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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Lungo le rive del Po

La vegetazione spontanea in alcuni tratti golenali, ancora sopravvive e si evolve. Necessari interventi di tutela e ripristino

di Gianni Benetti

Ventaglio Novanta n. 3 1991 pp. 22–24

Anche nel Polesine il fiume Po si contraddistingue oggi come un sistema condizionato dalla diffusione e dall'ampliamento dei centri abitati. Essi hanno comportato, oltre ai pesanti fenomeni di inquinamento delle acque, ripetuti interventi di sistemazione idraulica, la deforestazione e la messa a coltura di ogni spazio disponibile in prossimità delle rive. Consistenti pertanto i lavori di raddrizzamento delle anse fluviali, il consolidamento delle sponde con pietrame, le cave di sabbia e i pioppeti da industria lungo tutte le golene.

Per chi si accosta al fiume con lo spirito del naturalista, ben poche appaiono le testimonianze – almeno al di fuori del Delta – di una natura modellata dalle torbide, e quasi inesistenti sono i collegamenti della vegetazione fluviale con quella planiziaria, che peraltro è stata totalmente annullata da secoli di pratiche colturali.

Ciononostante, se il Magistrato per il Po, i cavatori di sabbia e i coltivatori di pioppi vorranno risparmiare almeno le lingue di sabbia che emergono presso le rive e gli ultimi boschetti che crescono nelle golene, sarà ancora possibile avvicinarsi a questo fiume per conoscerlo e riscoprirlo quale elemento fondamentale della storia del Polesine.

Da Melara alle porte del Delta ricorrono alcuni paesaggi vegetali che cerchiamo di schematizzare procedendo dalla riva verso le arginature più esterne.

Durante il periodo di magra estiva, qua e là vaste superfici alveali vengono allo scoperto: il suolo argilloso, sabbioso, oppure misto, si asciuga lentamente e viene colonizzato da una vegetazione arborea effimera che raggiunge il massimo sviluppo e la fioritura nell'estate avanzata.

Data l'abbondanza d'acqua e la grande ricchezza di nutrienti, le piante si presentano lussureggianti e rigogliose.

Esse non sono appariscenti né insolite, ma è ugualmente il caso di familiarizzare con le più comuni, come le varie specie di poligoni (Polygonum lapatifolium, P. hydropiper), di amaranti (Amaranthys chlorostachys, A. retroflexus, A. lividus), i chenopodi (Chenopodium album, C. ambrosoides) e le nappole (Xantium italicum).

Sulle sabbie fioriscono anche molte piante infestanti le colture sarchiate, come Echinochloa crus-galli, Portulaca oleracea, Setaria italica. Altre invece sono più legate ai terreni aridi sabbiosi, come Coryspermum leptopterum, Cyloloma atriplicifolia e, lungo il Po, arrivano a colonizzare anche gli scanni del Delta.

Dove il terreno rimane umido più a lungo, le comunità a chenopodi si arricchiscono di zigoli Cyperus glomeratus, c. Strigosus, C. michelianus) di origine esotica.

Formazioni sabbiose particolarmente estese interessate da queste associazioni erbacee sono visibili ad esempio a Ficarolo di fronte all'Isola Tontola, presso Santa Maria Maddalena e nei pressi di Garofolo.

Internamente alla fascia di vegetazione stagionale, i suoli ripariali sono soggetti a un minor grado di sommersione: dove ruspe, draghe e pioppeti non abbiano stravolto l'assetto normale, essi conservano almeno un cordone di vegetazione arbustiva e arborea composta nella quasi totalità da salici (Salix alba, S. triadra, S. purpurea), talvolta associati al pioppo bianco.

Nelle zone soggette ad interramento, le plantule di salice si infittiscono fra gli amaranti e le nappole.

Il saliceto costituisce di solito un popolamento quasi puro, sia perché di più facile e rapida espansione, sia perché anche la campagna circostante è del tutto impoverita dalle essenze che un tempo arricchivano i boschi igrofili, come il pioppo bianco, l'ontano nero e il frassino.

Le specie erbacee non sono numerose, mentre fra le rampicanti si osservano il luppolo, la dulcamera, la vite selvatica e il glicine tuberoso (Apios americana), una leguminosa esotica dalle infiorescenze violacee.

L'introduzione di specie nuove da altri continenti crea spesso squilibri irreversibili sugli ecosistemi originari di una regione. È il caso di Sicyos angulatus, una cucurbitacea nordamericana che, lungo il Po, con la fitta trama dei suoi tralci avvolge completamente lo strato erbaceo, quello arbustivo e, per diversi metri d'altezza, anche quello arboreo. La piana compete attivamente per la luce e lo spazio e sovrasta tutte le altre specie limitandone o impedendone l'accrescimento.

Risultano in tal modo modificati tanto il paesaggio vegetale quanto la composizione floristica dei luoghi.

Ma l'invasione delle esotiche non finisce qui.

Benché apparentemente non così dannoso, l'indaco bastardo (Amorpha fruticosa) ha fatto del Po il suo ambiente di elezione, ed ora è presente dovunque: sugli argini, nelle golene e fino alle estreme propaggini del Delta.

Tutte queste vegetazioni sembrano dunque affermare che il fiume ha conservato assai poco di originario e di veramente naturale.

Qualcosa tuttavia sopravvive e si evolve, perché i tecnici idraulici e i cavatori non sono ancora riusciti a domare del tutto le correnti che accumulano le sabbie e i fanghi su cui si stabiliscono i boschi di salice.

Si può allora far tappa a Bergantino, dove un immenso pioppeto ha risparmiato un raro esempio di bosco ripariale; si possono ammirare le isole fluviali a monte e a valle di Ficarolo e raggiungere, dopo una lunga camminata fra sabbie e fanghi alluvionali, l'Isola Tontola, ormai collegata alla terraferma.

Qui, sulle tracce di un preesistente pioppeto, la natura sta attivamente colonizzando l'arido suolo sabbioso.

L'Isola Bianchi a Castelnovo Bariano non è altrettanto selvaggia, ma potrà essere facilmente recuperata se si darà finalmente “un taglio” ai pioppeti che la invadono.

Molto più a valle, a Canalnovo, la golena è parzialmente allagata e i vecchi salici fanno da corona a praterie galleggianti di castagna d'acqua.

Il recupero del paesaggio fluviale del Po sta diventando in effetti un tema di attualità nelle pubbliche Amministrazioni.

Il Magistrato per il Po, che per decenni ha alterato questo fiume, oggi quanto meno è consapevole delle istanze di salvaguardia ambientale che partono da cittadini e Associazioni.

La Provincia di Rovigo, che ha varato il Piano di Recupero per la Sinistra Po, deve però convincersi che un ripristino seppur parziale non sarà possibile finché la pioppicoltura intensiva e inquinante continuerà a dilagare da Melara al Delta.

I numerosi Comuni rivieraschi devono poi acquisire il concetto che il fiume può diventare la parte più pregevole dal punto di vista paesaggistico e turistico del loro territorio; dunque possono attivarsi per gestire almeno le aree golenali più interessanti ora in cessione ai privati.

La tutela e il ripristino ambientale di alcuni tratti golenali del Po possono essere intrapresi a partire da iniziative non necessariamente dispendiose.

Se a qualcuno sta a cuore questo discorso, ora lo può dimostrare con fatti concreti, senza riproporre la “storia infinita” del Delta padano, un parco che nessuna Amministrazione oggi sembra effettivamente volere.

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Come citare questo articolo

Gianni Benetti. “Lungo le rive del Po”. Ventaglio Novanta, n. 3, 1991. https://ventaglionovanta.it/archivio/lungo-le-rive-del-po/

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