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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Una giornata a San Basilio

In uno dei più suggestivi paesaggi del basso Polesine per trovare il sapore di una umanità antica

di Umberto Dallemulle

Ventaglio Novanta n. 3 1991 pp. 17–21

Una chiesetta romanica in groppa all’unico "monte" superstite, una manciata di case, una trattoria, qualche acacia figliata dall’aridità della sabbia. Un silenzio d’altri tempi, ingigantito dalle pastose nebbie invernali ed accentuato dall’estivo frinire delle cicale.

San Basilio, a ridosso del Po di Goro che fluisce oleoso e pigro tra due verdi nastri di pioppi e salici, si culla in uno dei più suggestivi paesaggi della Bassa polesana, tra piatte campagne immalinconite da qualche vecchia casa abbandonata, in uno scenario che mantiene inalterato l’originario rapporto uomo-natura.

Tutto qui sembra avere sapore di umanità antica, dal sarcofago romano posto a guardia della chiesa, al pulsare lento della vita, allo stesso toponimo dall’aria vagamente misteriosa che rievoca lontani fasti bizantini. Un’umanità antica nobilitata da tradizioni non da poco, come quella che vuole San Basilio in stretto rapporto culturale ed economico con la Pomposa benedettina del 1100 e 1200. O, ancora, come quella che vuole Dante, reduce da un’ambasceria a Venezia per conto di Guido Novello da Ravenna, febbricitante ed ormai prossimo alla morte, ospite dei monaci di San Basilio una notte dell’aprile 1321.

E di antichità vera, concreta, sono disseminate le campagne tutt’attorno. Però, muri, muretti, pavimenti, mosaici, tombe, mattoni, lucerne, chiodi, monete, perline, vetri, cocciame d’ogni genere in questo paradiso dal nome orientale non fanno più sensazione, perché da sempre entrati nella realtà quotidiana.

Le poche ed imprecise fonti dei secoli scorsi ci ragguagliano sul rinvenimento di "urne sepolcrali di smisurata grandezza… vuote ed abbandonate sulla sabbia", di "prodigiose quantità di monete antiche d’argento e d’oro", di lapidi, di mattoni con bollo, di sepolcreti, di pavimenti musivi… Insomma, un eden archeologico andato distrutto o disperso per l’incuria dell’uomo che, in quanto affiorava dal terreno, per lo più vedeva un ostacolo ai lavori agricoli. C’è stato, è vero, chi in passato ha cercato di strappare qualche segreto alla terra fertile, ma è passata più simpaticamente alla storia l’impresa di uno spirito intraprendente che, in regime di autarchia, si creò una fortuna scavando in terreno non suo, e vendendo le condutture in piombo di una villa romana.

Infatti tutta la zona di San Basilio era occupata da una serie di villae rusticae, quelle grosse fattorie disseminate nei territori rurali, nerbo dell’antica economia agricola d’epoca romana, autosufficienti non solo nella produzione del fabbisogno alimentare, ma anche di quanto altro serviva per le più svariate esigenze della vita quotidiana. Qua e là c’erano i relativi sepolcreti.

Dal 1977 al 1980 parte di una di queste villae fu scavata con criteri scientifici. Con sorpresa si constatò che essa aveva avuto ben sei secoli di vita, dal I a.C. al V d.C.! Ma ancor più grande fu la sorpresa quando si scopersero tracce di un insediamento preromano di VI-V sec. a.C., con materiale paleoveneto, greco, etrusco! Una scoperta che aveva del clamoroso e che determinò alcune ulteriori campagne di scavo, a partire dal 1983.

Dunque, nella zona di San Basilio l’uomo è vissuto pressoché ininterrottamente fin dal VI sec. a.C…. L’attenzione della ricerca ufficiale si concentrò su questo angolo di sogno, tra la fine degli anni Settanta e l’inizio di quelli Ottanta.

La fotografia aerea confermò quanto ipotizzato già in passato dagli studiosi: San Basilio andava identificata con la mansio Radriani o Hadriani, stazione di sosta e di cambio sulla romana via Popillia che il console P. Popillius Laenas fece costruire da Rimini ad Adria nel 132 a.C. (erano tempi in cui le opere pubbliche rispettavano ritmi di esecuzione ben diversi da quelli attuali). Proprio da qui, in età claudia, si staccò un percorso che serviva a raggiungere Aquileia seguendo verso nord l’originario cordone di dune fossili, ora scomparso.

Mai, fino a quegli scavi, l’archeologia aveva guardato tanto ad est di Adria. San Basilio era diventato importante.

Ma come conservare memoria di quanto andava emergendo? Era impossibile mantenere in situ le strutture scavate, perché acqua e fango le avrebbero demolite. Naturalmente furono ricoperte dopo la documentazione di rito. Veniva così a cadere l’attrattiva più valida per un certo tipo di turismo, destinato a vivere la breve stagione dello scavo. Sopravvisse per un po’ il turismo domenicale dei ricercatori in proprio che, armati di sportine di nylon, razzolavano alla ricerca di qualche tesoro.

Nacque l’idea di istituire un piccolo museo che fu realizzato con tanto amore e tanta buona volontà in locali contigui la chiesetta.

Ora sembra prendere corpo la costruzione di un moderno complesso polivalente sull’area della vecchia scuola elementare ormai inutile perché la gente, da qui se n’è andata via quasi tutta. Dovrebbe nascere una cosa molto bella, anche se un po’ fuori mano e priva di un’utenza locale consistente. Un po’ campanilistica ed emotiva, per quanto legittima, sembra pure l’aspirazione alla creazione del museo locale proprio quando, per ovvie ragioni di conservazione, si tende a non polverizzare le iniziative museali, ma a valorizzare il museo come entità rappresentativa di un’unità territoriale.

Ben più giustificato risulta invece l’intervento mirante ad arrestare il degrado della chiesetta, in assoluto la più antica costruzione (sec. X?) del Basso Polesine.

Resta comunque, San Basilio, una realtà unica.

È ben vero che la motorizzazione dilagante ha parzialmente tolto alla località quell’aureola di oasi incontaminata di cui solo un decennio fa poteva ancora vantarsi. La trattoria, ora anche pizzeria, provvede a rendere movimentate le serate. La buona cucina, di cui essa va fiera e per la quale è famosa, richiama gente anche da lontano. Ma è altrettanto vero che la presenza umana si mantiene entro i limiti della discrezione e non altera assolutamente l’equilibrio dell’ambiente.

Meno discreto e rispettoso è stato invece l’intervento dell’uomo quando ha spianato e distrutto le dune che si snodavano, alte anche fino a 10-12 metri, verso Taglio di Po, fitte di vegetazione particolare, cariche di profumi, ricche di ricordi di giochi infantili e di giovanili approcci amorosi. Non s’è salvato nulla.

Le ruspe, oltre alla sabbia, hanno portato via anche i misteri che essa celava: come le centinaia di scheletri "allineati e coperti", con i loro miseri stracci ancora addosso e le catene ai piedi, che l’escavatore ha tranciato senza pietà nel 1977, durante uno dei numerosi scassi. Forse una fossa comune per le vittime di un’epidemia scatenatasi nei secoli delle grandi pestilenze.

Per fortuna, però, se sono quasi scomparse le specie vegetali xerofile che ricoprivano le dune, sono rimasti pioppi e salici in quantità: bagnano le proprie fronde nell’acqua del Po di Goro, dove offrono rifugio sicuro ad innumerevoli varietà di uccelli.

Una gita in barca su questo ramo poco frequentato ed ancora vergine del grande fiume appare a questo punto opportuna per una conoscenza completa della zona sotto il profilo turistico: un’esperienza indimenticabile, anche per la visione ravvicinata degli aironi che sempre più numerosi popolano quel folto verde e movimentano l’ambiente con la loro affascinante presenza.

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Come citare questo articolo

Umberto Dallemulle. “Una giornata a San Basilio”. Ventaglio Novanta, n. 3, 1991. https://ventaglionovanta.it/archivio/una-giornata-a-san-basilio-2/

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