Dovevo proprio alzarmi dal letto. Già due volte avevo cercato di eludere il tempo per godere, ancora per una manciata di minuti, il tepore accogliente delle coperte. Di lì a poco sarebbe giunta la signora Marta, la donna che ogni fine settimana si impossessava della mia casa, spalancando finestre, spostando poltrone ed esponendo i tappeti sul balconcino, per poi passare pavimenti e mobilio con i suoi infernali quanto rumorosi arnesi.
Chissà perché proprio il sabato, il mio unico e vero giorno di libertà, con moglie e figli a scuola! Invariabilmente me lo chiedevo tutti i fine settimana, lottando col persistente stato di torpore che mi assaliva una volta che tutti avevano abbandonato l’appartamento e la casa sprofondava nel silenzio. E allora iniziava la mia lotta con il tempo, giacché alle nove e trenta, puntualissima, arrivava la signora Marta, solerte ed efficientissima come sempre, inconsapevole turbatrice del mio stato di quiete.
Le nove e dieci. Avevo già accumulato un quarto d’ora di ritardo sulla tabella di marcia. Facendo appello alle mie forze mi alzai quasi di scatto (non era proprio più il caso di ripensamenti) e mi portai in bagno. Dopo una bella spruzzata d’acqua sul viso, il piacere di spalmare la crema da barba, col suo candore soffice ed ovattato.
Il piccolo ed affilato rasoio scorreva liscio, senza intoppi sulla pelle, ed asportando la barba restituiva una rinnovata freschezza al volto. Avevo appena iniziato a radermi sotto il mento, la parte più delicata, quando suonò il campanello. “Ecco la mia nemica del sabato”, pensai raggiungendo l’ingresso dove, senza nemmeno chiedere chi fosse premetti l’apri-porta centrale e, contemporaneamente, girai la maniglia dell’uscio dell’appartamento. Assicurata la via libera a Marta, tornai precipitosamente nel bagno per terminare la toilette mattutina. Poi in tutta fretta indossai gli indumenti del giorno prima e svogliatamente raggiunsi il soggiorno.
Il mio sguardo incrociò due grandi occhi neri di ragazzina. Occhi che però mi apparvero subito mancare di una componente tipica dell’infanzia: la serenità. Si leggeva preoccupazione nel volto scarno e teso della fanciulla, mentre il suo abbigliamento denunciava una certa trascuratezza.
«Chi sei?» chiesi osservandola meglio.
«Vuoi comperare dei fazzoletti? Oppure dei calzini?» fu la sua risposta di presentazione, manifestando una pronuncia inequivocabilmente slava.
Una zingarella dunque! Una ragazzina avviata all’accattonaggio e ad una vita difficile. Istintivamente mi guardai attorno per vedere se si fosse impossessata di qualche oggetto. Gli zingari, si sa… E intanto le rivolsi alcune domande, più che altro per tenerla lì, al calduccio dell’appartamento, mentre dalle finestre vedevo le ultime foglie dell’autunno, strappate da un vento umido e freddo, turbinare nell’aria.
Ma per tutta risposta lei mi ripropose l’acquisto della sua misera mercanzia. Non capiva o non voleva rispondere alle mie domande? Era inutile, non l’avrei mai saputo. Estrassi una banconota da cinque mila lire e ritirai alcuni pacchetti di fazzoletti di carta; dopo di che, frettolosamente, la ragazzina uscì dall’appartamento.
Stavo ancora pensando al suo sguardo così incerto e sfuggente, quando entrò Marta, che mi fece osservare, con chiaro tono di rimprovero, che la porta era socchiusa. Proprio un invito a nozze – così disse – per gli zingari che aveva visto aggirarsi nei paraggi dell’edificio.
Le chiesi se aveva visto per le scale una zingarella. Mi rispose con sussiego che era salita in ascensore e che tali incontri indesiderati sarebbero stati da escludere se ogni condomino avesse prestato più attenzione a chiudere la porta centrale o ad aprirla soltanto a conoscenti.
Dopo pranzo mia moglie aveva l’abitudine di rilassarsi, accomodandosi in una poltrona del salotto, per dedicare un quarto d’ora allo spoglio della posta o a sfogliare una rivista.
Fu per l’appunto mentre si trovava intenta ad osservare la corrispondenza che mi chiese dove avessi messo il tagliacarte.
Allora capii… Mi apparve l’immagine fotografica di quei grandi occhi smarriti: era stata lei, la ragazzina dei fazzoletti, che si era impossessata del bel tagliacarte con lama in argento ed impugnatura di ebano intagliato, un oggetto ben fatto che faceva bella mostra di sè su un piatto anche questo in argento, evidentemente troppo grande per poter essere occultato tra gli indumenti.
Sapevo dove erano accampati gli zingari. Sarei andato a vedere…
A vedere che cosa? Mi chiedevo avviandomi verso la meta. Certamente non avrei reclamato il mio tagliacarte, in tal caso infatti, avrei rischiato solo degli insulti, se non peggio. In realtà volevo rivedere quella piccola dagli occhi smarriti e pieni di malinconia. Perché non aveva risposto alle mie domande? Aveva forse paura di tradirsi? Quale segreto nascondeva la sua espressione confusa? Ero certo che la sua inquietudine non si riferiva al furto del tagliacarte, ma aveva radici più profonde.
Guardavo da una certa distanza l’accampamento, alcune roulotte erano state poste in modo circolare. Nello spiazzo interno si aggiravano alcune donne. “Quale sarà la madre di occhi-pensosi?” mi chiesi.
Mi avvicinai un po’: le donne sembravano piuttosto allegre e prive di problemi. Con loro alcuni bambini piccoli, poco vestiti, apparentemente incuranti del freddo. Un solo uomo di età avanzata si aggirava claudicante all’interno dell’accampamento, armeggiando con un filo di ferro.
E tutti gli altri? Naturalmente al “lavoro” pensai. E mi soffermai a riflettere sulla vita degli zingari, un’esistenza da sempre slegata dagli schemi e dalle regole della società organizzata.
Essi si definiscono “rom” ovvero uomini liberi, ed il loro modello di vita non contempla nè fissa dimora, né lavoro stabile. Per quanto mi era dato conoscere, non mi risultava infatti che i nomadi fossero interessati a qualche tipo di lavoro produttivo, come lo concepiamo noi.
“Gli zingari e la società dell’informatica” pensai immaginando un titolo giornalistico. Quanto lontano il mondo attuale dal loro! Come gettare un ponte tra le esigenze della odierna società e le loro tradizioni secolari?
Una volta le cose erano diverse. Ai tempi della civiltà contadina – riflettevo – c’era un sufficiente dialogo e un vicendevole scambio di esperienze con gli zingari. Essi allevavano e vendevano cavalli, erano ottimi ramaioli, erano in grado insomma di esercitare attività socialmente utili e pertanto, sia pure se guardati anche allora con diffidenza, a volte erano persino ricercati per ciò che sapevano fare. Ma quel ponte, era ormai crollato e le due realtà mi apparivano incomunicabili. Pensavo all’avversione della gente nei confronti degli zingari e come anch’essi d’altra parte disprezzassero la società costituita, opponendosi decisamente a forme di integrazione. Ma nel contempo – consideravo – non avevano potuto fuggire completamente alcuni modelli consumistici: il mito dell’auto di grossa cilindrata, ad esempio, utilizzata come necessario traino della roulotte, ma anche come simbolo di una certa gerarchia sociale.
Finita l’era dei cavalli era logico che anche gli zingari si adeguassero. Ma proprio l’abbandono del cavallo – lo avvertivo chiaramente – aveva determinato per loro una scelta pericolosa e spesso asociale. I puledri vengono infatti messi al mondo gratuitamente dalle loro madri, possono nutrirsi senza spese con l’erba che cresce spontaneamente lungo le rive dei fiumi, ed infine la loro vendita può divenire fonte di guadagno. Con le auto invece è tutto un passivo: devono essere acquistate e mantenute, e pertanto occorrono continuamente soldi. E se non si è inseriti in un ciclo produttivo, l’unica alternativa è il furto. Né è pensabile che un ragazzino, allevato libero e diffidente nei confronti della società, organizzata in schemi che ai suoi occhi devono apparire soffocanti, possa cambiare da adulto il carattere acquisito.
Per quanto mi sforzassi, non riuscivo a vedere alcuna possibilità di ricostruire quel ponte che, anche se fragile, per secoli aveva retto, mettendo in comunicazione i due mondi, il cui destino appariva ora inconciliabile.
E occhi-pensosi? Quale sarebbe stato il suo avvenire? Non riuscivo a trovare una accettabile via di uscita al problema. L’unica soluzione – mi chiesi – è dunque quella seguita dalla maggior parte delle amministrazioni comunali? Una finta soluzione che consiste nel sopportare per alcuni giorni la presenza ingombrante di queste comunità, in attesa che, spostandosi, portino altrove la difficile problematica della loro esistenza?
Ed anche dal mio quartiere gli zingari se ne andarono, allontanando dalla mia mente la questione irrisolta e l’immagine malinconica di occhi-pensosi.
Fu dopo un mese, nel corso di un servizio giornalistico su un gruppo di nomadi, trasmesso dalla televisione, che appresi dell’arresto di alcuni zingari, resisi colpevoli di una vera e propria tratta di bambini dalla vicina Jugoslavia. I ragazzini – informava lo speaker televisivo – che erano stati costretti con percosse e minacce a compiere quotidianamente una serie di furti, ora, grazie ad un accordo tra il governo italiano e quello jugoslavo, sarebbero stati rimpatriati per essere riportati, per quanto possibile, alle loro famiglie di origine.
Improvvisamente sul teleschermo apparve lei, occhi-pensosi, con quello sguardo assorto ed inquietante. Nel suo volto, evidenziato dal primo piano televisivo, si leggeva un atto di accusa e di disprezzo per il mondo degli adulti, i quali – adesso lo sapevo – avevano interrotto tanto traumaticamente la sua spensierata vita di bambina. E lei aveva assunto una maschera, fatta di diffidenza, di rancore e di condanna. Chissà se il suo animo fanciullesco poteva essere recuperato! Chissà se avrebbe ancora riabbracciato la mamma!
L’indomani raggiunsi la località ove erano stati arrestati i nomadi. Tra la refurtiva recuperata, incredibilmente, rinvenni il mio tagliacarte. Poi chiesi di vedere lei, occhi-pensosi, e mi fu concesso.
Ci guardammo a lungo. Le sussurrai parole amiche. Poi, prima di andarmene, assieme ad un pacchetto di dolcetti le allungai il tagliacarte, con l’augurio che fosse il suo portafortuna. Lo ritirò sgranando i grandi occhi neri, specchianti l’enigma della sua anima. E mentre mi congedavo, finalmente, agitando verso di me il tagliacarte, si aprì in un indimenticabile sorriso.
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Come citare questo articolo
Lino Segantin. “Il tagliacarte”. Ventaglio Novanta, n. 2, 1990. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-tagliacarte/