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STORIA - TRADIZIONI

Una sede per l’Accademia

Dall’ospitalità della nobile famiglia Campo alla realizzazione del prestigioso palazzo sulla pubblica piazza

di Lino Segantin

Ventaglio Novanta n. 66 2025 pp. 42–45

Quattro caregoni dorati, per le autorità, sei caregoni (meno elaborati) per la prima fila, e una quarantina di careghini, ovvero sedie per il pubblico. L’acquisto di questo materiale fu effettuato nel 1791 dall’Accademia dei Concordi, assieme ad altri pezzi di arredamento.¹

Un’acquisizione che non dovette incidere più di tanto nei bilanci dello storico sodalizio rodigino, ma che può essere vista come indicativa del ruolo di apertura sociale che l’Accademia intendeva svolgere: sempre meno associazione privata limitata ai soci, e sempre più istituzione aperta alla collettività. Di qui la necessità di dotarsi di sedie, utili per un pubblico in crescita interessato ad assistere ad iniziative culturali programmate dall’associazione rodigina.

Nata nel 1580 (data presunta) grazie in particolare all’iniziativa del nobile Gaspare Campo (1557-1629) – che mise a disposizione gli ambienti del suo palazzo in via della SS. Trinità (attuale via Mazzini) per le riunioni e le attività dell’Associazione – l’Accademia negli anni aveva vissuto alterne fasi di impegno, facendo registrare periodi di completa inattività.

La rinascita si ebbe nei primi decenni del ‘700, quando anche Rovigo non rimase insensibile al vento innovatore dell’Illuminismo. E si deve soprattutto ad un altro Campo, il canonico Lodovico (1710-1766), il rinvigorimento dell’associazione, grazie in particolare alla sua decisione, formalizzata nel 1734, di mettere a disposizione dell’Accademia gli ambienti del suo palazzo, questa volta in contrada San Francesco (oggi via Silvestri).

Gli effetti di questo impulso rinnovatore si fecero sentire positivamente, e ben presto i soci avvertirono il bisogno di poter fruire di una sede propria. Su mandato dell’Associazione, fu lo stesso Lodovico Campo ad attivarsi, incontrando nel 1758 le autorità veneziane con la richiesta di un utile sostegno economico. Petizione che però non sortì i risultati sperati, ma che incentivò i soci ad impegnarsi personalmente, accantonando il necessario per l’acquisto di un edificio idoneo.

La scelta si indirizzò nel 1762 verso casa Durazzo, un immobile attiguo a Palazzo Roncale, valutato positivamente anche perché sorgeva sulla piazza principale della città. Si trattava inoltre di un bene non particolarmente costoso, ma proprio per questo alquanto degradato, che pertanto nell’immediato risultò inutilizzabile.

Con la speranza di acquisire nuovi fondi per il restauro dell’edificio (per qualche tempo si cercò perfino l’aiuto della dea bendata, giocando al lotto) l’Associazione procedette frattanto a sistemare i locali a piano terra dell’immobile per affittarli come negozi e ricavarne un cespite.

Un risultato positivo si ebbe a registrare nel 1764, quando un’ulteriore ambasceria, guidata dal sempre attivo Lodovico Campo (segretario dell’associazione, poi nominato “segretario perpetuo”) ottenne l’impegno dogale a procedere ad un finanziamento annuo pari a 100 ducati. Sovvenzione che permise all’associazione di guardare con ottimismo al futuro.

Nel frattempo il segretario Campo si attivava – anticipando somme personali – a commissionare ad artisti di rilievo quadri con le effigi di rodigini illustri (tra cui il celeberrimo ritratto di Antonio Riccoboni realizzato dal Tiepolo). Dipinti ideati con l’obiettivo di eternare la memoria di personaggi emblematici del Polesine, modelli di riferimento utili anche a sottolineare un’identità storica positiva del territorio e suscitare nuove apprezzabili iniziative.

Frattanto, purtroppo, venne a mancare a Venezia l’ancor giovane (56 anni) e dinamico segretario Campo; ma l’attività dell’Accademia non si arrestò, anche perché ora si presentava davvero urgente la necessità di fruire di una sede propria. In attesa di poter disporre di una somma utile al recupero di palazzo Durazzo, si pensò ad una sede transitoria, affittando nel 1768 alcune stanze di Palazzo Redetti (attuale Agenzia delle Entrate in via Cavour).

L’acquisizione di una sede propria, sia pur in affitto, accese gli entusiasmi, intensificando le proposte culturali, progressivamente sempre più aperte al pubblico rodigino. Da segnalare tra le altre iniziative gli incontri della neocostituita Società di Agricoltura – attivata in seno all’Associazione – mirante a migliorare l’economia polesana nell’ambito produttivo.

L’idea di restaurare Palazzo Durazzo non viene però abbandonata, grazie anche all’accantonamento di una somma in crescita di anno in anno. Cosicché nel 1779, (diciassette anni dopo l’acquisto dell’immobile) furono chiesti preventivi per l’atteso intervento di restauro.

Si giunge frattanto al 1785, quando finalmente viene redatto un piano per dare il via ai lavori. Sennonché, inaspettatamente, si profila una nuova opportunità: l’acquisto di due casette, messe in vendita da tale Faustina Licini nell’altro lato della piazza, ad angolo retto col palazzo municipale. Un’area questa particolarmente idonea, considerando che dall’abbattimento delle due casette si sarebbe potuto costruire un immobile ex novo. L’ipotesi fu ben presto perfezionata, procedendo all’acquisto del bene (comprese due botteghe del piano terra di altra proprietà). Contemporaneamente si attuò la vendita di palazzo Durazzo.

Un clima di ottimismo e voglia di fare dovette contagiare l’Associazione che, in attesa dei piani costruttivi, intensificò l’attività culturale presso la sede transitoria di Palazzo Redetti, dotandosi di un idoneo arredo (anno 1791), ovvero il sopraccitato acquisto di caregoni per le autorità e careghini per il pubblico.

L’incarico di predisporre il progetto esecutivo finalizzato alla costruzione di una prestigiosa sede accademica fu affidato al “concittadino” Sante Baseggio, del quale si erano già apprezzate alcune realizzazioni.

Tutto dunque sembrava filare per il verso giusto, quand’ecco verificarsi un imprevisto della storia: l’arrivo delle truppe napoleoniche nel 1797 con la fine della Serenissima e la cessione del Veneto all’Austria ratificato dal trattato di Campoformio. Seguirono anni quanto mai burrascosi, con l’avvicendarsi di austriaci e francesi nel governo del territorio, fino alla sconfitta definitiva di Napoleone (Waterloo 18 giugno 1815) e al Congresso di Vienna del 1814-15 che dava vita nell’Italia Settentrionale al Lombardo Veneto.

Nonostante tante turbolenze ed incertezze, i piani di realizzazione del Palazzo dell’Accademia non furono interrotti, cosicché nel gennaio del 1803 Sante Baseggio presentava il progetto definitivo, seguendo le istruzioni dell’Accademia che indicava chiaramente come il palazzo dovesse “grandeggiare in magnificenza”. Si avviò pertanto la costruzione dividendo gli interventi in vari lotti, con l’obiettivo di completare l’edificio nel 1810, spostato poi al 1812. L’intera nuova apprezzata costruzione veniva collaudata il 14 luglio 1814, mentre il Polesine, dal novembre dell’anno precedente, era tornato sotto il controllo austriaco.

Va detto che i piani costruttivi prevedevano anche la realizzazione di una nutrita serie di affreschi, ispirati a modelli classici e descritti in modo alquanto dettagliato, che proprio il cambio di regime aveva fatto rinviare a tempi migliori, ma che poi non trovarono più occasione di essere riproposti.

In ogni caso fu grande la soddisfazione nell’accogliere la conclusione dei lavori del nuovo immobile ispirato all’architettura classica. Connotato dalla rilevante triplice arcata e dalle tre grandi finestre del piano nobile, il palazzo dell’Accademia aggiungeva decoro ed importanza alla piazza di Rovigo di impronta tipicamente veneziana.

Oltre alle attività specificatamente culturali, da subito gli ampi ambienti del palazzo furono utilizzati per varie destinazioni. Le pareti della grande sala delle conferenze accolsero i quadri con i ritratti dei rodigini illustri, per la realizzazione dei quali si era attivato, come detto, Lodovico Campo. In progressivo aumento la dotazione libraria, ospitando fra l’altro due importanti fondi: quello dei Legisti (dopo la soppressione del Collegio nel 1801) e quello costituito da duemila volumi dopo la soppressione degli ordini religiosi del 1810. Successivamente furono accolti i libri del soppresso Convento di S. Francesco, nonché altri preziosi testi provenienti da lasciti privati, in primis quello dei Conti Silvestri, dai quali pervenne (dopo la morte dei due ultimi rappresentanti) anche un’importante parte della collezione di quadri.

In definitiva l’ampio palazzo risultò subito in grado di assolvere al meglio la sua funzione, incentivando molteplici iniziative culturali e divenendo riferimento fondamentale per disponibilità librarie, grazie a donazioni e acquisti di testi. Donazioni e lasciti che riguardarono anche l’aspetto pittorico dando vita ad una ricca pinacoteca che tuttora costituisce un pregio apprezzato a livello più che nazionale.

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Come citare questo articolo

Lino Segantin. “Una sede per l’Accademia”. Ventaglio Novanta, n. 66, 2025. https://ventaglionovanta.it/archivio/una-sede-per-laccademia/

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