinta, a fioca lampa accanto, interrogando la vostra parola sentii sul ciglio rasciugarmi il pianto!

Di fuor nequizie e il triste Fato umano, nembi e squallor di vita arida, morta: io sui volumi la trepida mano passai, come carezza che conforta.

Tra le pagine vostre i miei tesori d’intelletto, d’amor, di sogni alterni volli celar perché ciascun gl’ignori e niun li debba profanar di scherni.

Chi dirà il ben che opraste? Al concitato pensier la calma, alle dubbiezze il vero, all’occhio della mente il vagheggiato lume ideal nel sacro suo mistero…

E popolaste d’imagini belle della mia stanza le ignude pareti: scomparver l’ombre, scintillàr le stelle, suonàr d’intorno canti di poëti.

Lunge così da quanto è basso e vile lo spirto mio, franco e gagliardo, allora transumanato in vision gentile il suo pregio e il valor rinvenne ancora.

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Come citare questo articolo

M. Lodovica Mutterle. “Una poetessa da non dimenticare”. Ventaglio Novanta, n. 2, 1990. https://ventaglionovanta.it/archivio/una-poetessa-da-non-dimenticare/

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