Nell’articolo pubblicato nel numero 64 di Ventaglio 90 (Gennaio 2024) avevamo concluso la nostra passeggiata, lungo la contrada San Rocco di Badia, in piazza della Madonna della Salute, dando un doveroso appuntamento futuro per una visita “virtuale” all’interessante Oratorio che le dà il nome. È giunto perciò il momento di onorare la promessa, con una breve descrizione di questo importante gioiellino architettonico di tipica impronta veneziana.
La data di fondazione
Va detto subito che, per molti anni, la fondazione dell’Oratorio della Beata Vergine della Salute è stata erroneamente attribuita all’anno 1630, come tempio votivo sorto a ringraziamento per la fine della grande pestilenza che afflisse l’Italia in quel periodo e che è anche quella citata dal Manzoni nei suoi Promessi Sposi. Una circostanza plausibile, considerato sia il fatto che quella pestilenza colpì duramente anche Badia, decimando la popolazione, sia il fatto che molti furono gli edifici sacri eretti per la fine del morbo nella Serenissima. Il più famoso di questi è senz’altro la Chiesa della Salute, che si può ammirare nel capoluogo veneziano nell’area della Punta della Dogana.
A sostegno di questa tesi stava anche la circostanza che, a Badia come a Venezia, coincidesse la celebrazione della festività, il 21 novembre. Secondo il calendario canonico, in quella data cade la ricorrenza della Presentazione della Vergine, ma nella Repubblica Veneta, dopo la liberazione dalla grande pestilenza, quel giorno divenne dedicato alla Madonna della Salute.
A ulteriore riprova del 1630, come data di fondazione, sembra stare anche l’iscrizione che si legge nella grande lapide di marmo presente sulla facciata dell’Oratorio, che riporta tale anno come quello di erezione. Se non che, analizzando bene la scritta, si intuisce che la lapide risulta ben postuma rispetto alla costruzione dell’edificio e apposta dalla famiglia Migliorini, divenuta proprietaria, solo nel 1807, in occasione di alcuni lavori di restauro. A dire il vero alcuni dubbi su tale data emergevano già dal fatto che, nel 1666, l’Oratorio non compare nell’elenco (peraltro molto preciso) degli edifici religiosi della città, presente nella relazione dopo la visita pastorale di mons. Francesco Grassi, vescovo di Chioggia e Vicario dell’Abate Commendatario della Vangadizza. E pure nella mappa di Badia del Piva di inizio settecento, è sì presente in loco un edificio religioso, ma totalmente diverso dall’attuale costruzione, tanto da far pensare che si tratti in realtà della raffigurazione dell’Oratorio di San Rocco, demolito a inizio Ottocento, il quale dava il suo stesso nome alla contrada.
Ma la svolta definitiva sulla data di fondazione ce l’ha data il lavoro certosino di un nostro ricercatore storico locale, il prof. Roberto Viaro, che nei suoi studi a Venezia e a Modena sull’Abbazia della Vangadizza, si è imbattuto in documenti incontrovertibili che posticipano di quasi un secolo la fondazione dell’Oratorio della Beata Vergine della Salute.
Viaro, nel Quaderno del 2002 del Museo Civico Baruffaldi, infatti ci riferisce che in quel luogo, già nel 1706, sul muro esterno di una bottega era dipinta un’immagine della Madonna “Madre di Dio” che aveva cominciato ad operare miracoli e prodigi, tanto da diventare meta di pellegrinaggi spontanei da parte della popolazione, anche da fuori città.
La bottega con l’immagine della Madonna si trovava non lontana dalla Vangadizza e ricadeva nelle proprietà della famiglia del nobiluomo veneziano Giovanni Francesco Loredan, che nel 1716 inviò delle suppliche al Senato della Repubblica Veneta e all’Abate Commendatario della Vangadizza, Card. Pietro Priuli, per l’erezione a proprie spese di un Oratorio al posto della bottega di sua proprietà.
Dai vari carteggi a riguardo, volti a perorare la costruzione dell’edificio, si rileva come la motivazione della richiesta consistesse nel dare un giusto e dignitoso riparo all’immagine sacra, cui il patrizio era particolarmente devoto anche per una grazia ricevuta. Ma anche per un altro motivo, più “curioso”, e cioè per dare una comodità alla sua famiglia, che nei “tempi piovosi” avrebbe potuto partecipare alla Messa domenicale senza bagnarsi per raggiungere la più lontana parrocchiale di San Giovanni Battista.
Il documento però che ci consente finalmente di stabilire la corretta datazione dell’Oratorio al 1719 è la licenza, datata 4 giugno di quell’anno, con cui Don Giuseppe Baccaglini, Pro Vicario Generale della Vangadizza, constata la corretta realizzazione dell’edificio sacro e autorizza la possibilità di celebrarvi i riti sacri secondo i canoni stabiliti.
Al momento la documentazione reperita (ma ci sta lavorando sempre il prof. Viaro) non ci dice esplicitamente chi fu l’architetto della costruzione, anche se appare fortemente plausibile l’attribuzione a Giorgio Massari (1687-1766), sia per lo stile della chiesa sia perché era l’architetto di fiducia della famiglia Loredan.
Si tratta di un nome famoso, il maggiore architetto veneziano del suo tempo, autore di opere importanti sia a Venezia – come Palazzo Grassi, Palazzo Rezzonico e le Chiese dei Gesuati e di San Marcuola – sia in terraferma, come la famosa Villa Cordellina di Montecchio Maggiore.
Aspetti artistici ed architettonici
Esternamente l’Oratorio si caratterizza per una facciata neoclassica, in stile palladiano, coronata da un frontone triangolare, con cornice a dentelli. Al centro del timpano si trova una piccola apertura circolare con un sole raggiato in marmo. La facciata è rinserrata agli angoli da semicolonne binate corinzie che si elevano al di sopra di alti basamenti.
Sempre al centro si apre un grande portale, con cornice in marmo, sormontato da architrave, mentre più in alto si trova un ampio finestrone a lunetta.
Nelle pareti oblique, che raccordano la facciata ai fronti laterali, vi sono i bassi portali feriali, di cui uno successivamente murato, e al di sopra di questi si trovano due nicchie che accolgono due grandi statue in pietra, su mensoloni, raffiguranti la Fede e la Carità. Più laterali stanno altre due statue di Santi a cui il tempo non ha risparmiato una certa usura.
L’interno è a unica campata con pianta ottagonale e volta a botte, originariamente sormontata da una lanterna in legno e vetri che doveva dare una gran luce all’edificio. Purtroppo la stessa è stata demolita e chiusa nel secolo scorso a causa della sua distruzione dovuta a un fortunale.
Nelle pareti laterali, non decorate, si inseriscono nicchie a tutto sesto che accolgono le pregevoli statue dei profeti Mosè, Daniele, Geremia e Re Davide, attribuite allo scultore carrarese Pietro Baratta (1668-1729).
L’abside si presenta semicircolare, coperto da una volta a catino, con uno stupendo altare marmoreo policromo attribuito a Giovanni Marchiori (1696-1778), con la presenza di statue raffiguranti San Francesco delle Stimmate, Sant’ Antonio da Padova, San Domenico di Guzman, fondatore dell’Ordine dei Predicatori, e una Santa ancora non ben identificata, nonostante alcuni simboli presenti nella raffigurazione (abito monacale, corona in testa e libro in mano). Purtroppo negli ultimi anni risultano spariti – non si sa bene come – sia il pregevole giglio che il Santo reggeva, sia la grande Croce lavorata che era nelle mani del Poverello di Assisi.
Sopra l’altare, inserito in un imponente e baroccheggiante baldacchino, sempre marmoreo, sta il quadro della Madonna con il Bambino, sorretto e attorniato da eleganti statue di angeli. In realtà l’immagine che si vede oggi è una artistica copia fotografica su tela, realizzata e donata dal gruppo Ctg La Mongolfiera, in memoria del socio Carlo Andreella, prematuramente scomparso, mentre il prezioso quadro originale è custodito per motivi di sicurezza presso la Canonica dell’Arcipretale.
Non conosciamo l’epoca di origine e la storia specifica dell’immagine della Vergine, ma si tratta di un dipinto staccato da un muro con una tecnica particolare e inserito in una cornice. Alle figure della Madonna e del Bambino, in occasione di un restauro a Venezia del 1957, sono state aggiunte due corone d’oro con pietre preziose incastonate, e questo è il motivo per cui l’originale non è qui conservato, essendo l’Oratorio da anni per lo più chiuso e incustodito. Una curiosità ulteriore, ma degna di nota, dato il personaggio: le preziose corone apposte all’immagine furono benedette dall’allora Patriarca di Venezia, il Cardinale Angelo Giuseppe Roncalli, colui che divenne Papa l’anno successivo con il nome di Giovanni XXIII, conosciuto come il “Papa Buono” e poi fatto Santo.
Sempre nella citata Casa Canonica di San Giovanni Battista, si trovano anche alcuni altri quadri, di discrete dimensioni, raffiguranti miracoli della Madonna della Salute e provenienti dall’Oratorio. Tra questi ex-voto, uno sembra raffigurare un prodigio nei confronti di una fanciulla muta che riacquista l’uso della parola grazie all’intercessione della Vergine. Considerati gli abiti nobiliari della ragazza e dei suoi famigliari che le stanno attorno, probabilmente si tratta di una ragazza appartenente alla stessa casata dei Loredan e questo potrebbe anche spiegare la particolare devozione verso Maria del fondatore dell’Oratorio, già accennata prima.
Ma ci resta da sottolineare ancora un’ultima curiosità: sul retro dell’altare si apre uno stretto cunicolo che si introduce all’interno dello stesso. Al termine di questo si può ancora intravvedere, tra resti di decorazioni e di angeli dipinti, la scritta “Ecce Virgo” e su una lastra di alabastro una figura quasi del tutto scomparsa della Madonna. E’ con tutta probabilità l’antica immagine miracolosa esistente sul muro della bottega, origine del culto popolare, e attorno alla quale è stato poi edificato, come abbiamo visto dai documenti, l’Oratorio che ancora oggi possiamo ammirare.
Le mani dei devoti, che negli anni l’hanno sfiorata per farsi il segno della croce, l’hanno oramai quasi completamente cancellata, per cui si possono oramai solo intuire i contorni dell’immagine, che però appare simile a quella presente negli ex voto già citati. Attorno, poi stanno numerosi graffiti a mano, vergati a matita o incisi nelle pareti, che riportano nomi, date o località di provenienza degli antichi visitatori di due secoli fa. È un caso in cui la “maleducazione” dello scrivere sui muri si è tramutata in una testimonianza storica.
Come già detto, ogni anno, il 21 di novembre si celebra la ricorrenza con una grande festa e processione. Per l’occasione viene riportato all’Oratorio il quadro originale della Beata Vergine della Salute per la venerazione dei fedeli che accorrono in gran numero, mentre la contrada viene animata tutta la giornata da un caratteristico e affollato mercatino autunnale.
L’autore del testo, Alberto Ferrari è attualmente presidente provinciale del Comitato del CTG di Rovigo, Associazione nazionale fondata nel 1949, e di cui è stato anche ai vertici romani per molti anni, ricoprendo i ruoli di Segretario Generale e Presidente Nazionale. Sempre a Roma è stato pure Segretario Generale dell’Associazione Ambientalista Movimento Azzurro, mentre a Bruxelles ha rappresentato il mondo delle realtà del Turismo Sociale italiano nel Consiglio dell’OITS, l’Organizzazione Internazionale del Turismo Sociale.
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Come citare questo articolo
Alberto Ferrari. “Un’impronta veneziana a Badia”. Ventaglio Novanta, n. 68, 2026. https://ventaglionovanta.it/archivio/unimpronta-veneziana-a-badia/