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NARRATIVA

A cavallo

di Lino Segantin

Ventaglio Novanta n. 2 1990 pp. 133–140

Ancora un saluto ed un augurio di buon capodanno. Un rapido esame mentale per considerare se per caso avesse dimenticato qualcuno, poi Marco uscì dall'ufficio ed imboccò le scale, pensando come avrebbe riempito il week-end ritenuto il più atteso dell'anno. Negli ultimi giorni i riferimenti al grande appuntamento erano stati frequenti nell'ufficio, e in varie occasioni gli era capitato di cogliere le colleghe intente in fitti scambi di confidenze sui particolari dell'abbigliamento per l'attesissimo veglione. Qualche volta avevano cercato di coinvolgerlo nelle loro conversazioni chiedendogli i suoi progetti sulla grande notte, ma Marco era sempre riuscito a dribblare il discorso assumendo, a seconda dei casi, un'aria misteriosa o di sufficienza. Sapeva infatti benissimo che per lui non vi sarebbe stato alcun veglione: l'89 aveva segnato il naufragio della sua storia d'amore, incidendo pesantemente nel suo animo, tanto che ogni occasione festosa e allegra gli appariva priva di senso e decisamente stonata.

Via dalla pazza folla, dunque! Se ne sarebbe stato da solo, con qualche disco di musica classica, evitando ogni riferimento ai motivi della festa collettiva, e si sarebbe coricato prima possibile.

Ma sarebbe riuscito a prendere sonno? Il problema in effetti esisteva, inutile nasconderselo: la nostalgia lo avrebbe preso forse in modo struggente. Per l'immediato, per il pomeriggio del 30 dicembre, aveva però un appuntamento ben più piacevole: dopo un rapido spuntino, una corsa in auto fin sull'altopiano, a Cesuna, dove avrebbe fatto una bella galoppata in sella ad Indio.

Quella del cavallo inizialmente non era nata come una vera e propria passione; per lui aveva rappresentato più che altro uno svago a cui dedicare le ore del suo tempo libero, una concreta possibilità di superare quello stato di accidia in cui era precipitato dopo che Carla aveva deciso di rompere quel loro lungo, eccessivamente lungo, fidanzamento. Ma ben presto aveva assaporato il gusto dell'equitazione: una bella sgroppata tra i boschi a briglie sciolte era il balsamo adatto per lenire le sue ferite, comunicandogli l'ebbrezza di una sconosciuta libertà. In breve era divenuto padrone della tecnica equestre, tanto che i gestori del maneggio di Col del Vento, facendo uno strappo alla regola, in considerazione della sua attitudine, si erano fidati presto a concedergli un cavallo per escursioni solitarie. E con Indio l'intesa era stata perfetta. Una piccola pressione con i tacchi, ed il cavallo partiva con un trotto fluido e ritmato che lui sapeva assecondare, mettendosi in perfetta sintonia con quei movimenti. Ed ogni volta si rinnovava il piacere di quella simbiosi in cui uomo ed animale divenivano un essere unico, alla scoperta di nuovi sentieri e di panorami sconosciuti.

Superare al galoppo ripide salite, spingersi nella macchia più fitta per scovare piccoli branchi di caprioli, scendere lentamente scarpate scoscese… emozioni che si rinnovavano piacevolissime ad ogni appuntamento con la montagna.

“Un fine d’anno senza neve questo che sta per chiudere il 1989” pensava Marco, mentre lasciava la città alle sue spalle ed imboccava la Valdastico; ma a lui non importava molto, e già pregustava la sua uscita con Indio.

L’auto superò agile i dieci tornanti ed affrontò la stretta gola che immette sull’altipiano, a metà della quale si verifica quella specie di miracolo climatico che Marco ben conosceva: improvvisamente spariva ogni residuo dei filacci nebbiosi risalenti dalla pianura ed il cielo, nelle giornate serene, appariva di un azzurro intenso. Anche quel giorno il sole si presentò d’un tratto più luminoso, mentre la vegetazione, nel breve spazio di qualche centinaio di metri, assumeva il classico aspetto della flora alpina. Marco non ricordava altri posti dove il passaggio di ambiente fosse così improvviso e netto, tanto che l’impatto col mondo montano appariva sempre particolarmente gradito ed esaltante.

Dopo un paio di chilometri imboccò la via per Cesuna, con destinazione Col del Vento, sede dell’azienda agrituristica omonima. Sulla sinistra della strada, costeggiata da pini ed abeti, di quando in quando qualche squarcio lasciava vedere la suggestiva scenografia dell’altipiano. Il sole d’ambra del primo pomeriggio invernale inondava di una luce dorata la grande conca, delimitata a nord dalle cime più elevate. Il panorama, anche se conosciuto, si manifestava così splendido nella limpida giornata di dicembre, che Marco fermò l’auto prima di raggiungere il centro abitato, attratto da quel fulgore esplosivo. Un diffuso colore di miele rivestiva il paesaggio montano incredibilmente privo di neve. I caldi raggi di un sole dorato facevano risaltare il mantello fulvo dei prati che tappezzavano rotondità e avvallamenti del suolo, interrotti da scure macchie di pini o da gruppi di faggi senza chioma. E tutt’intorno le dorsali più elevate, fitte di conifere verdeggianti, a circoscrivere il grande pianoro dell’altipiano.

Meccanicamente Marco cercò i noti punti di riferimento: il campanile di Canove, che in quel punto appariva quasi allineato con quello di Camporovere là più in fondo, e le abitazioni di quest’ultima località, schierate lungo una linea retta come vigili sentinelle. Lo sguardo scese a cercare inutilmente il ponte di Roana non visibile da quella posizione, poi intercettò gli svettanti campanili dei paesi oltre la frattura della Val d’Assa e si posò sui bianchi padiglioni del centro elioterapico di Mezzaselva, incastonato nel verde mare di pini ed abeti; sostò ancora su una grande fattoria gialla a forma semicircolare, alle cui spalle, al di là della vallata, notò un’analoga ampia struttura progettata con canoni più moderni, ma proprio per questo meno inserita nel contesto ambientale. Poi si volse sulla destra a cercare il grande arco di Asiago, monumentale sepolcro collettivo per migliaia di caduti della grande guerra. (Poteva quel paesaggio così dolce e pacifico essere stato teatro di tanta desolata distruzione?) Infine tornò ad inquadrare le immediate vicinanze, sostando sulla fattoria di Col del vento. Era là, inondata di luce, in una posizione un po’ meno elevata rispetto al suo punto di osservazione, adagiata su un poggio al centro della vallata sempre accarezzata dal vento, come significava il suo nome.

Uno sguardo all’orologio: era ora di andare. Marco risalì in auto e subito raggiunse Cesuna addobbata di festoni natalizi. Appena superato il centro udì le note di “Venite adoremus” che gli venivano incontro: la banda locale era schierata presso il capitello che sorge all’imboccatura della strada che porta all’agriturismo. Proseguì a passo d’uomo, lasciandosi alle spalle il gruppo musicale e continuando a canticchiare il motivo della natività.

Fu ancora una percezione uditiva a richiamare la sua attenzione; ma questa volta molto meno piacevole: un abbaiare forsennato di cani da slitta lo accolse al suo arrivo. Gli animali manifestavano rumorosamente il loro dissenso nei confronti della totale mancanza di neve, e i loro guaiti erano così intensi da palesare un autentico stato di sofferenza.

La cosa non risultò gradita a Marco, ma ancora meno piacevole gli apparve la vista del suo Indio cavalcato da una amazzone che si esibiva, all’interno del maneggio, in impeccabili salti agli ostacoli. Marco espresse il suo disappunto al titolare dell’azienda, con il quale dovette però convenire che, proprio le ottime qualità di Indio, rendevano questo cavallo il più adatto per esercizi di precisione. E fu rassicurato sulle positive caratteristiche di Eva, una cavalla argentina dal portamento elegante, che gli era stata destinata.

Prima di avviarsi per la passeggiata, Marco volse uno sguardo risentito alla cavallerizza che, ignara del suo disappunto, era tesa con Indio nel salto di un ostacolo. Marco imboccò la strada per la pineta, spingendo Eva al trotto. Sentì che la cavalla rispondeva docile ai suoi comandi e, lungo la stradina dell’ex ferrovia, le fece aumentare l’andatura per una festosa galoppata. L’aria fresca riempiva i polmoni di cavalla e cavaliere che, inebriati di libertà, per oltre un’ora percorsero le silenti vie del bosco, sbucando nelle radure ove gli ultimi barbagli di un sole ormai declinante disegnava ombre lunghissime.

Al ritorno gli fu chiesto come si fosse trovato con Eva. “Tutto Okay” rispose, rivolgendo uno sguardo enigmatico alla ragazza che, conclusa la sua performance equestre, accarezzava affettuosamente Indio sul muso setoloso. Fu lo stalliere a rivolgere la parola a quest’ultima informandola che il signore si era lamentato di non aver trovato il suo cavallo.

“Come? Il mio Indio?” esclamò la giovane con tono di finta incredulità.

“No, il mio Indio” intervenne Marco, calcando la voce sull’aggettivo possessivo.

“Non lo cederei per nessuno al mondo” riprese la ragazza, continuando lo scherzoso dialogo.

“Io in realtà ne sono stato derubato” osservò Marco fingendosi offeso. Ma la ladra — continuò con tono più conciliante — per fortuna era all’altezza della situazione”.

Si guardarono e scoppiarono a ridere.

“Posso offrire una cioccolata calda o un ponce alla mia concorrente?” disse Marco premendosi i padiglioni auricolari freddi come il gelo.

“Va bene per la prima… purché con panna. A me piacciono le cose migliori” soggiunse con un sorriso allusivo la giovane, e con fare spigliato gli tese la mano declinando il suo nome: Anna.

Il dialogo al bar dell’agriturismo fu brioso e, naturalmente, incentrato sull’hobby che li accomunava. Poi Marco offrì ad Anna un passaggio in auto fino al paese. Si accomiatarono dandosi appuntamento all’indomani: “Stesso posto, stessi cavalli!” osservò la ragazza, sgranando significativamente gli occhi.

Marco riprese la via del ritorno, di buon umore per il piacevole incontro. Pensò che da tempo non si sentiva così a suo agio con una ragazza. Dopo il triste epilogo del suo fidanzamento, aveva spesso evitato di stabilire rapporti con persone dell’altro sesso e aveva iniziato una vita molto più riservata, dedicandosi alla lettura di qualche libro ed imponendosi l’ascolto di brani di musica classica, che ora cominciava veramente ad apprezzare.

Ma del resto, che poteva fare? Ormai quasi tutti gli amici si erano accasati. Qualche volta aveva accettato l’invito a passare alcune ore insieme, ma, cambiata la situazione di vita, erano venuti meno anche i motivi di intesa. E ricordò il ridicolo party a casa di Bruno, con incredibili discorsi sulle malattie dell’infanzia e i problemi dell’asilo nido. E non ci fu più modo di dirottare la conversazione verso altri temi, tanto era l’interesse che l’argomento aveva suscitato. “Beato te!” gli aveva detto l’amico, notando il suo disagio — “Divertiti fin che sei giovane. Non ridurti come noi, schiavo di mogli e figli!”. Ma in fondo non vi era un vero disappunto nella voce di Bruno, e Marco, salutando tutti, si era sentito più solo che mai.

“Niente amici, niente donne, niente complicazioni”, mormorò Marco tra sé ritornando al presente. “E con Anna?” si chiese mentre azionava la freccia direzionale per uscire dall’autostrada. Beh, con lei era diverso, si trattava di una ragazzina. Con lei — ne era certo — non sarebbero mai potuti sorgere problemi di tipo sentimentale. Quanti anni li separavano? “Quattordici” disse mentalmente sottraendo dai suoi trentadue i diciotto supposti di Anna. E rivide quegli occhi brillanti di un azzurro marino, inconsueti per l’accostamento con i capelli nerissimi, che incorniciavano il perfetto ovale del volto; rivide quello sguardo così intenso e spontaneo mentre rivendicava l’esclusiva sul cavallo conteso. E quel suo finto atteggiarsi a risentita, col viso inclinato sulla spalla destra. Una ragazza simpatica, questo era indubitabile: l’indomani l’avrebbe rivista volentieri.

Il giorno dopo si svegliò di buonora, prima del solito. “Proprio in un giorno di vacanza!” osservò con disappunto. Ma poi rettificò il suo pensiero: “Meglio così, stasera non avrò difficoltà ad addormentarmi presto”. Si sarebbe rincantucciato nel suo letto, mentre il resto del mondo sarebbe scivolato nel vortice della grande festa di fine anno. Ma, bando alle malinconie! Dopo una rapida colazione, Marco si dispose volonteroso a sbrigare il suo appartamento da scapolo, mentre l’“Eroica” di Beethoven diffondeva nell’aria i suoi “a fondo” musicali. Lavorò meticolosamente alcune ore: era tempo di mettere un po’ di ordine e, in fin dei conti, l’ultimo giorno dell’anno appariva particolarmente indicato per fare pulizie e liberarsi dalle inutili cianfrusaglie accumulate nel corso dei vari mesi. Alle undici Marco ammirò soddisfatto il positivo risultato del suo lavoro e spostò lo scatolone delle cose da buttare, sistemandolo provvisoriamente in ingresso. Pensò che non aveva assolutamente voglia di mettersi in cucina, col rischio, oltretutto, di rompere quell’ordine così perfetto. Avrebbe potuto pranzare presso l’agriturismo dell’altipiano. Detto fatto: una rapida toilette e, infilatasi la giacca a vento, si portò verso l’ascensore, destreggiandosi con lo scatolone delle immondizie.

Poco dopo mezzogiorno fermò l’auto al posteggio del Col del Vento. A passi lenti, godendo il tepore di un sole incredibilmente caldo, raggiunse la fattoria. Sostò una decina di minuti sul terrazzo in legno, costruito a strapiombo sulla valletta a guisa di solarium, poi entrò nella sala adibita a ristorante, dove lo accolse l’intenso aroma del minestrone. Pranzò con appetito, scambiando alcune battute scherzose con Itala, la titolare dell’agriturismo. La giovane signora, a conoscenza del suo attaccamento ad Indio lo punzecchiava, colpendolo proprio nel suo punto debole. Nel pomeriggio — diceva ironicamente — gli avrebbero sì affidato il cavallo preferito, ma affinché lo sellasse per quella brunetta tutto pepe.

Marco prese la palla al balzo per chiedere qualche informazione sulla ragazza. Venne a sapere che aveva vent’anni, che abitava a Mestre e che era iscritta al secondo anno di economia e commercio a Venezia. Una ragazza senza grilli per la testa, la definì Itala, appassionata di equitazione e, a quanto le era dato di intuire, con le idee molto chiare sulla vita e sugli uomini.

“Sugli uomini?” le fece eco Marco, manifestando nella domanda una certa inquietudine.

“Proprio così — riprese Itala — l’ho notata liquidare un ragazzo che evidentemente l’aveva importunata. Un tipino deciso, che sa farsi rispettare!”.

Poi il discorso prese tutt’altra direzione, anche perché Marco, sentite le osservazioni sul carattere risoluto della ragazza, decise che avrebbe lasciato perdere quella conoscenza occasionale, avvertendo riemergere in sè un acuto senso di diffidenza nei confronti del sesso opposto.

Ma, proprio mentre si trovava immerso in queste meditazioni rinunciatarie, arrivò lei, Anna che, fresca e di buon umore, gli rivolse un allegro saluto a cui Marco non potè rispondere con altrettanta cordialità. Il discorso tornò naturalmente sui cavalli, il loro trade-union, fin tanto che Marco, rompendo la sua naturale riservatezza, non le rivolse una domanda a bruciapelo: “Ma tu non ci pensi ai ragazzi?”.

L’esitazione di Anna fu brevissima: “Loro hanno in mente solo il sesso”, disse senza falsi pudori. “Io su questo argomento ho le mie idee”. E poi aggiunse con determinazione: “In ogni caso non lo considero un opzional, ma un elemento insostituibile di un rapporto veramente importante. E tu che ne pensi?” gli chiese con tutta tranquillità.

Marco si sentì spiazzato.

“Il sesso?” disse quasi ponendosi da capo la domanda. Non poteva non darle ragione: “Certo, è una componente essenziale di un rapporto maturo, che richiede consapevolezza ed onestà da parte di entrambi i partner. Ma forse — aggiunse dopo un attimo di esitazione, spinto da un impulso ad uniformarsi ad un criterio di massima sincerità — forse l’uomo non sempre ha questo tipo di delicatezze”. E poi incuriosito: “Tu pensi che i maschi adulti siano più rispettosi di certi valori etici rispetto ai tuoi coetanei?”.

“No — rispose con immediatezza la ragazza — però, almeno inizialmente, c’è un vantaggio”.

“Sarebbe?” domandò Marco con curiosità.

“Sono meno rozzi. È possibilissimo che il sesso sia l’obiettivo del loro corteggiamento, ma la cosa raramente si presenta tanto esplicita e vorrei dire spudorata come per molti ragazzi che si buttano senza ritegno, quasi fosse una cosa del tipo usa e getta”.

“Ma in questo caso si potrebbe anche affermare che i maschi adulti sono solo più ipocriti!” disse Marco sorprendendosi ad esplicitare una riflessione dal sapore tipicamente femminista.

“In effetti può essere benissimo così — osservò Anna — ma intanto c’è tempo di fare conoscenza e di troncare il rapporto prima che questo assuma una piega non gradita”.

Marco era stupito dagli strani ruoli che avevano assunto nel colloquio, in cui le parti sembravano essere state scambiate all’insaputa degli stessi protagonisti. Ma ancora più stupefatto era della lucidità manifestata da quella ragazza: senza esitazione, Anna seguiva la sua logica che testimoniava l’esistenza di una personalità sicura e ben determinata.

“La sai lunga tu — disse —. Ma chi te le ha insegnate tutte queste cose?”.

“Mi piace osservare — rispose con consapevolezza —. Come adesso noto che alla tua camicia manca un bottone” aggiunse con tono allegro.

Era vero, Marco lo sapeva. E, mentre meccanicamente infilava l’indice nell’asola vuota, si guardarono scoppiando in una risata complice. Quindi si avviarono verso la stalla ove i rispettivi cavalli li attendevano. Scambiatisi un vicendevole augurio di buona cavalcata, ognuno imboccò la propria strada.

Marco si fece coinvolgere meno del solito dal piacere della corsa montana. Il pensiero andava ad Anna. Quella brunetta, dagli occhi incredibilmente azzurri aveva fatto centro nel suo animo. Impossibile non ammetterlo: lo aveva conquistato. “O forse stregato?” disse a voce alta rivolgendosi alla propria cavalcatura.

Al ritorno ripresero il loro dialogo allegro e privo di sottintesi.

“Ti accompagno a casa” disse Marco avviandosi verso l’auto.

“Sì, ma a piedi” intervenne la ragazza trattenendolo ed indicandogli il sentiero che portava al paese.

Lungo la viuzza solitaria i due parlarono della propria vita, mettendo al corrente l’un l’altra dei momenti più significativi. Poi Anna, interrompendo improvvisamente il discorso: “Ma stasera tu, che fai? Con chi passerai l’ultimo dell’anno?”.

“Credo proprio con Bach” disse Marco cercando di darsi un tono.

“È un appuntamento che non si può rimandare?” insistè lei.

“Perché, hai un’alternativa sufficientemente valida?” chiese.

“In paese c’è una festa aperta a tutti, presso il teatro. Potresti venire anche tu”.

“Mi sentirei un pesce fuor d’acqua!” osservò Marco.

“Ah già, il cowboy solitario!” fece lei provocandolo. “Ma non preoccuparti, questa volta saremo assieme a cavallo” riprese lei giocando con le parole, mentre lui la guardava interrogativo. “Già, a cavallo tra l’89 e il ’90, senza sella e stivali naturalmente… Va’ a cambiarti, ti aspetto”.

Mentre faceva la doccia, Marco si ripeteva: “Attento alle ragazzine, sono pericolose”. Ma due perle color cobalto si erano fissate nella sua mente. E toglierle sarebbe stata un’impresa molto ardua. Che oltretutto proprio non desiderava… Anzi…

“Quella ragazza mi ha proprio conquistato” disse soddisfatto. “O stregato?”.

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Come citare questo articolo

Lino Segantin. “A cavallo”. Ventaglio Novanta, n. 2, 1990. https://ventaglionovanta.it/archivio/a-cavallo/

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