La maggioranza dei polesani probabilmente ignora che tra le sorgenti che costituivano la ricchezza idrologica italiana ha figurato, per decenni, anche quella del Volpan di Badia Polesine, unica fonte d'acqua minerale della Provincia di Rovigo.
Negli elenchi ufficiali delle principali fonti d'Italia del secolo scorso essa figurava tra le poche del Veneto, e tra le non molte di tipo salino-ferruginose a livello nazionale.
Veniva riportata, con dovizia di particolari, nella raccolta statistica delle acque minerali del Regno d'Italia, pubblicata dal Ministero dell'Agricoltura, Industria e Commercio, in Firenze, nel 1869, veniva altresì citata nel libro del Prof. L. Tioli ed elencata anche nel manuale dello Schivardi.
Della fonte del Volpan di Badia Polesine parlava anche il Prof. P. Piccinini a pag. 221 del suo volume "Crenoterapia e Idrologia" U. Hoepli – Editore, Milano, annoverandola tra le fonti che, secondo l'autore, "corrispondevano o potevano corrispondere alle esigenze di una legislazione idrologica giustamente severa…".
Il Piccinini forniva un elenco di fonti d'acque minerali per raccogliere osservazioni ed altri dati onde ottenere un serio elenco in grado di portare l'Idrologia Italiana verso quel grado di serietà e di assoluta garanzia ed imporsi, così, al rispetto di ogni medico italiano ed anche a quello del mondo medico straniero.
La scoperta della sorgente fu ricordata nel supplemento mensile illustrato del "Secolo" in data 26/12/1893, che così descrisse la frazione badiese di Salvaterra, dove sorgeva la fonte: "…Ameno paesello, meta alle passeggiate, sta sulla destra del Naviglio Adigetto. In tempi remoti assai era protetto da un'alta torre, attualmente scomparsa del tutto. Fu ad un chilometro circa da questo villaggio che venne scoperta, nel 1850, l'attuale fonte del Volpan, le cui acque vennero giudicate medicinali, presentando all'analisi chimica eccellenti principi minerali salino-ferruginosi.
S'eresse tosto sul luogo un piccolo fabbricato e venne data alle stampe, nel 1854, una lunga e dettagliata relazione sui risultati analitico-chimici ottenuti dal Prof. Ragazzini dell'Università di Padova…".
L'attivazione della sorgente fu voluta dall'allora proprietario Sig. Francesco Gradassi di Badia Polesine.
L'acqua era conosciuta anche come "acqua gradassiana", proprio in omaggio al suo scopritore e la fonte era conosciuta come "L'ACQUARO".
Sul posto sorse, su progetto dell'Ing. Giuseppe Orlandi, un fabbricato ad uso stazione idrologica ed una casa di abitazione, molto piccola, per il custode.
La fonte è stata, ad opera dello stesso Ing. Orlandi, racchiusa entro una vasca di marmo nel 1853 ed è tutt'ora visibile, incisa sul labbro esterno della lastra marmorea verticale, la data 1853, come testimonia la foto pubblicata.
La disattivazione della fonte risale agli anni successivi la seconda guerra mondiale.
Dalle testimonianze raccolte e dall'esame della cartografia disponibile presso il Consorzio di Bonifica, risulta infatti che, nel primo dopoguerra, 1948-1950, è stata demolita la stazione di mescita; successivamente, dieci anni dopo, la stessa sorte è toccata alla casa del custode.
Attualmente la fonte versa in uno stato di totale abbandono: ancora racchiusa nella sua originaria vasca di marmo bianco, la sorgente è ora coperta di erbacce e di rovi.
Poco o nulla è rimasto dell'originario boschetto di platani, gelsi, olmi, viti e biancospini che ornava l'intorno della fonte.
Anche del verde ed invitante vialetto che, da Via Trivellin, conduceva, per un tratto di circa un chilometro, immerso nei campi e fiancheggiato da scoline, poco o nulla è rimasto.
Il mancato decollo economico della fonte
La fontana, la sua storia, il suo mancato decollo in termini turistico-commerciali, lo stesso tentativo di un suo lancio pubblicitario, vanno tutti visti nel contesto storico dell'800, di quel modo di vivere, di quel modo di fare medicina da parte di medici di una piccola comunità agricola.
Può darsi che molti, tra questi medici, pretendessero curare ogni malattia con la sola cura idropinica; rimane il fatto però che i medici condotti di diversi distretti sanitari del tempo l'hanno sperimentata ed apprezzata.
Innegabile poi l'attività ininterrotta della sorgente che ha, per oltre un secolo, fornito acqua minerale agli abitanti non solo di Badia, ma di un comprensorio piuttosto notevole se consideriamo l'epoca, i mezzi di trasporto e la rudimentale pubblicità.
L'acqua dell'acquaro, all'analisi chimica presentava un contenuto in elementi minerali, tali da assimilarla a quelle divenute celebri e rinomate quali Recoaro e Pejo, anch'esse acque minerali del tipo salino-ferruginose.
Singolare è poi il fatto che le acque di Volpan, Recoaro, Pejo, Lelia ed altre sono state, in quegli anni, analizzate dallo stesso Prof. F. Ragazzini per cui i referti analitici sulle loro caratteristiche chimico-fisiche erano omogenei e quindi confrontabili, naturalmente con le dovute cautele e precisazioni.
Visti i lusinghieri risultati ottenuti dal Prof. Ragazzini è da ritenere che l'acqua del Volpan, anche se non al livello di quelle di Recoaro e Pejo, fosse, comunque, qualitativamente apprezzabile.
Sembra vi fossero, dunque, all'epoca, tutte le premesse per un decollo turistico della sorgente. Ma perché ciò non avvenne?
Può darsi che fosse mancata la reclame necessaria, che non vi sia stata una corretta gestione in termini commerciali, ma, a mio modesto avviso, più credibile sembra l'ipotesi che il grosso limite alla sua valorizzazione sia stato rappresentato dalla piccola portata della fonte.
Sono stati probabilmente delusi, quanti si aspettavano un grosso affare economico ed hanno abbandonato l'iniziativa.
Pensare infatti ad una stazione di imbottigliamento era assurdo, come lo sarebbe anche oggi, vista la vecchia e la probabile attuale portata della sorgente: ingiustificato sarebbe uno sfruttamento industriale con imbottigliamento e spedizione, come avviene per altre più ricche fonti.
Non dunque un affare rappresenta la fonte dell'Acquaro, bensì una risorsa ambientale e naturalistica: un bene storico e paesaggistico da tutelare, niente più.
Un imperativo etico-ambientale: salvare l'acquaro
Inserire l'Acquaro in un itinerario turistico, a livello Comunale e Provinciale, rappresenterebbe il primo passo verso il recupero dell'antica fonte, un modo certamente intelligente per non lasciarla morire del tutto. Non solo, ma offrirebbe soprattutto agli appassionati e agli studiosi di cure idropiniche, l'occasione di nuovi e più approfonditi studi, volti ad accertare le rinomate virtù terapeutiche di quest'acqua e la sua esatta origine.
L'acqua sotterranea del Volpan, sicuramente attraversa larghi strati e lunghi tratti di terreno pedologicamente diversi, per cui ha probabilità di essere filtrata, depurata ed arricchita di oligo-elementi minerali, che ne possono impreziosire il valore, sia dal punto di vista della bevanda, sia da quello terapeutico.
È inoltre bene ricordare che la zona, interessata da diversi paleoalvei, era conosciuta anche in epoca romana, infatti, a qualche centinaio di metri, passa una strada sicuramente romana. È noto che i romani ebbero il culto delle acque termali e minerali in genere. Se fosse possibile accertare la preesistenza di una fontana di epoca romana nella zona, sarebbe ulteriormente avvalorata l'ipotesi secondo la quale un antico ramo dell'Adige avrebbe solcato l'attuale alveo dell'Adigetto.
Far rivivere una sorgente, tutelare una risorsa idrica, avrebbe inoltre un grande significato morale: rappresenterebbe la consapevolezza di essere stati creati non per dominare e distruggere, bensì per custodire e restituire armonia all'ambiente.
NOTA
Per ulteriori approfondimenti, dello stesso autore: "L'Acquaro, una sorgente mancata". Ed.: Nuova Cultura Editrice distributrice.
Utilizzo dei contenuti
Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.
La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.
Come citare questo articolo
Roberto Moretti. “L’Aquaro di Badia”. Ventaglio Novanta, n. 4, 1991. https://ventaglionovanta.it/archivio/laquaro-di-badia/