Ad uno ad uno aveva perduto tutti gli amici dell'infanzia. Lui, Tonio (Antonio naturalmente all'anagrafe, ma questo proprio non lo sapeva) si era rifiutato di crescere e così, un po' alla volta, era rimasto solo. Ma la transizione alla nuova condizione di vita era stata abbastanza lenta e non aveva costituito nessun dramma; altrettanto si era adattato a farsi chiamare Tonino, nome che meglio si confaceva alla sua statura limitata. E così, mentre i fratelli e le sorelle crescevano, si sposavano e uno dopo l'altro abbandonavano la famiglia, Tonino sembrava destinato a rimanere un eterno fanciullo. I genitori, inizialmente preoccupati del ritardo della crescita del ragazzo, si erano progressivamente adeguati e, proprio dall'esistenza di quel loro figliolo dall'età indefinibile, ricavavano un motivo di vita nella grande casa che sorgeva sulla polverosa strada verso i campi.
Tonino infatti aveva bisogno che qualcuno si occupasse di lui, dei suoi indumenti e dei suoi pasti. Per il resto non dava problemi. A dispetto della sua figura tutt'altro che appariscente, aveva un fisico che sembrava inattaccabile dalle malattie. Poco vestito, anche nei giorni più freddi, faceva quotidianamente chilometri e chilometri, aggirandosi solitario per le campagne senza una meta precisa, per fermarsi, di quando in quando, attratto da indefinibili richiami della natura.
Ogni tanto i contadini, scorgendolo, lo chiamavano, facendogli cenno di avvicinarsi. Lui a volte acconsentiva e si soffermava in loro compagnia, magari per uno spuntino, ma altre volte se ne fuggiva lontano, aumentando di tanto l'andatura, quanto più insistenti e gridati erano gli inviti a restare. A queste stranezze nessuno faceva caso, giacché ben si sapeva che Tonino non andava preso con i parametri della norma.
E d'altra parte lui aveva dei buoni motivi per diffidare nel prossimo: quante volte infatti era stato oggetto di scherzi di cattivo gusto! Come quel giorno che gli avevano offerto una birra, e per vincere la sua diffidenza avevano stappato varie bottigliette iniziando a bere con voluttà, lasciando lì bene in vista la sua già aperta. E avevano detto che se non si fosse sbrigato non gli sarebbe rimasto nemmeno quella. Allora Tonino aveva ceduto e, lesto lesto, aveva portato la bottiglietta alle labbra, ma subito aveva sentito la ripugnanza di un liquido disgustoso e l'insopportabile fragore di quelle risate di dileggio. Ed era fuggito lontano, covando una sorda avversione contro tutti.
Si era calmato soltanto dopo qualche ora, quando il sole era già tramontato ed il concerto di raganelle si era impossessato della campagna. Allora aveva goduto di un senso di sconfinata libertà: si era sentito il solo padrone di quel mondo fatto di piccole tremule stelle, del fruscio lieve delle fronde dei pioppi e di quel gracidare intenso proveniente dai fossati.
Poche erano le persone di cui si fidava: il vecchio campanaro, che gli concedeva il privilegio di suonare la campana mattutina, ed il pastore, un uomo solitario che, come lui, sembrava evitare il prossimo, ma che gli aveva sempre permesso di accarezzare le sue pecore, richiamando imperiosamente il cane, meno propenso a lasciarlo avvicinare.
Gianni, il pastore, alcune volte gli aveva raccontato dei suoi interminabili viaggi con il gregge lungo il fiume, fino ai luoghi in cui il corso d'acqua si restringe, là su in montagna, dove l'aria odora della resina dei boschi ed il cielo, dopo l'acquazzone, si tinge di un azzurro incredibilmente intenso. E Tonino, un giorno di primavera, aveva seguito il pastore per alcuni chilometri oltre il ponte sul fiume, fino a quando Gianni lo aveva mandato a casa, che era già troppo tardi, annunciandogli il suo ritorno in autunno.
Quell'estate Tonino si recò frequentemente nei pressi del ponte. Gli piaceva in particolare scendere la scarpata e rifugiarsi sotto le grandi arcate. Guardava immobile l'ininterrotto flusso dell'acqua, godendo della frescura che saliva dal fiume. Osservava attonito l'incedere inarrestabile di quella massa liquida, soggiogato dal fascino della corrente senza fine, sempre uguale e contemporaneamente sempre rinnovata, ricca del mistero dell'infinito.
Il ponte era diventato il suo tetto, la sicurezza di un rifugio sicuro, il piacere dell'ombra compatta che si disegnava sulle rive erbose e su quella superficie in movimento. Di lì gustava l'ebbrezza dei voli radenti delle rondini ed il brivido del guizzo improvviso di un pesce sotto riva.
Ma un giorno si trovò il percorso sbarrato: tutta la zona era transennata, ed una mastodontica gru era al lavoro. Che facevano? Stavano smontando il suo ponte e distruggendo il suo rifugio?
Restò contrariato ma, avvezzo com'era ai dispetti della gente, senza nemmeno un attimo di sosta, riprese la via del ritorno. La madre, sorpresa per il rientro anticipato, scorgendolo rabbuiato e depresso, indagò sul motivo del suo disappunto. Cercò di consolarlo, assicurandolo che il vecchio ponte, che da mesi era stato interdetto al traffico veicolare, sarebbe stato sostituito da uno nuovo, più largo e robusto.
Tonino decise di portare pazienza e divenne un assiduo osservatore dei lavori, che procedettero spediti e senza intoppi, così che, dopo circa tre mesi, l'opera fu portata a termine. Seguì una splendida festa, organizzata dalle due comunità rivierasche, nella quale Tonino si trovò inconsapevolmente coinvolto.
Arturo, il vecchio campanaro, il giorno prima gli aveva fatto mille raccomandazioni perché la mattina seguente si presentasse a suonare le campane ben vestito: subito dopo infatti si sarebbero recati a trovare la regina.
“La regina?” era stata l'incredula replica di Tonino. Ma alla risposta affermativa di Arturo non aveva obiettato. Di lui si fidava ciecamente.
L'indomani, dopo la messa, Tonino ed Arturo si incamminarono lungo l'argine del fiume, percorrendo la via tanto familiare. Man mano che si avvicinavano al ponte, avvertivano sempre più distintamente le piacevoli note di una allegra marcetta. La musica festosa, suonata dalla banda cittadina, si elevava al di sopra di un ininterrotto cicaleccio. Centinaia di persone in festa gremivano il ponte e le vicinanze più prossime, mentre varie bancarelle con dolciumi si assiepavano alle due imboccature della nuova struttura. Ad intervalli regolari, grappoli di palloncini rossi venivano liberati verso il cielo, tra gli applausi degli adulti e le grida dei più piccini.
Al centro della nuova struttura era stato eretto un vistoso palco rialzato, verso cui i due si diressero. Sotto un baldacchino, pomposamente decorato, su una poltroncina ben intarsiata, sedeva ostentando un portamento nobiliare, una ragazza ricoperta da un mantello damascato. Era quella la reginetta del ponte. Tonino non ebbe alcun dubbio.
La cerimonia dell'inaugurazione dell'importante opera di collegamento era già iniziata, ed alcuni altoparlanti diffondevano la voce dei sindaci dei due paesi riveraschi che inneggiavano ai fraterni rapporti tra le due comunità. Intervenne anche il vescovo, che lodò il frutto del benefico operato umano e lo benedisse, mentre il coretto parrocchiale intonava le lodi al Signore.
Poi la festa assunse un tono squisitamente popolare, ed i rappresentanti delle varie contrade si alternarono nell'offrire alla reginetta i loro doni augurali.
Anche Tonino, premurosamente avviato da Arturo, salì sul palco consegnando alla sua regina una targa ricordo fatta incidere dagli abitanti del suo rione. Momento indimenticabile! Come il successivo bacio della reginetta, immortalato da alcune fotografie di cui Tonino divenne gelosissimo custode.
Ma lui non aveva dimenticato Gianni, e continuò a raggiungere con assiduità la meta delle sue passeggiate, anche se i giorni si facevano via via più umidi e non infrequentemente piovosi.
Finché un pomeriggio una stupefacente visione: aveva appena imboccato il ponte quando gli apparve un enorme gregge che, per un'incredibile magia, sembrava fluttuare libero, incedendo su una scia d'aria. Decine e decine di pecore in marcia avevano completamente occupato la corsia recentemente costruita, occultando il sottostante nastro d'asfalto. Procedevano dunque verso di lui, apparentemente prive di sostegno, quasi su un fantastico ponte celeste. In mezzo all'enorme gregge color avorio, si delineava la nera barba di Gianni, il quale, appena scorse Tonino, cominciò ad agitare il suo inseparabile bastone in segno di saluto.
Solo quando i primi capi ebbero imboccato la strada arginale, alle spalle degli ultimi armenti cominciò a delinearsi nuovamente la solida pavimentazione. Ma Tonino era ancora rapito dalla suggestione magica di quella visione a cui si aggiunse, altrettanto memorabile, il dono di Gianni: un mazzetto di stelle alpine, colte là – disse – dove le vette toccano il firmamento stellato.
E Tonino avvertì il brivido dell'immensità.
Seguì un giuramento: anche lui un giorno avrebbe superato quel ponte al seguito di Gianni e del suo gregge. Anche lui avrebbe imboccato la strada che porta alle azzurre cime, su cui si adagiano le candide stelle del cielo.
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Come citare questo articolo
Lino Segantin. “Il ponte”. Ventaglio Novanta, n. 2, 1990. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-ponte/