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NARRATIVA

L’ultimo della golena

di Adriano Romagnolo

Ventaglio Novanta n. 3 1991 pp. 108–112

Una terra bassa, imbevuta di umori, ai piedi dell’argine nutriva e chiudeva alla visione di orizzonti più vasti una schiatta intatta, ricca di furori e generosa di slanci, grassa solo della fatica di vivere.

Qui una scarica di fucileria, in tempi ormai lontani, provocò timore, ma non fece retrocedere questa gente. Da qui uomini senza nome, i barcaioli del Po, fecero la spola da sponda, verso sponda scivolando silenziosamente nella notte sulle onde livide, nutrendosi di contrabbandi di uomini di notizie di merci. I loro richiami sembravano il respiro del vecchio Eridano che li incoraggiava e li proteggeva coprendoli di brume sfilacciate dal loro passaggio e rinchiuse subito, inghiottiti alla vista delle vedette in allerta sull’argine. Quanti fuggiaschi avevano sottratti ai tedeschi che di questa sponda avevano fatto baluardo per non cedere contro quelli che avevano fatto baluardo dell’altra per non retrocedere!

Eccole là, ora, le loro case nella golena!

Allineate, corrose dall’umidità e dal tempo: sempre più sventrate e sbrecciate. Eccole ormai con le occhiaie vuote e le bocche, sgangheratamente spalancate, con le imposte pendolanti dai cardini come i brandelli di carne sul volto dell’annegato; in fila come corpi in decomposizione che nessuna mano pietosa osa togliere alla vista, quelle sepolte tra il fogliame della golena, quelle sotto l’unghia dell’argine, quelle a mezzo di esso; oggetti che ad ogni piena del Po, che ora scorre con indolenza poco discosto, si gonfiano d’acqua fino a scoppiare; comiche e tragiche come la faccia imbrattata di biacca di un clown che ha il cuore sommerso d’angoscia.

I muri si disfanno progressivamente.

Attraverso la penombra che cola umidità, frammiste a lembi di calcina, antiche macchie di colore, simili agli affreschi delle basiliche trecentesche, lasciano indovinare una vicenda che ora non è più storia né ha più futuro.

Non ci sono più tra queste case strilli di bambini né richiami d’uomini né stridi di animali, solo lunghi pioppeti disturbano il silenzio, mentre cantano le fronde nell’aria mossa della brezza che soffia appena dal fiume.

Il contrasto lascia esterrefatti.

Una sola figura d’uomo, magrissima, vecchissima, dai lineamenti segnati e le occhiaie pronunciate: è ancora seduto sul verde dell’erba teneramente rinata sul ciglio del rigagnolo che si scava a fatica un filo d’acqua nel tivaro¹. Appoggia l’avambraccio sul femore. Le mani, l’una nell’altra, formano quasi un nodo informe.

Il labbro regge una cannuccia di sanguanella in fondo alla quale gorgoglia appena una pipa chioggiotta che cola tartaro e catrame. Conserva l’immobilità del monumento di pietra, senza averne acquista l’indifferenza. Sembra in preghiera.

Attraverso il pioppeto, l’antico filosofo guarda il fiume che si intravvede in lontananza dai brillucicchii d’argento tra i tronchi.

È Nane, il renaiolo, l’unico che non si è allontanato. Ha accettato il destino della golena, delle case, l’abbandono e la fuga degli altri. Qui egli è nato e cresciuto e qui ha voluto che i suoi giorni finissero. La sua donna fu una di golena. Il fiume, come gliel’aveva data, gliel’ha ripresa, come il figlio Cosimo, come la nipote Adelina, piccolissime creature travolte dal gorgo là sul froldo² di fronte al paese. Gli altri sono ormai da tempo dispersi a Milano, a Torino, chissà dove?, in cerca di fortuna e non ritornano più qui tra questi muri, neppure fuggevolmente al tempo delle ferie.

“Vieni con noi, padre, vieni via con noi” – gli dissero.

“Dove, figli, dove volete portarmi? Sono vecchio, io!” – disse. “Null’altro che ricordi mi nutrono ormai, figli. Andate, andate, incontro al vostro destino. Il mio è qui sul fiume, qui a custodire la mia vita, a preparare la mia morte”.

Non è mai ora di partire da un posto quando si è stati felici, anche se la felicità è costata. Non è mai giunto il momento di abbandonarlo dopo averlo pagato con l’esistenza, con il sangue dei cari, le ore, le giornate, le lunghissime stagioni dell’esistenza sempre uguali, sempre dure.

Su quell’isola di tivaro, oltre l’ansa del fiume, quasi nascosta dal bosco, là portò la prima volta la sua donna ancora quasi bambina, lui adolescente, prepotente di umori come il fiume e di vitalità. In quel pomeriggio d’incanto, tra bagliori di luci, sul barchino, là si nascosero sperando entrambi che il portento si avverasse. E si conobbero e si promisero e sfogliarono insieme il primo petalo dell’esistenza.

Egli aveva raschiato per tutta la vita con la zappa i bassi fondali, aveva contesa la sabbia sottile al fiume in piedi sul barchino continuamente in procinto di rovesciarsi; lei a casa l’aspettava tra i figli e le tribolazioni.

Lo storione che catturava ogni anno nella stagione degli amori, veniva a morire in queste pieghe del fiume, in questi froldi, nonostante la libertà del mare. Le acque limpide popolate di trote guizzanti; il cicaleccio dei figli che giocavano con gli altri nel bosco; i falò di ramaglie e di erbacce sull’aia per tenere lontane le zanzare che risalivano le sponde con i pappataci e le falene e che rendevano impossibile il riposo sullo spiazzo lungo la gora lasciata in golena dall’ultima piena…

Su quel sasso trachitico, piantato sul limite di casa, di solito sedeva stanco per il prolungato girovagare tra argini e golene, con la vanga a tracolla come un fucile, Benedetto, detto Betto, il battifango. La casa di Betto era la più vecchia, la più marcia di umidità e di muffa, quella che sta franando a poco a poco in mezzo la fanghiglia.

Sulla spianata che degrada franando giù nella gora, ecco ciò che rimane della flottiglia di Mono, il barcaro: un barchino centenario sventrato mezzo affondato nella gora.

Una sagola lo trattiene ancora prigioniero. Un altro, più in là ai margini del pianoro appoggia la carena sulle pietre.

E quella era la bettola del Gigione, detto il Terronia, per via dell’origine siciliana.

Ancora qualche sfasciume di doghe in fondo al cortile ricorda i fasti di serate estive e di pomeriggi delle domeniche sotto il pergolato di Sangiovese tra discussioni inconcludenti e pettegolezzi e forsennate partite di briscola e scopone.

C’è ancora nell’aria l’odore di anguilla di Po, sventrata sul chiodo e buttata sul fuoco ancora palpitante di vita dalla Farsora, sua moglie.

Nane vede ancora le spassose schermaglie tra lei, esuberante di curve, il Terronia che la maltrattava per l’imbarazzo, ma in cuor suo compiaciuto della protervia della sua donna.

– Taci, malafemmena, donna scostumata e senza giudizio – le diceva quando scherzava con lui piena di allusioni – Taci. Comportati da donna onesta. La gente ti guarda.

Ella invece, insisteva. Lo torturava con movimenti della mano sempre più imprevedibili e gli tirava ora gli orecchi, ora il naso, ora i peli dei baffi.

– E dillo, dillo, mio bel siciliano – lo sfidava – dillo che sei geloso. Gente, il mio siciliano è geloso di me, di me gridava fiera agitando il forchettone come un trofeo. Allora tirava in su di poco un lembo della gonna, quel tanto che permetteva di vedere solo qualche centimetro di coscia, e prendeva una posa provocante da diva del cinema, con il seno abbondante spinto al vento.

No, non era uno spettacolo che eccitava la coscia ormai smagliata ed avvizzita della Farsora, intravvista appena tra gli stracci della gonna ed il calzerotto di lana tenuto su da un elastico. Le numerose figliolanze, l’umidità del fiume ed i reumatismi l’avevano tirata che a quarantacinque anni appena ne dimostrava almeno venti in più.

Di tanto in tanto la incitavano: La mossa, Farsora, la mossa!”

Ah, la danza della Farsora sull’aia e la mossa alla Tirabuçon, e la pantomima di lei con Momo barcaro.

Quando si scatenava con la Farsora, Momo le piroettava attorno. La sfidava e la irretiva con mosse ed ammiccamenti pieni di intenzioni e di sensualità. – Il caschè, Momo, il caschè – gli gridavano allora, ed egli rovesciava la Farsora tra le braccia come un Rodolfo Valentino, a dire il vero con grande sforzo ché per sostenere quel donnone ci volevano veramente mani da boscaiolo e garretti da cavallo.

Le labbra di Nane fremono in una specie di sorriso…

All’improvviso si scuote. Scoppi lontani sono portati dalla brezza sul fiume e rompono il silenzio. Che sono questi scoppi? Sono le draghe ed i catarpillar³ della cava di sabbia, nata poco più in su, sul bonello che il fiume usa depositare man mano che si stanca.

Grandi colline ora infestano la golena, sputate dalla macchina, dove un tempo i renaioli a squadre, carriola su carriola, riuscivano a raccogliere qualche braccio di sabbia contesa a fatica al fiume che, tuttavia, sbocconcellava e riportava via.

Ora neppure più il tivaro serve alla gente, il tivaro untuoso duro solido quanto lo può diventare la terra cotta dal sole; neppure il tivaro per costruire le case e le piste dei campi dove la domenica gli anziani della golena rincorrevano la loro giovinezza inseguendo le bocce di legno sul piano liscio come il velluto; neppure il tivaro che continua a formare fantasmagorici mosaici di segni e di crepi nella palude, quando si contorce al sole man mano che si impoverisce di umidità.

La cava di sabbia, le draghe e l’abbandono degli uomini hanno reso diverso questo paesaggio, come anche il fiume.

Nane alza un lembo della rete da pesca che tiene vicino con delicatezza quasi religiosa. Era il suo capitale, l’unico, l’ultimo attrezzo che gli rimaneva per sopravvivere. L’alza. Le maglie si sfarinano come trine di vetro.

– La cartiera – mormora – la cartiera di Mantova e fabbriche di Milano –. Molto lentamente si leva di bocca la pipa, sputa lontano una poltiglia di saliva tabacco catrame che va a turbare, ora, lo stagno al bordo del quale sta seduto. Scuote la testa, Nane, il renaiolo, e non dice più nulla.

Si guarda le mani, Nane, e scuote il capo leggerissimamente.

L’acqua del fiume è sempre più malata. Le reti non resistono a tanta offesa. Lo storione, una volta il principe del fiume, e l’anguilla e la trota non lo cercano più. Guarda, guarda i pioppeti un tempo abitati da uccelli e da selvaggina, guarda se vivono più di canti e di suoni.

Nane continua a guardarsi le sue mani…

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Come citare questo articolo

Adriano Romagnolo. “L’ultimo della golena”. Ventaglio Novanta, n. 3, 1991. https://ventaglionovanta.it/archivio/lultimo-della-golena/

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