Tutte le sere, a tarda ora, gli ultimi ad abbandonare il loro posto di combattimento in "Trincea" erano Baestrazzo, Ciarastela, Tonicocio, Cenciogati e Checo della Soidea, che a mettere insieme il loro capitale non si sarebbero fatte le cento lire.
Angelo, l'oste della "Trincea", qualche volta li metteva fuori; spesso, invece, dopo che tutti gli altri se n'erano andati, li teneva con lui, mettendoci naturalmente il beveraggio, che quanto a frivolezze i cinque ne sapevano escogitare più di Bertoldo, anche quando erano in sentimenti.
Chiacchierando chiacchierando, sorseggiando sorseggiando, tiravano così insieme ch'era già l'alba.
Quando si decidevano, finalmente, d'andarsene, Tonicocio era il più carico di tutti e non si reggeva in piedi.
"Secca, an, Toni?", lo prendeva in berta Baestrazzo, anch'egli con la lingua che gli si arrotolava in gola. Gran bevitore Baestrazzo e grande resistenza! Per spolparlo a dovere non sarebbe bastato un caratello di quello buono e coloro che per scommessa ci avevano provato, ci avevano rimessa la reputazione ed il capitale.
"A chi secca, a me?", s'infuriava ogni volta Tonicocio, "guarda qua, fammi vedere tu!"
Si metteva allora in mezzo alla strada, tentando di tenersi in equilibrio su una sola gamba, abbassandosi contemporaneamente in una flessione, ma il baricentro man mano che si abbassava si spostava troppo in fretta ed ogni volta trascinava il malcapitato ruzzoloni in mezzo alla polvere.
Checo della Soidea del quale, quanto a sincerità delle idee è meglio non parlare, pencolava su Baestrazzo.
Cenciogati cascava – invece – dal sonno, forzatamente in astinenza per via del fegato in malora, e Ciarastela, che da un po' di tempo si dichiarava “stemio” di vino, era, invece, “S-cenbo” del tutto di grappa.
Le terre polesane stavano uscendo solo allora lentamente dalla melma della rotta. Ovunque i segni della catastrofe. Riprendere a vivere era difficile, ricucire rapporti ed abitudini, quasi impossibile. Mancava il lavoro in mezzo a tanto da fare.
I cinque amici, però, resistevano benissimo in mezzo a tanta desolazione e continuavano a vivere senza pensieri di espedienti e a passare il tempo tra scherzi e lazzi. Di cercare un lavoro neppure a pensarci, tanto c'era sempre la possibilità di approfittare degli aiuti e dei sussidi dell'ECA comunale per pagarsi le sbornie da Angelo o di sfruttarne la generosità.
Da un po' di tempo, tuttavia, anche Angelo aveva chiusa la borsa. Li lasciava per ore da soli e sconsolati a consumare la paglia dei sedili davanti a bicchieri sempre più aridi, anzi si permetteva, talvolta, di stuzzicarli e di sfotterli.
"Secca stasera l'aria! Senti come pizzica in gola", constatava ogni tanto quando gli passava vicino reggendo sulla guantiera qualche mezzo litro per i clienti.
"E' tu, spudorato, inumidiscila un po', che il diavolo t'incendi!", supplicava Ciarastela.
Una sera, più secca del solito, il discorso tra i cinque sconsolati cadde sulle feste di fine d'anno. Nulla di nuovo si profilava all'orizzonte per loro, vuoi vedere che avrebbero finito per festeggiare a casa con le donne e i bambini? Era insopportabile solo l'idea!
"Bisogna trovare la maniera di fare un po' di soldi per salutare in letizia l'anno vecchio 'ch'el copa l'ocio, fiol d'on can', e dare il benvenuto come si deve al nuovo 'parché el sipia de bone intenzion'", aveva osservato Cenciogati.
"Bon, cosa possiamo fare, an?", concluse Ciarastela guardando gli altri seduti attorno al tavolo disardorno e triste.
Tonicocio succhiava la pipa, Cenciogati inseguiva sul tavolo con un dito una mica inesistente di pane, Baestrazzo continuava a girare su se stesso un bicchiere vuoto, facendo cerchi di umido, Checo della Soidea si grattava la barbetta da capra che gli spuntava sotto il mento.
Angelo, l'oste, li guardava e li ascoltava sonnacchioso, reggendosi il mento su una mano che poggiava sul bancone.
"Cosa possiamo fare, io ve l'ho detto – esordì Checo – io resto della mia idea, io: bisogna che facciamo il Bonbasin".
"Aoohaa…", protestò Tonicocio con impazienza.
"Chi volete che lo mandi via?", insistette Checo, allargando le braccia come cosa ovvia e spingendo avanti i palmi delle mani. "Io mi ficco sotto il lenzuolaccio, Baestrazzo tira la corda e lo fa sganasciare, Ciarastela e Cencio gli reggono il moccolo e tu con loro, che avete una bella voce, cantate la romanella. Così ci intrulloliamo in qualche festa. Chi volete che lo mandi via?".
"Ed io dovrei venire in giro a fare il pagliaccio con il Bonbasin?" esclamò Tonicocio. "Io non canto!".
"Allora", reagì Checo, piuttosto seccato – "Stretta la foglia, larga la via, dite la vostra che ho detto la mia!"
Baestrazzo portò alla bocca, ormai riarsa, il bicchiere per l'ennesima volta alla ricerca, nel caso vi si fosse sperduta, non si può mai sapere, di qualche goccia. Disse lentamente che, secondo lui, si poteva mettere insieme qualcosa andando, si insomma, ad esempio, ad augurare il Buon Anno della Buona Salute.
"Vaca de la Trona!" lo zittì Ciarastela. "Andiamo. Meglio andare a cantare la Ciarastela, allora!".
La discussione si animò a dismisura, anche perché Baestrazzo aveva dato dell'asino a Ciarastela. Tutti gridavano. Angelo, stanco per la giornata e per il baccano più che al mercato del Venerdì, "Braccia levate alla terra, perché non ve ne tornate a casa vostra e domattina non vi cercate un lavoro?" – disse – "Arri, arri, in ritirata che domani è un altro giorno!" E li mise fuori della porta quasi di prepotenza.
Continuarono animatamente a lungo sulla strada a discutere.
Una decina di giorni dopo, lungo la carrareccia che si addentrava nella campagna verso i Sesti, proprio dove il ponticello di legno era stato strappato dall'alluvione, fu eretto un tabellone a lettere rosse e nere, dipinto di buona mano a sicure pennellate. Si annunciava che una certa ditta, la Cetobaciche Srl, mai sentita nominare, avrebbe dato il via, di lì a qualche giorno, ai lavori di ricostruzione del ponte. Senza dubbio una società forestiera, si pensò subito in giro, che il cavalier commendatore Montaroni, padrone del luogo, aveva scovato in qualche parte per speculare anche lì e tirare sul prezzo.
Invece il cavalier commendatore non si era mosso più che tanto. Fu Cenciogati che, qualche sera prima, gli aveva chiesta udienza insieme a Baestrazzo e a tutta la combricola e si era offerto per questo lavoro e, trovato l'accordo, aveva sottoscritto il contratto. Il cavalier commendatore ci aveva avuta la sua brava convenienza, ma anche i neo impresari la loro. Avevano ottenuto perfino un piccolo anticipo, non si sa bene attraverso quale artifizio, per le prime spese d'impianto del cantiere. E fu quella sera stessa, felici più del solito, che si erano riuniti in Trincea ed in piena euforia, tra brindisi e pacche sulle spalle, fu deciso di dare vita alla società Cetobaciche dalle sillabe iniziali dei nomi dei primi ed unici azionisti.
Checo della Soidea insistette che accanto al nome della società si ponesse anche la sigla "Srl", che vuol dire, spiegò, "Società a Responsabilità Limitata". Non sapeva neppure lui bene cosa esattamente significava, ma "fa un bel vedere – disse – e mi sembra essenziale per la serietà della ditta e poi – aggiunse – non è forse vero che le nostre responsabilità sono limitate?" Ragionamento che tagliò la testa al toro e convinse tutti, allorquando egli dimenò eloquentemente pollice su indice come se stesse contando carte da mille.
Sotto il tabellone, il cantiere incominciò a vivere subito: un vecchio dodge militare, sferagliando ed imballando il motore, una mattina scaricò assi, palancole, morali, travi e tavole. Fu subito allestita una casamatta dentro la quale furono ricoverate le scorte, le vanghe con le zanchette da scavo, i palanchini, un parranco, la berta e tutti gli attrezzi.
Sotto l'attenta sorveglianza di Cenciogati, che dava ordini e consigli con lo stesso sussiego del cavalier commendatore quando sorvegliava le Giornate al lavoro, i cinque amici allargarono le sponde per lo scavo, formarono una specie di zanella, che con le palancole ed il tavolame palizzarono in modo da formare una diga abbastanza solida contro l'infiltrazione dell'acqua e permettere agli spalatori di buttare fuori la melma che si andava formando man mano che il lavoro avanzava. Cenciogati e Ciarastela ogni tanto davano mano alla rudimentale pompa per succhiare via l'acqua che si accumulava nello scavo.
Finalmente la base solida fu raggiunta.
Piazzarono subito il “martin”, ovverossia la berta, per “guciare”, come dicevano, il fondo, cioè palafittarlo in modo da renderlo adatto a sorreggere la struttura che si doveva costruire.
Era un lavoro assai duro. I cinque non si risparmiarono. Lavorarono tutti con dedizione, come asini. Ora questi ora quelli a coppie tiravano su con la “soga” il martinetto più in alto possibile che lasciavano poi cadere pesantemente in cima ai pali di acacia selvatica che più stanno nell'umido e più diventano duri. “Quei maledetti”, come li aveva battezzati Tonicocio, non volevano infilarsi nel terreno ed ogni volta per il contraccolpo sembravano risalire di quanto venivano sospinti nella melma.
Non mollarono i cinque amici. Vinsero la loro battaglia contro “quei maledetti”. L'ultimo botto di “martin” in cima all'ultimo “maledetto” fu dato con la massima soddisfazione ed esultanza.
"Diavolo d'un boia", esclamò Tonicocio, "che fatica, ma gliel'abbiamo fatta vedere a quei maledetti chi comanda qua e gliel'abbiamo tirate in testa. Forza, ragazzi, che il più è fatto.
Proseguirono con maggiore lena.
Buttarono a cavallo del condotto una specie di ponte a pelo d'acqua, da destra e da sinistra gli altri passavano a Checo e a Ciarastela, che vi si posero sopra, il materiale necessario. A poco a poco, da riva a riva, incominciò a profilarsi una struttura solida e compatta di travetti, traverse, assi, capriate… Il ponte risultò un piccolo capolavoro nel suo genere: solido sulla palificazione sottostante, ben ancorato sulle sponde, strutturato elegantemente con traverse e capriate tenute insieme da cavicchioni di ferro battuto che passavano da parte a parte delle travature e formavano disegni e greche eleganti e suggestive. Il mordente e l'olio bruciato con cui lo bagnarono alla fine, gli davano una colorazione consona con il plumbeo dell'acqua ed il grigio del terreno intorno.
Il cavalier commendatore si dimostrò soddisfatto. Vi salì sopra, lo percorse lentamente alcune volte, si fermò tentando di volta in volta con il piede il pavimento come per controllare fino a che punto reggeva. Lo guardò di sopra, di sotto. Lo valutò e lo ammirò.
"Bello, bello" – si complimentò alla fine con gli abili carpentieri – "bello".
Quelli della Cetobaciche srl, con Cenciogati in testa, lucidi quanto potevano, non stavano nella pelle per la contentezza.
"Bello, bello", continuava ad annuire il cavalier commendatore. "Bravi, un bel lavoro. Però… bisognerà rifare tutto: non so come farci passare le barche di sotto!". Lo disse come sopra pensiero, come se gli sfuggisse un pensiero perverso che voleva invece trattenere.
"Vaca della Trona!", inveì Ciarastela che aveva capito. "Vaca della Trona, lo sapevo io che ci doveva essere qualcosa di storto!".
"Cosa, cosa?", fece eco Baestrazzo che invece non aveva capito nulla.
Cenciogati, Checo della Soidea e Tonicocio erano ammutoliti ed il sorriso di soddisfazione si era gelato sui loro volti. Come uno solo si chinarono al bordo dello scolo e restarono così in contemplazione. Effettivamente lo spazio tra il pelo dell'acqua e le travature del ponticello era così esiguo che sotto non ci sarebbe passata neppure una barchetta di carta.
I tre guardavano e si guardavano in silenzio.
"Cosa si fa adesso?" disse Cencio, "Cosa possiamo fare?"
Checo disse: "Io saprei cosa fare", e si tirava la barbetta da capra.
"Dai, dai, sputa fuori", lo sollecitarono gli altri.
"Boh…". Esitava per sollecitare l'attenzione. "Boh, per passare con una barca… basta scavare una buca sul fondo, sotto il ponte, no?".
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Come citare questo articolo
Adriano Romagnolo. “La Cetobaciche srl”. Ventaglio Novanta, n. 3, 1991. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-cetobaciche-srl/