Ernesto Testelli, chiamato dai colleghi burattinai “Palamede”, proveniva da Gualtieri (Reggio Emilia), ed era giunto in Polesine quale scenografo della compagnia di Guglielmina Zaffardi, nota anche con il nome di Olga¹, di cui si conserva traccia ancora molto viva in Bassopolesine.
Attraverso la memoria di un figlio di Testelli, Ernestino (anni 70) che vive presso la Casa di Riposo di Papozze, proviamo a riannodare alcuni brandelli che ci riportano agli anni ’30 e ad una cultura subalterna che non potè conseguire una propria dignità artistica di cui indubbiamente era portatrice e depositaria, in quanto i personaggi del teatro “testelliano” sono eredi diretti della commedia dell’Arte e s’inseriscono nel vasto filone della letteratura popolare.
Testelli, dopo una lunga esperienza come scenografo presso gli Zaffardi, pratica iniziata fin da bambino, attorno al 1920 “el s’è tolto un poco d’ cupiùn e el s’ha mis’ a fare i buratìn da lu solo”. Il debutto avviene a Berra con Ezzelino da Romano; a Berra, il burattinaio anche si sposa con Ersilia Necchio da cui ha quattro figli: Azzurro, Umberto “ch’el s’è copà in moto”, Celestino che morì nella campagna di Russia ed Ernestino.
Il repertorio della compagnia è quello “classico”; produzioni tratte da romanzi storici o d’appendice (I tre moschettieri, Il conte di Montecristo, La sepolta viva); produzioni ricavate da libretti di melodrammi (Il trovatore, La Traviata, Aida, L’Africana, Vasco de Gama); produzioni di origine fiabesca (La povera Genoveffa, Cenerentola, Guerino detto il Meschino, Biancaneve); canovacci derivati dal teatro popolare dell’Ottocento (Il povero fornaretto di Venezia, Pia de’ Tolomei).
Spesso il protagonista del copione è solo un pretesto perché, ad esempio, Guerìn Meschino diventa “Toni” dell’ammazza-draghi che parte con la “pinsa” infilata nel bastone e con i suoi fedelissimi cani “Spacaro, Spacasale, Elpifortedetutiùtame” per liberare la principessa prigioniera del “drago dale sète teste”.
Altre volte nel corso della vicenda s’inseriscono elementi folklorici della tradizione popolare polesana: la segreta nella quale è tenuto prigioniero il fornaretto non è che uno dei tanti “póssi di rasuri”² di cui sono costellate le nostre campagne:
“Mi quan’ ca iéra ragassòla so’ ’ndà chi da nantri che ’lora a gh’iéra el paés’ vècio e Testèli ’l fato ’na cmèdia in piassa. Al’, mai sentù dire del fornaréto de Vnènsia? Quélo che ’dèss òni mesanòte a gh’è i du mori chi bate le campane? Quelo! E là in te ’sta cmèdia lu el vendeva el pan e l’è ’nda, purìn, e ’ndagando pa’ strada l’ha catà un stilo, el l’ha tolt’su sica lu el s’è insanguanà lu e l’è ’ndà ca’ e la colpa l’è sta’ sóa d’ lu, de ’st’òmo, chi éa copà ’n òmo. Elora dop’ lì i l’ha misso in t’el pósso di rasuri. El sigava…, el sigava…, ma chi propri in t’la cmèdia! El d’séva: Sono inocente…, sono inocente… I ghéa butà via tut’ el pan, el fiore ch’el faséa el pan, tuto, e i l’ha torturà. Quan’ chi ha fni dó torturarlo ch’ ormai l’è morto, alora i ha visto c’l’è inocente, elora i ga sonà i campane. Elora adesso a mesanòte, òni mesanòte in punto, i mori i sóna i campane pa’ ’l póvro fornareto. Me opà el mó d’séva che lu l’è ’ndà a védre ch’el pósso di rasuri l’è anch’ a Vnènsia, e là el gh’è ’ncora³.”
Vi è poi una serie infinita, improvvisata ed inesauribile di scherzi e farse finali incentrate sui personaggi di Sandrone e Fagiolino: Sandrone sindaco, Sandrone e i fantasmi, Sandrone e i bagni di Salsomaggiore, Sandrone in manicomio, Fagiolino maestro per finta, Fagiolino e Sandrone briganti.
Fagiolino o Faggiolino? Semba esatta la seconda versione perché – avverte Sangiorgi – Faggiolino deriva da faggio, il legno da cui è ricavata la sua testa di burattino come del resto è valida per Pinocchio l’origine che lo vuole fatto con occhio (il caratteristico nodo) di pino⁴.
Quello di Testelli è comunque Fagiolino, “Fasòl, Fasulìn, bolognese furbo…” che proviene dagli “Zanni” come Arlecchino, saccente, presuntuoso e dottorone, pur se di umili origini, che ha un antecedente nella maschera bolognese di Tabarrino contraddistinto dall’immancabile bastone dispensato a piene mani, a proposito e a sproposito⁵.
Accanto a Fagiolino c’è “Sandron, ch’el ièra sindac’ d’ Bosco d’ Mòdna. Lu ’l ièra ’n ignorantón” che voleva parlare in italiano e lo faceva in modo rozzo e impertinente, creando, adattando e storpiando, carattere nel quale si esalta la sua vis comica. Sandrone, figura di contadino modenese, ideato dalla penna di Giulio Cesare Croce, emigrato dalle compagnie comiche alle baracche dei burattini, è uno “sciocco che per altro dice delle verità e fa pompa delle sue velleità contro le maschere bolognesi e veneziane […]. Il suo abito è semplicissimo e imita molto il lazzarone napoletano: in capo porta una berretta pure alla foggia dei lazzeri all’epoca di Masaniello ma più puntuta – è in manica di camicia: ha i calzoni corti e le calze che lascia ricadere sulle gambe…”⁶.
E attorno ai due, con compiti non proprio comprimari, ruota Apollonia, “Polonia”, la pratica moglie di Sandrone che parla e sentenzia di tanto, in tanto, servendosi di massime e proverbi forse nel tentativo di riportare con i piedi per terra il marito che invece cade spesso nei tranelli tesigli da Fagiolino e i suoi compari. Nella figura di “Polonia” si può vedere una qualsiasi donna contadina che non discute il suo ruolo nei confronti dell’uomo, anzi è sempre pronta a perdonare e ad accogliere il marito con qualche buon piatto “a d’ lasagne ben infurmaia”.
La compagnia Testelli dagli anni ’30 fino ai ’50 diviene assidua frequentatrice delle piazze rivierasche a cavallo del Po, da Crespino ad Ariano Polesine e da Cologna ad Ariano Ferrarese⁷. Due centri Ernestino ricorda con maggior affetto, Papozze e Sant’Apollinare “parché lì a s’ faséa sempre el pièn parché a fasìvin i buratìn dopo i funsiòn quand’ chi l’ dòne e mrusi i ’gnaséa fora d’ césa e ala sira. nantri andàvino in ti paesi pìculi parchè là la ’sènte i n’ se spostava brisa e i ’gnaséa tuti ai buratìn. A s’ tiràvin in piassa coi scenari e banchine; del’ volte la ’sènte i s’ portava luri la scarana”.
Il pubblico è quello dei “pitocchi” e dei “villani” di campagna e attraverso la comicità dei burattini escono in superficie, quasi con funzione terapeutica, il vissuto e l’immaginario popolare (la fame, l’emigrazione, i tesori trovati, la giustizia); ma soprattutto la fame domina nelle farse di Testelli che si serve di metafore alimentari storpiate da “Sandrón” per indurre il riso catartico (il ministro diventa minestrone, un calcio si trasforma in cacio pecorino, Nella è mortadella, ecc.).
Sandrone, Apollonia e Fagiolino sono continuamente impegnati, al pari del loro uditorio, a far quadrare il difficile teorema del pranzo e della cena e quando quello “sventronato” di Sandrone esplode nella battuta liberatoria i morsi della fame sono, almeno per una sera, esorcizzati:
SANDRÓN SÌNDAC’
A gh’ièra Sandrón ch’el ièra sindac’, e caspita la popolassiòn la ièra in fermentassiòn parchè i ghèva gnint’ da magnàr, elora Fasulìn, ch’el ièra ministro, el va là el dise – Sior sindac’ –. – Cussa ghèt – el dise. – A ghè el popolo al reclama! El ga fam’! –. – Ma sóna mès’giorno! –. – Ma s’è péna diès’or’! –. – Sóna mès’ giorno! Di’ chi magna! –⁸.
In altra occasione Fagiolino convince il compare a fare una cena con galline rubate alla moglie. Quando Sandron ritorna a casa “tut’impetrì a d’ magnàr, tut’ dur come ’n bacalà, co’ la pansa pina come ’l paròl a d’ polènta”, “Polonia” lo accoglie apostrofandolo: “Se t’issi magnà fasó n’ t’avrissi mal a d’ pansa…”. È lo stesso modo con cui Marcolfa spiega agli inviati del re la morte di Bertoldo: “Se esso non avesse mangiato pavoni, pernici, fagiani, tortore, e altri cibi delicati, i quali erano contro la sua natura, ma avesse atteso a mangiare delle castagne, come era usato prima, esso sarebbe ancora vivo…”⁹.
In cibo quindi è l’indicatore della condizione del villano e del suo dover essere gerarchicamente inferiore come lascia in testamento al figlio un contadino della Romagna:
“Nato alla vanga sei, non farla da signore; Chi dal suo stato eccede, non può acquistar onore. Ara la terra, ed amala qual madre sviscerata, Per lei la tua sussistenza non ti vedrai mancata. Se lasci il cibo rustico avrai l’indigestione Non è per il villano il cibo del padrone”¹⁰.
Precetti che in Polesine si possono riassumere nell’assioma, “Chi magna rénghe ne ghe piase ’l pastisso”; oppure “Magna quel ca t’ ga, e tasi quel ca t’ sa”. Perciò “Magna e tasi” altrimenti si può fare la figura di Sandrone ai bagni di Salsomaggiore:
SANDRÓN AI BAGNI
El dise Sandrón: – Ciò a rivén a Salsomaggiore! Dov’è l’Oceano? Dov’è l’Ilartlantico? Duv’è che s’va fare el baign’? –. – Prima a s’va magnàr! –. Elora el va in t’l’albergo e’l disèa: – I m’inomina tante d’chi porcherie che mi n’so gnianca quel che sia! –. E ala fine i g’ dise – Abbiamo dei colombi in umido –. – Oh quii iè bóni, el dise, a gò màs-cio e femina a casa e quan’ca vag’ a ca’ a i fag’ in umido anca mi’ –. Elora Sandrón el dise a Fasòl – Fasòl prova imaginar còssa chi m’ha portà? –. – ’Sa t’ai portà Sandrón? –. – I m’ha portà un pìato d’fasòi! –. – E ti cs’èt fat? – el dise Fasòl. – A i ho magnà! –. E dopo sò sta li e in fund’a la sala a gh’ièra un ch’el dis’ – Repplica molto buona! – al dis, quel là el s’intende ad minestra da tóre, ch’alora a g’ vag’ anca mi! Elora perché ch’ m’sènta a vag’ in piè sul tàvul e po’ a g’ dig’: “Repplica molto buona!”, ma ch’ t’ vègna un cancaro! I m’ha portà nantro piato d’fasòi!¹¹
Ma pur con le disavventura del caso, a Salsomaggiore Sandrone pare voler attenuare a favore dei contadini la satira sul “villano svelto di bocca e di mano” perché la primaria pulsione del cibo accomuna e livella il destino dei colti e degli incolti:
“Corpo d’un demòni affamato! Me ignorant? Io che srugazzo la terra da la mateina ala sira? Vueter a j studié! Studié pur! Ma quando di mezzogiorno vien l’orario Vi empiete se a magné el vocabolario? […] A me ignorant? A me che a so curare le vacche, il pollario, il porcillato? A me che A prodùz, lén e linusa E av dagh a tòtt la mnestra sbrodulosa”¹².
Ma è solo una momentanea ribellione perché alla fine c’è in Testelli una totale accettazione dell’ordine sociale e dell’ineluttabile necessità di stare al proprio posto; non vale sdottoreggiare perché “chi pissa contro vento se bagna la sféssa”.
Fagiolino e Sandrone decidono di emigrare in America e ad un certo punto il “priòto-scafo”, il piroscafo incappa in uno scoglio. Allora Fagiolino corre disperato da Sandrone: “Sandrón, Sandrón, la barca la va fond’!”. E Sandrone, solitamente effervescente, si scompone solo un poco per dire con cadenza chioggiotta: “No’ t’ha da càder… Còssa te impuorta? ’Sèla tua? Lasse che la vaghe…”.
Anche il bastone di Fagiolino, che si agita rumorosamente sulle scena, più che a far giustizia, sembra assolvere alla funzione propiziatoria che avevano gli strepiti nella tradizione popolare: cerimonie rituali con le quali si tentava di espellere dal gruppo tutto ciò che di pericoloso poteva insorgere contro la comunit๳: “I fantasmi i éva ciapà possesso dla casa de Lissandròn e i g’ faséa un mucio de dispèti. Alora el s’ha messo d’acordo co’ Fasulìn. El ga dito: ‘A g’ fén la guardia e a i fén scapare’. Elora la sira i s’ha messo a tòla: ‘Intanto ca i spetén a magnén’. ’Na sèrta ora a ’riva i fantasmi: ‘Picia, Fasulìn, ca i tègno, el disèa Lissandròn’. Ma ’sti chi i coréa d’ qua e d’ là e le pache a si ha ciapà tute Lissandròn¹⁴”.
Poi d’improvviso, in silenzio com’era venuto, Testelli se ne va e i suoi burattini, complice la televisione allo stesso modo del cinema che anni prima li aveva costretti a rifugiarsi in borghi sempre più periferici, si perdono là dove comincia il Delta:
“Quan’ ch’è ’gnù fora la television, dal sinquantatrì, elora è scumissià a scarsegiare el publico, elora a s’ faséa più gninte”. Poi i burattini “la i ha tolti l’Olga Zafardi. Dopo èla l’è morta e n’ so pù gninte. A gh’ièra me fradèlo insèm con l’Olga, quelo ch’è a Crema, al Ricovero… E chissà che fine chi ha fato. Me opà l’è morti dal mila novsènto otanta dù a Santa Maria Madalena. El s’ scriveva lu i storie e anca el s’ fasèa i buratìn d’ cartapesta. Mi ca ièra el pi picol a fasèa la ós’ dla Pulonia, me mama quela dla Clumbina…”
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Come citare questo articolo
Paolo Rigoni. “Il burattinaio del Po”. Ventaglio Novanta, n. 2, 1990. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-burattinaio-del-po/