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NARRATIVA

Fornelli a gas

di Adriano Romagnolo

Ventaglio Novanta n. 3 1991 pp. 118–124

La gente usciva dalle case vestita a festa. Si affrettava a gruppetti parlottando e commentando con eccitazione. Pareva che fosse la sagra del Cristo, quando il grande crocifisso di bronzo, portato dai confratelli in cotta e mantellina rossa, uscì dalla chiesa seguito dal vescovo in paramenti solenni; oppure che fosse arrivato in anticipo, quell'anno, Sabino, il saltimbanco, o il burattinaio Testelli, che in cambio di qualche soldo tenevano periodicamente spettacolo all'aperto.

Con il sindaco, il maresciallo dei carabinieri e tutte le persone importanti, già una folla vociante ed irrequieta si raccoglieva ai bordi del campo di calcio dove avevano segnata con la calce un'enorme croce bianca sulla quale tra poco si sarebbe posata la macchina che vola.

Finalmente, ecco, l'elicottero. Apparve nel controluce del pomeriggio sull'orizzonte come un insetto petulante che diventava sempre più grande.

Volteggiò a lungo sopra le case. Si soffermò nell'aria in mezzo alla meraviglia. Si mosse da ogni lato con movenze sinuose e femminee. Si abbassò fino a sfiorare i tetti. S'impennò nell'azzurro, segnato a dito dalla gente. Offrì senza fretta alla vista i fianchi su cui spiccava in verde la parola magica "pibigas", per tutta la lunghezza della macchina.

La folla era eccitatissima.

Finalmente si decise, si concesse da grande attore alla ribalta. L'atmosfera fu piena di scoppi ferrigni tali da rendere incomprensibile la parola. Il rotore schiaffeggiava violentemente l'aria, talché si creavano vortici di tempesta. I più ardimentosi, che per primi volevano poterlo toccare, furono respinti, ma non per tanto.

Unico, forse, in tutto il paese, Vittorio Carbonin era rimasto in osteria, solo, con Gusto l'oste, che ben volentieri sarebbe corso, anch'egli, a vedere la novità se non avesse avuta la bottega e quel cliente che non pareva in fregola di prendere commiato.

Il carbonaio, infatti, era appoggiato con le braccia conserte sul tavolo, il cappellaccio ficcato più del solito sul cranio, di umore nero.

– Cosa sarà mai 'sto gas liquido! – rifletteva, – Cosa vuol dire? Se è gas, come può essere liquido? Se è liquido, non è sicuramente gas. Si è visto mai. Può essere liquida quest'aria qui che respiro e questo vino che bevo, com'è gas? Se fosse gas, come lo berrei? Col naso? Ecco, ecco – concluse – lo berrei col naso! Sorrideva ironico quasi divertito per la trovata.

– Bella roba, 'sto licotero! – brontolava di tanto in tanto – bella roba! È rivata anche qua la Merica! Erbivori, erbivori! – intercalava, talvolta, contro quelli che erano ancora a vedere la novità e così li gratificava per animali o, meglio, asini, che animale più ignorante ed ottuso non esiste sulla faccia della terra.

– Erbivori, sono tutti degli erbivori e basta. Il licotero… il gas liquido… boh! il gas liquido… – boffonchiava dentro di sè, inseguendo nella testa un ragionamento bislacco.

Vittorio, meglio conosciuto da quelle parti come 'carbonin', aveva fatto solo il venditore ambulante di legna e carbone. Nessuno ricordava, neppure lui, quando aveva iniziato. Era ancora bambino. Con il padre andava in giro con il cavallo ed il carretto. Tantissimi anni fa. L'anno in cui avevano sparato al re, soleva ricordare, era già ambulante, ma forse già prima…

Per il suo lavoro non si era mai risparmiato. Non si era preoccupato né delle malattie né delle guerre che nella sua carriera ne aveva attraversate tante, troppe. Il lavoro era stata la sola ragione della vita. Aveva celebrato giornalmente, con la medesima mistica dedizione del sacerdote sull'altare, il modesto rito di carbonaio, con il viso e le mani perennemente nere di fuliggine, il cappellaccio piantato sul capo ed il saccaccio steso sul groppone quando doveva consegnare qualche cesta di coke e di carbonella per scaldare i letti nell'inverno o i ferri da stiro dei sarti, sarte e sartorelle del luogo.

Quando parlava del suo lavoro, gli occhietti lucidi sul volto annerito assumevano riflessi da santo in estasi. Le guance e le labbra, sotto la fuliggine ed il folto paio di baffi ormai rugginosi, rabbrividivano d'orgoglio.

Nelle giornate fredde degli inverni di una volta (buoni affari per lui, nel '29), la sua voce da baritono rimbalzava sulla pianura desolata di neve e di ghiaccio. Vibrava di galaverna lungo gli stradoni immiseriti di vita che tagliavano la campagna alla ricerca di qualche casolare sperduto; d'estate, nella calura piena di sole, si rincorreva tra il fogliame e le coltivazioni della canapa e del mais, ammiccando con i richiami dei braccianti e delle giornate al lavoro. A quella voce cedeva il canto delle cicale e delle rane, ma le donne preparavano le ceste ed i ripostigli.

Eccolo qua, ora, il carbonaio, costretto a sopportare, senza difesa, le ingiurie del così detto progresso di cui non capiva l'esigenza né l'utilità.

L'osteria si andava pian piano di nuovo riempiendo di animazione e di commenti.

– Lo compro – stava dicendo uno del tavolo vicino – Lo compro per la Marietta. Un fiammiero ed il fuoco è là. Puoi far bollire tre pentole insieme: due grandi e una piccola, una per ogni becco. Hai visto che il fornello ha tre becchi? –

– E tu sei il quarto – sibilò il carbonaio che non aveva persa una parola –, e tu il quinto e tu il sesto becco –, aggiunse equivocando sulla parola, indicando con il dito, via via, l'uno dietro l'altro, gli avventori.

– Cosa c'è, carbonin?, cosa dici? – fece di rimando affabilmente quello che stava parlando, – che ti prende? –

– Quella buona donna di tua moglie. Ecco cosa mi prende, becco fottuto che non sei altro e cornuti questi qui –, gli rispose con il mento che gli vibrava per la rabbia, muovendo di nuovo a semicerchio il dito in modo da indicarli singolarmente, ma come un tutt'uno.

Volarono parole. Si arrivò agli insulti e quasi alle mani. Vittorio era fuori dalle grazie. Smaniava e ruggiva, mentre alcuni lo trattenevano e cercavano di trascinarlo fuori. Gli occhietti spiritati, divenuti più piccoli, erano coltelli sullo sfondo di fuliggine della faccia. Si era raccolta gente. Qualcuno avvertì il maresciallo.

Come era nata, la lite sbollì. Quando il maresciallo in persona arrivò, Vittorio si era già allontanato con il carretto ed il cavallo alla briglia. Camminava all'altezza del muso dell'animale, come era solito fare quando una giornata era andata storta. Non saliva, allora, mai a cassetta, poiché, come soleva dire riferendosi a se stesso, – un cavallo è troppo per trasportare un somaro –.

Qualche giorno dopo si soffermò a guardare dentro la bottega del Pasotti. A posto delle solite biciclette e relativi accessori c'erano dei mobiletti, lucidi di cromature che sulle prime non riconobbe. Certamente non biciclette, di questo n'era certo. Quando capì rimase di sale. Una vigliaccata simile dal Pasotti non se la sarebbe mai e poi mai aspettata.

Ma come? Tutto il negozio pieno di fornelli! Fornelli e fornelli, della Bechi, della Zoppas, della Tripplex; a due, a tre, perfino a quattro fuochi; di grandi, a forma di armadietto con l'alloggiamento della bombola "pibigas", di piccoli come una valigia: senza il coperchio, con coperchio…

– Bella porcheria! – esclamò il carbonaio all'indirizzo di tanto obbrobrio, – Bella porcheria! –

Non commentò altro. Proseguì, quel giorno, il solito giro di malavoglia. Non cantò, come il solito, lungo la strada. Camminò in silenzio e non si sentì cantare neppure nei giorni successivi.

Anche quella sera, sulla via del ritorno, diede un'occhiata al carico per rendersi conto dello sviluppo degli affari. L'occhio gli disse che aveva consegnato poco, molto meno del solito. In particolare lo lasciò perplesso l'avanzo della carbonella.

Qualche giorno dopo, capitò in Marcona, una borgata dispersa tra i campi dove da anni, in quella stagione, era solito depositare un bel po' di merce. Quando arrivò da Marta, la Bardossa, la sartora di quel posto, come di consueto le diede la baia: – Aho, sartora, le solite? –

– Carbonin, quest'anno, nulla! –, gli fece eco la sartora.

– Come mai, Bardossa? –, rinviò allibito il carbonaio che già aveva posto mano alla cesta.

– Vieni qua, vieni qua, carbonin, che ti voglio mostrare una novità! –, lo invitò la sartora del luogo.

Vittorio legò Braido alla siepe. La seguì in casa. Nell'entrare notò qualcosa di insolito. Non riuscì lì per lì a capire. Marta lo fece sedere sul canapè di legno lungo la parete, gli offrì l'ospitale bicchiere di vino. Continuava intanto a parlare di progresso, di fatica, di nuovi sistemi di lavoro.

Vittorio l'ascoltava ed aspettava. Non bevve il vino e si concentrò su di un apparecchio con le parti di acciaio che sembrava uno di quei siluri che nelle sagre i forzuti lanciano lungo i binari per far scoppiare, lassù in cima, un petardo.

– Bello, eh? È un ferro da stiro elettrico –, disse pimpante la sartora.

– Un… cosa? –, fece Vittorio incuriosito.

– Un ferro da stiro elettrico. Anche qua da noi è arrivata la civiltà. Adesso non abbiamo più bisogno di carbonella, non c'è più pericolo di bruciare la stoffa dei clienti con un carbone acceso. Basta infilare questo filo qua –, così dicendo collegò un filo di ferro ad una presa di corrente sulla parete, – e in tre secondi il ferro è caldo per stirare. Senti, senti, ch'è già caldo –.

Vittorio toccò e quasi si scottò le dita.

– Visto? –, trionfò la Bardossa.

– Urca! E sentito anche –, aggiunse Vittorio, – Allora basta carbonella? –

– Basta! Bisogna modernizzarsi, carbonin. È il progresso.

– Ah, il progresso! –, constatò il carbonaio – Ma… e le mattonelle? –

– Oh, benedetto uomo! Vieni qua, vieni qua, carbonin –. La Bardossa lo trascinò nel retrobottega. Tirò fuori con delicatezza da sotto un tavolo uno di quegli aggeggi di legno che dalle nostre parti serviva per intiepidire le coperte prima di coricarsi. Tra i quattro supporti prismatici, che tenevano sottese quattro liste flessibilmente che si andavano coordinando, a prora e a prua, in un punto, tanto da formare, sui lati, come due archi perfetti contrapposti, invece della solita latta per proteggere dall'incandescenza i lini, era sistemato un filamento che a tratti si avvolgeva a spirale creando nel vano una specie di trina fitta e sottile.

– Cos'è 'sto robo qui? – chiese diffidente Vittorio.

– La munega elettrica. Serve per scaldare il letto senza il fuoco –, fece la Bardossa soddisfatta.

– Senza fuoco, letrica anche questa. Senza mattonelle? –

– Senza mattonelle e senza i salamini – rincarò trionfante la sartora.

– E… scalda? –, chiese insinuante il carbonaio.

– Se scalda? Orpo se scalda! – Così dicendo collegò, come prima, il cavo all'impianto elettrico. In pochi secondi le spirali assunsero un colore ramato, poi sempre più intenso di un rosso vivo, fino al biancore abbacinante del metallo incandescente. Si diffuse nello stesso tempo all'intorno un alone di calore, tanto che il carbonaio dovette tirarsi da parte.

– Visto, carbonin? –, fece cattedratica la Bardossa.

– E sentito anche –, rispose enfatico il carbonaio.

– E poi, guarda –.

La Bardossa ruotò di mezzo giro una chiavetta di ceramica sullo stipite. Al centro della stanza, subito, la vecchia lucerna a petrolio emanò un chiarore.

– E questa è la luce elettrica –, presentò.

– Come letrica? Senza petrolio? –

– Ma sì carbonin, senza il petrolio. È il progresso. Bisogna modernizzarsi. Cosa vuoi che si continui sempre con la tua carbonella, con le tue mattonelle e salamini? Basta. C'è l'elettricità, c'è il progresso –.

Senza commenti prese commiato da Marta. Non si ricordò neppure di bere il vino che gli aveva versato, caso più che mai insolito per uno come lui abituato a sorseggiare nella giornata non so quante ombrette più per far contento il cliente che per vera sete.

– Vai, Braido, che andiamo ben! –, fece poi sfiduciato quando fu sulla strada, – Vai che andiamo bene. A casa, a casa. Per oggi, basta. –

Mentre il cavallo riprendeva a zompàre verso la stalla, il carbonaio gli camminava a fianco reggendosi alla briglia. Si faceva quasi trascinare.

– Cosa mi tocca vedere! Anche la Bardossa! Dopo tanti anni! Razza di erbivori, erbivori tutti. Altro che progresso. Erbivori, erbivori! Siamo vecchi, Braido, il mio cavallo. Io e te siamo ormai fuori. Cosa mi dici, eh?, Cavallo? Cosa farai se non dovrai tirare questo carretto? Cosa farò io se non dovrai più andare per carbone. Me lo sai dire tu, eh, la mia bestia? –

Il cavallo, come se avesse capito, scrollò vigorosamente il testone e soffiò dalle froge. I due non si dissero più nulla per tutta la strada, pur camminando a fianco.

Vittorio non fu più visto in giro né qualcuno poteva dire di averlo sentito qualche volta cantare, neppure da lontano. Qualcuno lo dava addirittura per aver tirare le cuoia.

Ma la primavera successiva fu visto che assisteva alla dimostrazione di propaganda di un nuovo sapone in polvere.

– Come, sapone in polvere? –, si era sorpreso il carbonin.

Tra gli spettatori, Vittorio era il più attento. Sembrava quasi ipnotizzato da quella polvere che in qualche secondo diventava una montagna di schiuma. Come un bambino si entusiasmava.

Guardava e seguiva le parole e il movimento del ciarlatano. Si offriva spontaneamente, quando cercava qualcuno per una dimostrazione pratica.

Fu uno spettacolo vedere con che entusiasmo e con che coordinazione di atti e movimenti il vecchio carbonaio ed il giovane piazzista si muovevano e si assecondavano, come se da sempre avessero lavorato insieme.

Il carbonaio se ne ritornò a casa, quel pomeriggio, con una scatola intera di detersivo, un regalo della ditta per la disinteressata collaborazione. Il carbonaio era contento e, almeno in parte, riconciliato con il mondo.

Fu così che Vittorio carbonin, un giorno, sul finire dell'estate, riapparve in commercio lungo la Coronella. Il solito cappellaccio piantato sulla nuca e mezzo sigaro toscano tra le labbra, apparve seduto di sghimbescio sul lato di un barroccio costruito alla meno peggio con due ruote di una vecchissima Guzzi.

Il mezzo, per così dire, risultava troppo debole per sostenere anche il suo peso, tanto che era tutto sbilanciato da una parte e ciò costava impari sforzi solo per le stanghe, in carreggiata al povero asinello legato tra le stanghe, troppo lunghe.

Sopra il trabiccolo, coperti da un telo bisunto e da un saccaccio che portava ancora ricordi di carbone, alcune ceste di vimini e scatole di cartone formavano un groviglio di curve, guglie e protuberanze, avvallamenti e conche che rabbrividivano e si modificavano a seconda degli scossoni ricevuti.

La voce di Vittorio, di tanto in tanto, incitava il povero animale. Se accennava a rallentare il passo, intercalando schiocchi di frusta a risico di orecchie, gridava: – Arri, oh, Fuga, arri oh. Il padrone sono me, vuoi che tira io per te? Vai veloce. Fuga, fai vedere che non sei un asino più degli altri asini, asino più degli asini il tuo padrone, che sono io! –

– Che è successo, carbonin? –, gli diede la voce la Noemi che era uscita a curiosare.

Vittorio frenò l'asino con uno strappone alle redini. Saltò dal carrettino quasi con agilità.

– Il progresso, Noemi, il progresso. Bisogna modernizzarsi, mia cara. Cosa volevi che continuassi ancora con la legna e il carbone. Ora basta. È arrivato il gas e i becchi dei fornelli; c'è la letricità. Bisogna modernizzarsi, mettersi alla pari con il progresso. Ora ho cambiato commercio anch'io: faccio il varecchinaio e questo è il mio nuovo negozio. –

Alzò d'un colpo le coperture e mise in mostra la mercanzia. Una damigiana di ipoclorito si mostrava matronale tra scatoloni, bottiglie, bottigliette; fiaschi mezzi spagliati mostravano la loro nudità in modo inverecondo, senza il minimo ritegno e di vergogna. In una scatola, alcune altre variopinte e semischiacciate dagli scossoni e dalla costipazione degli spazi, mostravano i segni della vecchiaia e dell'umidità. Una scatola di Olandesina giaceva in decomposizione in fondo ad uno scatolone dove si intravvedevano alcuni pacchetti di lisciva Solvay e, alla rinfusa, alcuni contenitori di colorante per stoffe della Superiride.

Posti in bilico sul bordo anteriore del barroccio, sostenuti da uno spago ormai quasi corroso, una serie di recipienti di vetro e di latta facevano intendere di essere i misurini, le unità di misura con le quali Vittorio carbonin, da ora varecchinaio, dosava ai clienti la varecchina.

In disparte una cesta di vimini raccoglieva alcune fiale di aromi per dolci, qualche bustina di lievito Bertolini e di Pane degli Angeli, qualche confezione di Vero Frank, di surrogato di caffè marca Vecchina, due o tre spagnolette di filato per rammendo, alcuni manufatti della Cucirini, insomma un po' di tutto e di tutto un po'.

In tanta mercanzia Vittorio infilò a colpo sicuro una mano. Riesumò un flacone di liquido verdastro, saponoso e denso. Lo porse a Noemi con un fare da cerimonia.

Calcando la voce a dovere le disse: – Ecco, Noemi, per il tuo fornello a tre becchi. Vedrai come diventa lucido. Basta qualche goccia su uno straccio, passarlo sulla superficie del fornello a gas a tre becchi e…

– Cos'è questa roba qui! –, mormorò la donna.

– Come, Noemi, non la riconosci? È strano per una che ha anche il fornello a gas. Si chiama detersivo. È buono: è un prodotto del progresso. Provalo, te lo regalo. Omaggio della ditta. –

Glielo piantò in mano senza dir altro.

Spronò, si fa per dire, Fuga che risvegliatasi dal torpore, si mise a correre alla disperata tra il tintinnare dei vetri e i richiami del carbonaio. Dopo un breve inseguimento Vittorio si sistemò a fatica, come prima sul baroccio con le gambe a penzoloni.

Non apparve più lungo la Coronella, Vittorio, il carbonin, per colpa del progresso divenuto suo malgrado varecchinaio. Non si vede più neppure altrove né fu sentita la sua voce da baritono che, nonostante l'età, sapeva fare ancora le serenate alle ragazze da marito. Si seppe che aveva smesso di cantare e che, divenuto quasi ebete per l'età e per la cattiva riuscita del nuovo commercio, aveva conclusa la carriera di commerciante ambulante all'ospizio dei poveri della città, a spese del Comune.

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Come citare questo articolo

Adriano Romagnolo. “Fornelli a gas”. Ventaglio Novanta, n. 3, 1991. https://ventaglionovanta.it/archivio/fornelli-a-gas/

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