Il primo marzo del 1951 moriva a 91 anni d’età, dopo breve malattia, il poeta adriese Marino Marin. In occasione del quarantesimo della sua morte (1991) saranno programmate alcune iniziative.
Lodevoli tali propositi, sorprende però che l’opera mariniana sia stata lasciata, subito dopo la morte del poeta, in penombra. Quali le cause di tanto silenzio? Probabilmente hanno concorso diversi motivi, uno dei quali riconducibile allo stesso poeta “colpevole” di aver scritto e difeso fino all’ultimo la metrica tradizionale (con preferenza per il sonetto mentre già agli inizi del ’900 la tecnica della versificazione subiva un profondo rinnovamento con l’adozione della rima e l’abolizione del verso libero.
Non hanno inoltre giovato i continui encomi di sapore nettamente campanilistico e toni spesso enfatici usati nel trattare l’opera mariniana. È mancata infine una diffusione nazionale delle sue opere e non si è mai provveduto ad una critica seria, obiettiva ed approfondita dell’opera complessiva. Cosicché si è finito per parlare del Marin solo ed esclusivamente come poeta polesano, poeta adriese, interprete della nostra terra, finendo per relegarlo ad un ruolo marginale.
Un’immagine da riscattare anche perché Marin, nelle sue liriche spazia toccando molteplici aspetti dell’esistenza umana; la sua poesia, nasce infatti da un’ampia e armoniosa visione della vita.
Ciò non di meno è pur vero che le sue pagine più significative sono proprio quelle che parlano della nostra Terra di cui il Marin sa cogliere l’anima, descrivendo la dignità ed il coraggio della gente, i costumi e le usanze popolari, con annotazioni di carattere sociale e psicologico. Emergono anche sentimenti di pace, il bisogno di solidarietà umana, le intime correlazioni tra l’uomo e la natura, la vita che scorre rapidamente, la caducità delle cose, i turbamenti. Temi ampiamente trattati sono quelli della Terra (la gran Madre Antica), dell’acqua e del sole.
È un lungo itinerario poetico fitto di momenti intensamenti vissuti che rivelano un’alta sensibilità ed un’anima che sa trasfondere luce e colori ad ogni cosa del creato.
In attesa che le prossime celebrazioni offrano un’occasione per avviare uno studio monografico sull’autore adriese, proponiamo di seguito alcune sue liriche.
IL RUSCELLO
Di vetta a l’alpe, ove pasceva il fiore de le cerulee nevi, un piccol rivo scese agile rodendo il marmo vivo in cerca di più vaste acque canore.
Violentò le balze, entrò nel cuore del monte, uscì, precipitò giulivo giù giù verso i gai borghi ove l’olivo spande la pace su le industri gore.
Baciò l’olivo, e via, di china in china, lasciando a dietro le foreste cupe, si riversò ne la vallata alpina:
si snodò fiume al piano, ebbe dovizia d’acque, ma, tolto a la solinga rupe, perdette la sua garrula letizia.
Marino Marin
I LUOGHI SOLITARI
Vi sono certi luoghi desolati ove la vita è un mistico languore, ove non odi, ne le bianche estati, che il pianto interminabile de l’ore:
ruine d’abbazie, vecchi sagrati ignoti al dolce sol, chiuse a l’amore, su cui protendon gli alberi abbracciati le rameggianti cime senza fiore.
E pur qualche pio frate abita ed ama questi deserti luoghi: egli ode, a notte vagar silenziose anime in questi deserti luoghi; e quando il gallo chiama, vede, oh prodigio! scintillare in grotte d’edera non già fiori: occhi celesti.
Marino Marin
IL PRIMO PANE
Bovi, che per le immense asiache lande urgeano i patriarchi di su i lenti carri a l’esilio, austeri in mezzo al grande fluttuare de’ servi e de gli armenti;
bovi, che il rito de le prische genti, tolto agli orridi spechi e a l’aspre ghiande, volea candidi e adorni, ne’ faventi ambarvali, di tenere ghirlande,
come echeggiò, solenne anfiteatro, la verde solitudine al muggito vostro propiziante al primo aratro;
di che pia gioia arrisero a le umane opere i cieli quando fu partito su la rustica mensa il primo pane!
Marino Marin
I PETTIROSSI
O Corcrevà, mentre io l’estro e la mano fatico in tediose opre su i grossi in-foglio (oh meglio, assai meglio se fossi costì, lungi dal mondo irrito e insano)
dimmi: lungo i prunaj, ch’orlano i fossi tuoi polverosi, o Corcrevà lontano, or che il frumento cede al fausto grano turco non fischian lieti i pettirossi?
Allettati da i dolci ozî autunnali, a cui tu attenui di folte ombre il giorno, ritornan essi: essi han la gioja e le ali;
io no. Stanco, accigliato, in disadorno stile stempro io fra l’uggia e i badiali codici il mio corruccio; e non ritorno.
Marino Marin
da “Voci lontane”
Utilizzo dei contenuti
Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.
La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.
Come citare questo articolo
Nicola Berti. “Marino Marin: un poeta da riscoprire”. Ventaglio Novanta, n. 2, 1990. https://ventaglionovanta.it/archivio/marino-marin-un-poeta-da-riscoprire/