Era un dolce tramonto d’autunno. Il sole si specchiava nell’acqua d’oro del fiume e sembrava diffondere un tenue e brillante pulviscolo sulle chiome degli alberi e sulle piccole barche in sosta, in attesa del mattino.
Meg era felice di essere tornata nel suo paese. Camminava con passo lento, gustando i profumi di una stagione di mezzo che le era sempre piaciuta. Raccoglieva qua e là fiorellini quasi dissecati, abbagliata dalla luce morbida e piena di barbagli. Si chinò per liberare la piatta scarpetta di tela da una pianta ruvida e poco gradita dai suoi piedi.
Le parve di scorgere un monile d’oro fra l’erba. Prese fiato ed esitò un istante a raccoglierlo. Voleva prolungare l’attesa, fare congetture, fantasticare.
“Che sia un anello – pensò – oppure una catenina, una spilla? Forse sarà soltanto una carta stagnola di un cioccolatino, o qualcosa di simile”.
La sua mano agile si spinse decisa ed estrasse, senza difficoltà, una minuscola chiave. Sembrava d’oro. Era sormontata da un anello perfettamente rotondo, a cui era attaccata una parte inferiore molto breve: sembrava un ometto tutto testa, con gambe corte, anzi un’unica gamba.
Meg la usò come un occhialino dell’800. Attraverso l’anello guardò verso il fiume. In una piccola porzione d’acqua increspata vide gli ultimi guizzi di luce del tramonto.
Si avviò verso casa, contenta per l’inaspettato ritrovamento.
La notte dormì, come in una favola, sognando infinite porte che non volevano aprirsi con la sua piccola chiave. Alla fine incontrò una porta minuscola che mostrava una toppa fatta su misura e che si aprì, senza fare resistenza. Spalancandosi, mostrò fiori giganti, più grandi delle case e degli alberi già alti.
Si svegliò in quell’attimo e pensò sorridendo: “Sto diventando Alice nel paese delle meraviglie”.
Meg portava sempre con sè – chiusa in una tasca interna della borsetta – questa chiave che considerava il suo portafortuna. Ogni volta che vedeva una serratura, non sapeva trattenersi dal provare la chiave nella toppa. Lo faceva lungo la via nelle cassette postali, senza speranza, sapendo bene di compiere un gesto inutile. Alla Victoria station di Londra, provò, in occasione d’un suo viaggio verso la capitale, ad aprire una borsa di cuio nero, di quelle da diplomatico, ma fu uno sforzo vano.
Per Meg agire così era diventata una necessità. Una volta provò persino con una trottola in un negozio di giocattoli e, successivamente, con un carillon che restò muto sullo scaffale, indifferente ai suoi sforzi.
Decise di stabilirsi a Londra. Trascinava una relazione amorosa infelice, era depressa perché Albert significava molto per lei. Era un distinto avvocato della City, molto elegante, apparentemente formale, ma in effetti desideroso di evasione e di rompere il tran-tran del quotidiano.
Con lui aveva fatto un emozionante viaggio in Australia, un safari nel Kenia e, ultimamente, aveva in programma un romantico viaggio in Italia.
Albert sembrò apprezzare più le bellezze naturali che il patrimonio artistico del “Bel Paese”. Sbadigliò in Vaticano, si innervosì a Venezia, trovò deludente Firenze. Insomma fu un vero fiasco, quel pellegrinaggio fra statue, palazzi e chiese bellissime. Meg restò delusa dalla scarsa sensibilità del suo partner e pensò che, proprio in Italia, denominata paese dell’amore, stava prendendo una brutta piega la sua storia. Inoltre Albert era infastidito da quel suo provare continuamente la chiave in tutte le serrature possibili e anche in quelle impossibili, a dire il vero. La prova venne persino in una cassetta delle elemosine in San Pietro in Vincoli.
Quando Meg – allo Sheraton – tentò di aprire una borsetta di Hermès, modello Kelly, posata sopra una poltrona, e fu aspramente rimproverata dalla proprietaria, una grassa americana dai capelli colorati in parure con la preziosa borsetta, Albert non ci vide più dalla rabbia. La sera stessa prepararono i bagagli, per fare ritorno nella terra d’Albione.
Le telefonate del partner si fecero sempre più brevi e distanziate nel tempo. Meg capì che si era giunti alla fine.
Cadde in una grande depressione, ma non smise di provare la chiave, anche con grande rischio per lei e per la sua rispettabilità.
Un collega del suo studio, di bella presenza, di qualche anno più di lei, snello, occhi chiari e capelli biondo polvere, prese a corteggiarla molto caldamente. La giovane fu lusingata da queste attenzioni. Proprio per quel sabato aveva ricevuto un invito a cena dal suo corteggiatore.
Pioveva e lui venne a prelevarla in taxi, elegante, senza essere troppo ricercato, odorava discretamente di lavanda e aveva un bel modo di sorridere, scoprendo una dentatura perfetta. Meg era in tailleur severo, mitigato da un corsetto sexy sotto la giacca, che scopriva l’inizio di un seno sodo e ben fatto. Poco trucco in volto, due gocce di “Mille” di Patou sui polsi e dietro le orecchie.
“Invece che al ristorante, vuoi che andiamo a casa mia – disse Henry – dove tutto è più intimo e su misura per noi?”
Meg acconsentì con un cenno del capo.
Il viaggio fu breve.
La casa era molto piacevole, le luci ovattate, i mobili e le suppellettili eleganti, senza sfarzo.
Nel caminetto brillava una fiamma rincuorante che illuminava un tavolo rotondo, già apparecchiato con vasellame pregiato.
“Evidentemente Henry era certo che avrei acconsentito ad un invito più intimo che al ristorante – pensò Meg – divertita per la sicurezza del suo partner”.
Un cane di porcellana Wedgwood faceva la guardia ad un grande vaso suo vicino, per terra, pieno di erica e sempreverdi. Alle pareti stampe di caccia alla volpe e qualche ritratto di famiglia e una veduta di New York, di buona fattura: una nota giovane, in mezzo a tanta tradizione britannica. Ad un piccolo divano di cretonne dall’aria invitante, si affiancavano due poltrone candide, molto raffinate.
Henry baciò piano sui capelli la sua compagna e si allontanò un attimo a sfaccendare in cucina.
Meg vide, in bella evidenza, sulla consolle, un’agenda di pelle verde. Era sormontata da una piccola serratura dorata.
Senza esitare,, la giovane estrasse dalla borsetta la sua inseparabile chiave. Con cautela la introdusse nella serratura.
Il quaderno si aprì, con un piccolo scatto. Un foglio singolo, di misura ridotta, cadde sul pavimento.
Meg lo raccolse e, dopo aver accuratamente richiuso l’agenda, lo ripose in borsetta, assieme alla chiave.
Henry tornò dalla cucina, recando un vassoio di spaghetti all’italiana, conditi con pomodoro e formaggio.
Cenarono scambiandosi cortesie e sorrisi, ma la testa di Meg era altrove, pensava alla stranezza di aver trovato, proprio in quella casa, la serratura su misura per la chiave dorata. Dopo cena, rigover narono assieme i piatti e riposero, con ordine, le stoviglie al loro posto.
Henry le versò un’abbondante razione di whisky e ne bevve altrettanto. L’atmosfera era cospiratrice e prometteva di più, molto di più. Semisdraita sul sofà, Meg rispondeva, abbastanza coinvolta, ai baci al whisky del suo partner.
Le mani dell’uomo si fecero audaci, insinuanti e si introdussero sotto i suoi vestiti, provocandole un caldo stordimento.
L’indomani si svegliò, nel letto grande del suo compagno. La biancheria, fresca di bucato, era lievemente profumata di lavanda. Dalla cucina si sentiva un tramestio di tazze e uno sfrigolare di bacon, in sordina, quale sottofondo inevitabile ad una buona colazione all’inglese.
Henry stava fumando la sua pipa del mattino, l’aroma del tabacco creava un mix armonioso, legandosi agli odori della cucina. Fra un’ondata di benessere, di reminiscenze dell’infanzia, quando il padre della ragazza, sceglieva, appena sveglio, una pipa dalla rastrelliera, e la riempiva secondo un rituale severo ed accurato. Intanto la madre tostava il pane nel grill del forno e deponeva, nei piattini, riccioli di burro salato.
Questo rituale piaceva a Meg bambina e continuava a procurarle una rassicurante gioia, adesso, da adulta, dopo aver goduto una notte eccitante con il partner.
Si alzò, stirandosi pigramente, e si lasciò servire di tutto punto, felice che qualcuno si occupasse di lei.
Prese un taxi per tornare a casa, soddisfatta, ora non sapeva più se per la nottata o per la scoperta, dopo tanti tentativi inutili, che la chiave aveva una corrispondente serratura.
Salì, quasi correndo, le scale.
Spalancò una finestra del suo soggiorno che sapeva di chiuso e sembrava spoglio, confrontante con quello di Henry, affollato di begli oggetti, illuminato da luci sapienti.
Si cambiò per andare al lavoro, telefonò in ufficio per scusarsi del ritardo. Nell’intervallo del pranzo, si ripromise di cercare di decifrare il foglietto misterioso, caduto dall’agenda, che le apparve scritto in codice.
La sosta del pranzo non le fu sufficiente per captare la chiave di lettura di quello scritto così ermetico.
Lavorò svogliata, rispose al telefono sbrigativa; attendeva la sera per un tête-à-tête con il piccolo rettangolo di carta.
Henry le telefonò per salutarla; si sforzò di non essere troppo laconica anche con lui. Non vi riuscì in pieno, tanto che il suo partner della scorsa notte, le chiese preoccupato: “Sei sicura di stare bene?”
Meg chiuse la comunicazione con sollievo. Adesso pensava solo al foglietto. Cenò senza appetito; si accontentò di una tazza di thé e un hamburger mezzo bruciacchiato.
Finalmente potè mettere in piena luce, sotto la lampada, il foglio da interpretare. Le lettere, indicate con un puntino, erano chiuse dentro frammenti di una figura geometrica.
Avrebbe dovuto cercare di ricostruirla nella sua interezza, per comprendere il senso di questo capriccioso alfabeto.
Fece vari tentativi che servirono solo a mandarla a letto con il malditesta.
Dormì agitata fino al mattino.
Riprese a scervellarsi sul rebus incomprensibile. Disegnò un’infinità di figure geometriche, entro cui avrebbero potuto trovare spazio vocali e consonanti. Quando credeva di essere giunta vicino alla verità, tutto crollava di nuovo, come un artificioso palazzo, costruito sull’argilla.
Provò un grande sconforto, un senso di amara sconfitta. Tutto le apparve fortuito e nello stesso tempo preordinato da una mano invisibile. Perché proprio lei aveva trovato la chiave fra l’erba e – fatto ancora più incredibile – perché, dopo continue e nevrotiche ricerche, aveva scoperto la giusta serratura nell’agenda di Henry? Era una realtà romanzesca a cui non sapeva dare logica spiegazione.
Che Henry l’avesse spiata, quella sera nel suo appartamento? Che la sapesse “ladra” del suo misterioso foglietto?
Quella notte sognò il suo partner appartenente ad una cosca segreta, alla Cia, alla mafia, agli spacciatori di droga.
Si svegliò così stravolta, che dovette chiedere un permesso nel posto di lavoro. La testa le girava, lo stomaco era diventato pesante, sembrava fatto di pimbo.
Decise di andare all’appartamento di Henry a chiedergli, a viso aperto, una spiegazione, a costo di dovergli dire tutto dall’inizio, fin dal ritrovamento di quella maledetta chiave, che ora le pesava in borsetta, peggio di una cattiva coscienza.
Scese dal taxi che l’aveva portata in Philbeach Gardens, velocemente. Le case candide, tutte uguali, un po’ monotone, erano estranee ai suoi problemi. Salì al terzo piano con il cuore in gola. La porta dell’appartamento era semiaperta, come se Henry fosse sceso in cantina, o si fosse allontanato di poco, tanto da non prendersi cura di chiudere casa. Spinse l’uscio con cautela. La luce era incerta, penetrava da una finestra socchiusa. Lo spettacolo le si presentò allucinante. Per prima cosa vide l’agenda verde mezza strappata per terra, sul tappeto. Con il capo sotto la seggiola, giaceva Henry. I suoi bei capelli erano arrossati dal sangue; vicino a lui c’era un revolver che non aveva fatto in tempo ad usare. Evidentemente aveva ricevuto una persona che credeva amica e che l’aveva improvvisamente colpito.
Anche Meg non vide quasi il suo aggressore: le si accese un lampo terribile davanti agli occhi, non udì lo sparo. Capì di morire, ma non provò nè dolore, nè disperazione.
Il mistero di sangue non ebbe mai spiegazione.
I quotidiani londinesi parlarono di un regolamento di conti non meglio identificato, cercarono di avanzare plausibili illazioni, poi il fatto cadde nel dimenticatoio.
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Come citare questo articolo
Grazia Giordani. “Una chiave fra l’erba”. Ventaglio Novanta, n. 6, 1992. https://ventaglionovanta.it/archivio/una-chiave-fra-lerba/