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STORIA - TRADIZIONI

Fiumi formidabili, un tempo terribili: 40 anni fa l’ultima drammatica alluvione

Per secoli tragiche inondazioni hanno martoriato la nostra terra, provocando ondate di fuga di abitanti. Ben il 30% nel secolo scorso e il 22% nel nostro secolo hanno lasciato il Polesine

di Cinzia Malin

Ventaglio Novanta n. 3 1991 pp. 52–56

La storia del Polesine è la storia dei suoi fiumi: Po, Adige, Tartaro, Canalbianco. L'acqua è un elemento basilare quanto mai caratterizzante la nostra provincia e perciò, a ragione, G. Marangoni ha denominato questa la "Terra dei grandi fiumi".

L'acqua è sorgente di vita, e proprio per questo gli insediamenti umani più antichi erano stanziati proprio lungo i fiumi. Nel nostro Polesine, Melara, Ceneselli e Frattesina, dove si sono avuti ritrovamenti di comunità preistoriche, sorgevano anticamente lungo un ramo del Po.

Ma i fiumi sono stati anche spesso causa di tragedie e disperazione a seguito delle numerose alluvioni e rotte verificatesi nel corso dei secoli. Impossibile calcolare quante siano state; è comunque documentato come i fiumi polesani abbiano più volte nell'antichità cambiato il loro corso in seguito ad alluvioni. Il Po, ad esempio, scorreva un tempo molto più a sud, diviso, già prima del X secolo a.C., in due rami principali, il più meridionale dei quali sfociava a Spina, toccando Bondeno e Ferrara mentre, l'altro sfociava ad Adria passando per Ostiglia e Rovigo.

Anche il corso dell'Adige era diverso. In seguito alla rotta della Cucca nel 589 d.C., presso Albaredo, l'Adige scavava un nuovo alveo passante per Legnago e Castelbaldo, stabilendosi nel tronco polesano. Prima toccava Cologna Veneta, Montagnana, Este, Tribano ed Agna per finire nella Fossa Filistina, antico canale etrusco sfociante in mare presso Chioggia. È questa la prima rotta passata alla storia: Paolo Diacono, lo storico dei Longobardi, l'ha ricordata come un nuovo diluvio per la serie di precipitazioni eccezionali che investirono il Veneto.

L'Adige è stato protagonista in larga parte dello sviluppo civile e della vita in genere del Polesine. Basti pensare all'elevato numero di centri abitati (Badia Pol., Rasa, Lendinara, Costa, Rovigo, Buso, Villadose, Ca' Emo, Fasana, ecc.) sorti lungo l'Adigetto, che altro non è che il vecchio corso dell'Adige prima che rompesse alla Bova di Badia nel 954, formando l'attuale alveo.

Sebbene si propenda a considerare più temibile il Po per la maggior portata d'acqua, per quanto riguarda le rotte è stato forse più pericoloso l'Adige, e ciò per una serie di motivi: il tronco polesano, lungo 87 Km, è totalmente pensile; il fiume conosceva un carattere torrentizio e pertanto le sue piene possono essere improvvise; le sue acque sono ricche di materie solide che, depositandosi sul fondo, causano l'innalzamento del letto rendendo meno sicuri gli argini con conseguenti infiltrazioni.

L'Adige è uno dei pochi fiumi dalle caratteristiche difficili da controllare, tanto che già nel 1544 il Provveditore Generale per il Polesine Giovanni Francesco Salomon, in una sua relazione al Senato della Serenissima Repubblica lo definiva "terribile et formidabile".

I primi documenti certi sulle sistemazioni eseguite per contenere il defluire della corrente dell'Adige, risalgono all'anno 1000 e riguardano il prosciugamento delle Paludi Adriane.

Da allora molta strada è stata fatta per garantire la sicurezza del territorio polesano, a cominciare dall'intervento degli Estensi per la sistemazione del Tartaro e della Filistina, dalla cui confluenza si originò il corso fluviale che prese il nome di Canalbianco.

Successivamente la Repubblica Veneta, più sensibile al problema idraulico, intervenne in modo più sistematico e organizzato, istituendo il Magistrato delle Acque nel 1530 e il Magistrato all'Adige nel 1678. Esistevano tuttavia già dalla metà del 1400 Consorzi di bonifica, attivi per iniziativa privata e impegnati in prima linea in opere e progetti inerenti la regimazione delle acque in tutto il territorio polesano. Ma nemmeno questi interventi riuscirono a garantire sicurezza idraulica.

Tra le rotte più importanti che hanno interessato la nostra provincia vanno menzionate quelle del Po a Ficarolo nel 1152 e quelle dell'Adige a Castagnara e Malopera nel 1438.

La prima venne ricordata come una catastrofe leggendaria: una tremenda piena disalveò i rami meridionali del Po formando l'attuale Po di Venezia, mentre presero le loro efficienze nel giro di alcuni secoli le più antiche foci di Valdano e di Primaro.

Le rotte dell'Adige invece sembra siano state provocate artificialmente dall'esercito dei Gonzaga per allagare le Grandi Valli Veronesi e poter trasferire così dall'Adige al Po la flotta con cui combattere i Veneziani.

Le rotte di Castagnara e Malopera diedero origine ai rami fluviali omonimi confluenti nel Tartaro e nella Fossa Polesella prima di giungere in Po.

La conseguenza di queste rotte fu disastrosa perché rimasero aperte circa sessant'anni, riversando gran parte delle acque dell'Adige nel territorio Polesano e creando pertanto gravissimi danni. Il Bocchi riportava: "Tutto il paese, dal punto delle rotte al mare, fu convertito in un immenso stagno, tranne pochissimi territori, dette le campagne di S. Stefano e di S. Giustina sotto Rovigo, rimaste capaci di qualche coltura: gli anteriori canali perdettero le loro vestigie, confuse colle irruenti masse delle acque dell'Adige" (Il Polesine di Rovigo – 1861).

Nel 1600 va registrato un fatto eccezionale: l'inizio di lavori del taglio di Porto Viro, oggi Taglio di Po, per deviare più a sud le acque del Po le cui foci avanzavano progressivamente preoccupando la Repubblica Veneta per l'interramento della laguna. I lavori terminarono nel 1604 ed è questo l'anno di nascita del nuovo Po e del nostro Delta.

Numerose alluvioni hanno contraddistinto il periodo a cavallo tra il XVII e il XVIII sec., non solo a proposito del Po e dell'Adige ma anche di corsi minori, in concomitanza con una situazione di regresso economico che ha investito il Polesine: solo l'Adige tra il 1673 e il 1689 provocò 11 rotte. Il Bocchi ha addirittura tentato di enumerare le rotte dal 589 al 1882 contandone ben 95.

Le rotte più disastrose nel nostro territorio in tempi recenti sono state due: quella dell'Adige a Legnago nel 1882 e, ricordo ancora vivo per molti polesani, quella del Po nel 1951.

Ambedue hanno avuto una stessa grave conseguenza sociale: l'acuirsi del fenomeno dell'emigrazione con una grande ondata di partenze dal Polesine. È così che alla fine del secolo scorso ha lasciato il Polesine ben il 30% della popolazione, toccando punte altissime soprattutto nell'anno 1891 quando Rovigo ha avuto il triste primato di città del Regno che ha dato più emigranti, per lo più diretti in Brasile. Il grosso movimento emigratorio, essenzialmente interno, verificatosi invece alla metà del nostro secolo ha interessato più di 100.000 persone pari al 22% della popolazione polesana, coinvolgendo intere famiglie che vedevano ormai nell'esodo l'unica soluzione di sopravvivenza.

Il 18 settembre del 1882 dunque l'Adige ruppe in più punti presso Legnago provocando una immensa breccia nell'arginatura e riversando le acque verso le Grandi Valli Veronesi e quindi nel Tartaro Canalbianco. Questo non fu in grado di convogliare l'enorme quantità d'acqua e ruppe in dodici punti, così tutto il territorio tra Po e Canalbianco fino alla Fossa Polesella venne sommerso. Fu inevitabile il taglio degli argini di Fossa Polesella (antica opera idraulica che collegava il Canalbianco al Po, chiusa nel 1951) il 1° ottobre per consentire lo sfogo della gran massa d'acqua che a sua volta inondò il territorio tra Po e Canalbianco scaricandosi in mare.

In quella triste occasione il Polesine visse un lungo e penoso inverno immerso nelle acque alluvionali. Oltre 85.000 persone rimasero accampate sugli argini e nei luoghi rialzati, con il bestiame e le poche masserizie che avevano salvato, coperte da stuoie e scarsamente assistite dalla carità pubblica.

L'11 novembre 1951 il Po ruppe in due punti: presso Occhiobello, Bosco e Malcantone, e poi a Paviole sommergendo in pochi attimi la zona tra Po-Fossa di Polesella e Canalbianco. Intanto quest'ultimo a sua volta straripò in più punti dell'argine sinistro portando l'acqua verso Rovigo e superando anche le sponde dell'Adigetto, per invadere i quartieri della città e i Comuni di Villadose, Adria, Loreo e Cavarzere. Le acque, impedite dagli argini di Fossa Polesella (ancora una volta), non defluirono verso il mare per cui venne deciso di praticare delle aperture (com'era già avvenuto nel 1882) ma esse si rivelarono insufficienti e le acque alluvionali risalirono per allagare tutto il territorio compreso tra Po e Tartaro, vale a dire 3/4 dell'intero Polesine, escludendo i soli centri di Castelmassa, Castelnovo, Ceneselli, Calto, Salara, Melara e Bergantino.

Finalmente dopo 15 giorni, il 26 novembre, vennero allargate le aperture degli argini di Fossa Polesella e l'acqua cominciò a decrescere nonostante forti mareggiate e avverse condizioni atmosferiche, che tra l'altro rendevano difficoltosi anche i soccorsi agli alluvionati. Furono necessari tre mesi di lavoro per prosciugare il territorio pompando 700 milioni di metri cubi d'acqua degli 8 miliardi defluiti nel territorio.

Fu una vera tragedia che scatenò la solidarietà anche oltre il confine nazionale. Ne è testimonianza Villaggio Norge, complesso abitativo donato dalla Norvegia al Basso Polesine in occasione dell'alluvione.

Quella del '51 non fu comunque l'ultima poiché nel corso degli anni '50 e '60 si registrarono altre rotte, per fortuna circoscritte e perciò molto meno tragiche; nel '56 l'allagamento di Pila; nel '57 dell'Isola Camerini e di Ca' Vendramin in sinistra del Po di Goro, dell'isola di Donzella e di Ca' Mello; nel '58, '59, '60 inondazioni e mareggiate in più punti del Delta; nel '66 dell'isola della Donzella.

Il Polesine, dominato dai due massimi fiumi d'Italia, ha sempre vissuto nel terrore delle inondazioni. Ogni alluvione ha portato distruzione e morte, assorbendo energie, risorse e mezzi.

Ora, alle soglie del 2000, sembra che l'uomo abbia finalmente acquisito competenze tecniche e scientifiche tali da poter tenere in pugno la natura, auspicabilmente in modo positivo. È pertanto sperabile che le inondazioni e le drammatiche conseguenze restino solo un brutto ricordo e che la "terra dei grandi fiumi" sia sempre più spesso menzionata per le suggestioni paesaggistiche che i corsi d'acqua le sanno conferire.

Bibliografia

"Studi polesani", Atti dell'VIII Convegno di Storia Polesana: 1882 La rotta dell'Adige – Minelliana 1982.

"Studi Polesani" – Gli anni '50 – Atti del XII Convegno di storia polesana – Minelliana 1986.

Rovigo ritratto di una città – Minelliana 1988.

Polesine Delta del Po – G. Marangoni – Turismo & Cultura 1987.

Appunti da "Il dominio veneto nel Bassopolesine" P. Bassan, Vol. I, Ed. Il Gerione, 1972.

Appunti da seminari per guide di turismo sociale del Polesine a cura del C.T.G. "Rovigoti".

Fotografie

La documentazione fotografica, relativa all'alluvione del 1951, ci è stata fornita dal Centro Documentazione Polesano di don Antonio Castello.

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Come citare questo articolo

Cinzia Malin. “Fiumi formidabili, un tempo terribili: 40 anni fa l’ultima drammatica alluvione”. Ventaglio Novanta, n. 3, 1991. https://ventaglionovanta.it/archivio/fiumi-formidabili-un-tempo-terribili-40-anni-fa-lultima-drammatica-alluvione/

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