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NARRATIVA

Il terrazzo della vita

di Viviana Segantin

Ventaglio Novanta n. 4 1991 pp. 133–136

Le risuonavano ancora nella mente pesanti e cupi quei rintocchi delle campane che avevano segnato il definitivo addio alla vita terrena del marito. In un certo senso, quel suono triste e desolato aveva simboleggiato anche la fine della sua esistenza, anche se fisicamente continuava a vivere.

La signora Giraldi ora era sola, e la grande casa le faceva quasi paura; la notte, la riempiva di ombre spettrali che le impedivano di dormire sonni tranquilli. Non aveva più lacrime da piangere, e la disperazione, dopo aver toccato il culmine, era diventata rassegnata atarassia: la signora Giraldi non viveva, si lasciava vivere.

Era passato quasi un anno dalla morte del marito, un anno vissuto nel silenzio e nella solitudine della sua abitazione che, quasi come un'oasi nel deserto, contrastava bruscamente con la caoticità e la confusione della frenetica Milano. Tanta gente, tante facce, e non un volto amico, non una sola persona che si curasse di lei.

Con l'avvento della primavera, anche la signora Giraldi cominciò finalmente a dare i primi segni di vita; dopo il letargo di un gelido e nebbioso inverno, riprese infatti in mano i centrini ed i lavori di cucito che non aveva mai portato a termine. Ma solo con l'arrivo dell'estate capì che era ora di cambiare ambiente, ed anche con l'incoraggiamento del suo medico decise di andarsene in montagna nel suo appartamentino, dove aveva trascorso tanti momenti felici col marito.

Anche qui inizialmente si trovò sola e quasi “paralizzata” dallo sconforto: non usciva mai di casa se non per comprare un po’ di cibo. Passava la maggior parte della giornata in poggiolo lavorando velocemente con le dita ancora incredibilmente abili, quei fili sottili che intrecciandosi davano vita a raffinati arabeschi.

Sebbene l'appartamento fosse di sole tre stanze, il terrazzino era esteso e copriva due lati del palazzo. Fu proprio questo poggiolo la “salvezza” della signora Giraldi: l'ampia visuale che esso offriva, le permetteva di osservare persone ed ambienti diversi; volti che presto iniziò a conoscere e ad amare, visto che nel piccolo paese le persone che circolavano erano quasi sempre le stesse.

La signora Giraldi aveva preso l'abitudine di non chiudere le persiane, così alla mattina i suoi sensi venivano dolcemente svegliati dai raggi del sole che penetravano e dal delicato profumo di pane appena cotto, proveniente dal forno situato nei pressi del suo appartamentino. Così iniziava la sua giornata. Subito usciva in terrazzo, si sedeva con il lavoro in mano, interrompendolo sempre più spesso per osservare. Ormai aveva imparato tutti gli orari e le abitudini delle persone che vivevano la loro giornata attiva attorno alla staticità del piccolo appartamento. Ma quello che inizialmente era un semplice passatempo acquistava un valore più profondo, radicato nell'anima della signora Giraldi: era un “rito” di cui non poteva più fare a meno. Si rese conto che quel partecipare alla vita degli altri, quel fantasticare sulle loro giornate, quel figurare le loro esperienze negli intervalli di tempo durante i quali essi scomparivano alla vista, avevano dato un senso alla sua esistenza, o meglio, ne erano diventati parte integrante.

E così la sua immobilità veniva compensata dall'attivismo dei due ragazzi che vedeva ogni mattina fare jogging; la sua tristezza veniva spazzata via dagli schiamazzi dei bambini che ogni pomeriggio giocavano nel cortile; la mancanza d'amore era appagata dalla visione dei giovani sposini che ogni giorno passeggiavano teneramente abbracciati.

Ogni situazione le era indispensabile, la sua esistenza dipendeva dagli altri, ogni persona era un pezzo strettamente necessario di un complicato ed elaboratissimo gioco ad incastri: se un solo tassello fosse mancato, si sarebbe incrinata l'intera costruzione.

E così la signora Giraldi si aggrappava disperatamente agli altri. La mattina iniziava coll'osservare due uomini muniti di piccozza, stivali e grandi cesti, che si inoltravano nei boschi; il suo sguardo li seguiva sino a quando, sempre più piccoli, finivano col confondersi nell'immensa macchia verde; i suoi occhi continuavano a fissare gli abeti lontani, e il pensiero la portava in quei boschi freschi e profumati, dove si può udire nient'altro che lo stormire del vento tra le foglie secche ed il canto degli uccelli. Quando dopo ore li avvistava tornare, con passo più lento ed affaticati dal peso dei cesti pieni, si sentiva pervadere da una leggera piacevole stanchezza dovuta a quelle lunghe ore spese a camminare nel bosco.

Sopraggiungeva l'ora di pranzo, ed ecco il pensiero perdersi nel ristorante di fronte dove alcuni amici consumavano il loro pasto. La sua mente entrava nelle loro e la vita scorreva.

Il suo “pranzo” venne interrotto dall'improvviso rumore di una serranda che veniva calata nell'appartamento di fianco: era la vicina che si concedeva un riposino. “Si, mi farà bene coricarmi” pensava, ed il pensiero volava oltre il muro, in quella camera probabilmente identica alla sua, ma che accoglieva una vita tanto diversa.

E avanti così, impadronendosi ora di un frammento, ora di un altro delle esistenze altrui, silenziosa, senza farsi scorgere da nessuno, la signora Giraldi prendeva in prestito dagli altri qualche minuto o qualche ora.

Ma finì purtroppo l'estate, ed il paesino si fece sempre più deserto. La vecchia signora aveva ora troppi vuoti, e i pezzi del mosaico che mancavano divenivano sempre più insopportabilmente numerosi.

Decise di tornare a Milano. Si sentiva ora più sollevata perché, nonostante fosse ormai vecchia e sola, era riuscita a superare la sua disperazione creandosi una vita che, sebbene artificiale e precaria, le aveva permesso di trascorrere qualche mese di serenità.

Quando giunse a casa, riprendendo la sua esistenza solitaria e silenziosa, ripensò alle strade montane brulicanti di vita, richiamando alla memoria il ricordo di tutti i protagonisti della sua “affollata” estate. Senza accorgersene la sua mente cominciò ancora una volta ad ipotizzare, pensare e costruire le vite degli altri che ormai erano saldamente ancorate alla sua. Focalizzò ad uno ad uno, i volti dei turisti che aveva “conosciuto” e tra questi pensieri, spossata dal peso di quei caldi mesi sulle spalle, si addormentò serenamente.

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Come citare questo articolo

Viviana Segantin. “Il terrazzo della vita”. Ventaglio Novanta, n. 4, 1991. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-terrazzo-della-vita/

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