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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Isolotti e golene del Po

di Franco Gambaro

Ventaglio Novanta n. 4 1991 pp. 12–15

Un bene che va tutelato favorendo la vegetazione spontanea

Si parla spesso di tutela dell’ambiente, ma molti interventi dell’uomo sembrano andare contro la conservazione del patrimonio naturale, che si va progressivamente riducendo.

Ultimamente, ad esempio, è stata cancellata in Polesine l’isola di Panarella e si sta scavando la golena di Corbola per raddrizzare un’ansa del Po. Gli interventi del Magistrato per il Po per la regimazione idraulica tendono ad eliminare qualsiasi ostacolo al rapido deflusso delle acque, per evitare il pericolo di rigonfiamenti a monte. Spariscono così due spiagge fluviali che, nei tempi in cui il mare non era così facilmente raggiungibile come adesso, hanno costituito per i polesani dei paesi circostanti due mete di facile accesso, anche in bicicletta, per rinfrescarsi e ristorarsi alla vista e al contatto dell’acqua e del verde.

C’è da chiedersi se il Magistrato per il Po abbia intenzione di togliere di mezzo anche la bella isola che sta di fronte a Taglio di Po e che è ben visibile, con la sua vegetazione spontanea, dal ponte della Romea. In tal caso il basso corso del Po di Venezia, prima di arrivare al Delta vero e proprio, presenterebbe un ridotto interesse paesaggistico e diventerebbe sempre più estraneo al nostro territorio: un invaso sospeso tra alti argini che serve per lo scarico delle acque del Piemonte e della Lombardia oltre che per la coltivazione del pioppo canadese.

I salici e l’amorfa, che costituivano un tempo la vegetazione spontanea, stanno sempre più scomparendo dalle rive, progressivamente sostituiti dai filari di pioppi coltivati: un vero esercito messo in riga per produrre imballaggi, compensati, pasta per carta, che però rende le rive monotone fino all’ossessione.

Dove il Magistrato interviene per la sistemazione o il rialzo degli argini, provvede altresì a spianare le golene, ad eliminare le rientranze, ad abbattere la vegetazione naturale e a dare la concessione per l’impianto dei pioppeti. È difficile accettare come una necessità la messa a coltura delle golene. Dov’è in questo la ragione idraulica? Perché la golena non può essere lasciata alla natura?

Alcune golene sono di proprietà privata e sono, in genere, quelle più ampie. È accaduto che a volte la costruzione dell’argine sia stata fatta, per ragioni di sicurezza, in arretrato rispetto al corso del fiume, lasciando entro di esso una superficie agricola di proprietà privata. Questa superficie, che ovviamente quando si trovava all’esterno dell’argine era coltivata, continua a seguire la stessa sorte. In questi casi bisognerebbe quantomeno incoraggiare il “riposo delle terre” (Il “Set aside”), onde recuperare alla loro vera vocazione quei luoghi, che hanno un valore naturalistico e paesaggistico più elevato del valore produttivo agricolo.

Comunque, per la maggior parte, le golene sono di proprietà demaniale. Qual è allora la ragione che induce lo Stato a “militarizzare” le rive del Po con schiere uniformi di pioppi?

Leggo in una pubblicazione edita dall’Associazione Pioppicoltori Italiani che “L’Europa produce annualmente 2 milioni di metri cubi di compensato a fronte di un consumo che si aggira sui 4 milioni di metri cubi. Il gap è dunque notevole e costringe ad importare i 2 milioni mancanti dal Sud Est Asiatico, dai paesi dell’Est, da Finlandia e Nordamerica… In Italia la massa legnosa di pioppo utilizzata dall’industria proviene per il 15% dalle importazioni”.

In tale pubblicazione si dice anche che la pioppicoltura in golena ha un preciso significato idraulico, in quanto consente un più rapido deflusso delle acque in piena, “in più la presenza del pioppicoltore, in zone soggette alle piene ordinarie e quindi altrimenti incolte, porta ad un assiduo controllo di un territorio che andrebbe facilmente in degrado”. Ed ancora. “La pioppicoltura non usa diserbanti, pochissimi fertilizzanti chimici, pochi insetticidi ed antiparassitari: in confronto ad altre colture i pioppicoltori usano prodotti chimici in minima quantità”.

Non si possono però dimenticare alcuni aspetti controproducenti. Innanzitutto, terminato il suo ciclo produttivo che dura 8-10 anni, il pioppo va espiantato dalla radice con sommovimento del terreno e lasciando l’area inizialmente del tutto nuda e successivamente, per i primi anni, consolidata solo dai teneri virgulti delle nuove piantagioni che non hanno un apparato radicale che permetta di trattenere validamente il terreno. Inoltre il terreno scoperto, anche sotto il pioppeto in coltura, è più facilmente asportabile dal corso del fiume di un terreno coperto da vegetazione naturale. Un bosco fluviale sarebbe un ben più valido sostegno per la golena e per l’arginatura con effetti certamente più benefici della pioppicoltura.

Quanto ai pesticidi, non sono in grado di contestarne il modico uso, ma sta di fatto che, dove c’è pioppeto, gli uccelli e gli altri animali non trovano né rifugio né sostentamento e preferiscono frequentare quei pochi tratti di riva che, per essere troppo stretti, non sono ancora utilizzabili dall’uomo e vengono lasciati al “degrado” naturale.

Dopo la scomparsa dalle campagne delle siepi, degli angoli boschivi, dei piccoli spazi incolti e la riduzione al minimo dei fossati, le uniche aree che potrebbero conservare la funzione di rifugio per gli insetti, gli uccelli ed i piccoli mammiferi, sono dunque gli argini e le golene. Anche l’uomo per il suo ristoro psico-fisico ha ancora bisogno di questi spazi e la loro progressiva riduzione costituisce anch’essa un gap negativo anche sotto il profilo turistico.

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Come citare questo articolo

Franco Gambaro. “Isolotti e golene del Po”. Ventaglio Novanta, n. 4, 1991. https://ventaglionovanta.it/archivio/isolotti-e-golene-del-po/

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