A Fratta si può giungere per svariati motivi: per scoprire le abitudini di vita degli abitanti di “Frattesina” di 3.000 e più anni fa, visitando il Museo (vedi il servizio sul 1° N. di “Ventaglio 90”), o per respirare atmosfere rinascimentali accedendo alle ville più famose del paese (Villa Badoer — Villa Molin) o ancora per far visita alla casa natale di Giacomo Matteotti, orgoglio politico del Polesine.
Ma Fratta è stata testimone anche di un’altra importante realtà storica. Lo sanno bene scolaresche e insegnanti che hanno scoperto, guidati dagli animatori turistico-ambientali di Turismo & Cultura, “I luoghi della carboneria”. Qui infatti hanno vissuto molti protagonisti di quella società segreta che ebbe larga diffusione nei primi decenni del secolo scorso dopo la “Restaurazione”.
Fratta aderì in modo massiccio alla Carboneria, molto più di altri importanti centri polesani, dove pure era diffusa, come Rovigo, Polesella e Crespino.
Esiste una spiegazione a ciò: Fratta era immersa già dal ’500 in un clima culturale di un certo spessore (Compagnia della Calza, Accademia Frattigiana) e poteva contare su personaggi d’elite con l’arrivo di nobili famiglie veneziane quali i Loredan, i Badoer, i Molin. Queste, giungendo dalla loro splendida città per fiumi e canali, dapprima per villeggiare poi per stabilirsi definitivamente, contribuirono a formare un ambiente colto e illuminato, sensibile anche ai problemi politici e alle idee liberali e unitarie. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che gli aderenti alla società carbonica furono soprattutto esponenti della nobiltà e della borghesia.
Fu così che il pretore di Crespino, Felice Foresti, incaricato dal giudice Solera di Ferrara di diffondere la Carboneria in Polesine (e quindi nel Veneto che allora faceva parte del Regno Lombardo-Veneto sotto la dominazione austriaca), pensò a questo paese che, pur essendo geograficamente interno, e quindi non facilitato nella comunicazione come le “vendite” di Crespino e Polesella, entrambe sul Po, presentava particolari caratteristiche favorevoli da altri punti di vista.
La “vendita” di Fratta, ovvero il luogo di ritrovo, era chiamata “vendita dello Scortico” prendendo il nome dal canale di antica origine che tutt’ora attraversa il centro. Ad essa aderirono il conte Antonio Villa, il conte Fortunato Oroboni, il reverendo Don Marco Fortini, i fratelli Antonio e Carlo Poli, Giovanni e Giacomo Monti e altri “simpatizzanti” come Domenico Davi e Angelo Gambato.
A Fratta però esisteva un’altra società segreta detta “Empingle Noir” (spilla nera) che gravitava attorno alla nobildonna Elena Cecilia Monti. Questa, ritornata dalla Francia con il marito, conte D’Arnaud ex generale francese, sentiva la precisa missione di organizzare i suoi concittadini in un movimento antiaustriaco e unitario, ma il suo vero scopo era ricostituire il Regno d’Italia sotto la guida del figlio di Napoleone.
Quindi la Monti, donna raffinata e colta, grazie ad abilità e fascino, riuscì ad attirare alla sua setta molti carbonari frattensi. Essi parteciparono ai banchetti da lei organizzati alla villa Molin (oggi Avezzù) presa in affitto, a cui convergevano anche forestieri.
Queste continue riunioni però non sfuggirono alla vigilanza della polizia austriaca che l’11 novembre 1818, la sera di San Martino, sorprese i convitati inneggianti alla libertà e alla sconfitta del tiranno. Fu l’inizio della tragedia in cui caddero i Carbonari: tutti gli invitati furono arrestati, anche grazie alla complicità di un nipote della Monti, Giuseppe, e portati nelle carceri dell’isola di S. Michele a Venezia. E mentre i coniugi D’Arnaud vennero rilasciati dopo alcuni mesi, agli altri toccò il peggio.
Antonio Villa si era infatti abbandonato a numerose rivelazioni confessando i nomi di altri Carbonari, la dipendenza delle “vendite polesane” da Ferrara, il nascondiglio dei documenti.
La polizia, comandata dal commissario Lancetti, pensò allora di attuare una repressione generale e simultanea in tutta la provincia, in modo che nessun cospiratore potesse sfuggire. Nella notte tra il 6 e il 7 gennaio 1819 a Rovigo egli attese i carbonari Lenta, Cecchetti, Zona, Gobbetti, alle loro abitazioni dopo aver organizzato un ballo nella sala degli arazzi dell’Accademia dei Concordi; a Fratta accerchiò il paese di buonora con più di 50 dragoni a cavallo e 100 uomini di fanteria (il numero delle guardie impiegate dà l’idea della rilevanza della società di Fratta nell’intero territorio polesano) catturando anche i sospettati tra cui il Davì.
La sentenza di condanna avvenne dopo quasi tre anni: alla vigilia del Natale 1821, letta nella piazzeta S. Marco a Venezia. La condanna fu particolarmente dura poiché si trattava del primo processo ai Carbonari del Regno Lombardo-Veneto e doveva quindi avere valore esemplare.
Villa e Foresti vennero condannati a venti anni di carcere duro al castello-fortezza dello Spielberg; Don Fortini e Oroboni a quindici nello stesso carcere dove, tra l’altro Oroboni conobbe Silvio Pellico che ci ha lasciato pagine toccanti nel suo libro “Le mie prigioni”; a sei anni Giovanni Monti nel castello di Lubiana.
Molti altri furono i carbonari polesani condannati a lunghissimi anni di carcere: Costantino Munari di Calto, Antonio Solera, Pietro Rinaldi, Antonio Cecchetti di Rovigo, Vincenzo Carravvieri, senza contare i molti altri trattenuti in carcere per diversi mesi solo perché sospetti.
A Fratta si possono dunque rivivere molte delle pagine più significative della storia italiana. Un breve soggiorno o una gita a Fratta sono pertanto quanto mai consigliabili per un concreto riscontro delle notizie apprese sui banchi di scuola con una realtà che conserva importanti testimonianze del passato.
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Come citare questo articolo
Cinzia Malin. “A Fratta con i carbonari”. Ventaglio Novanta, n. 2, 1990. https://ventaglionovanta.it/archivio/a-fratta-con-i-carbonari/