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NARRATIVA

Non uccidetelo

di Lino Segantin

Ventaglio Novanta n. 7 1993 pp. 99–102

Chi erano mai quei due anziani coniugi che stavano pranzando presso il nostro tavolo? "Per me -disse mia moglie osservando l'atteggiamento della signora- lei dev'essere stata un'attrice."

La donna si distingueva infatti da tutti gli altri ospiti dell'albergo da noi scelto, a Maiori sulla costa Amalfitana, per il continuo chiamare i camerieri, avanzando varie richieste, in modo alquanto imperioso. La prima protesta di cui fummo testimoni era stata per l'acqua che non era sufficientemente fredda: provvedessero dunque a portare subito del ghiaccio; la seconda chiamata fu per un cambio del menù, nonostante fosse stato già concordato nella mattinata; la terza per esprimere il proprio sgradimento per la nuova pietanza.

"Evidentemente-osservai, bisbigliando verso mia moglie- le portate non sono all'altezza del fine palato della signora."

Il personale correva sollecito, esibendo ogni volta compiacenti sorrisi, che, appena lasciato il tavolo, si trasformavano, non notati dai due anziani coniugi, in evidenti espressioni di insofferenza, che naturalmente godevano della comprensione degli altri clienti.

La nobildonna, così io e mia moglie la avevamo soprannominata, era piuttosto piccola di statura, abbastanza magra, con carnagione bianchissima che contrastava con gli scuri occhiali che le celavano gli occhi. Il suo stato senile non era sufficientemente occultato dalla cura che metteva nell'attenta scelta dell'abbigliamento, nel pettinare i capelli alquanto frusti e nel far uso di cipria con la probabile intenzione di mimetizzare le rugosità del viso. Lo stato di decadenza fisica era evidenziato anche da una scogliosi che un po' la ingobbiva, facendole portare la spalla sinistra più bassa della destra.

Sorprendeva però, in netto contrasto con il corpo alquanto segnato dagli anni, l'agilità intellettuale della donna, che si manifestava non solo nell'energica formulazione delle varie richieste agli inservienti dell'hotel, ma nel continuo argomentare su varie tematiche di cultura e attualità, in cui il marito assumeva il modesto ruolo della spalla, intervenendo con osservazioni molto parche, quasi di cortesia.

Nell'incessante discorrere, coglievamo accenni, spesso critici, rivolti a noti personaggi del mondo dell'arte, dissertazioni su spettacoli e frecciate velenose verso i politici più in vista; tematiche certamente inusuali per una donna che doveva quanto meno sfiorare gli ottant'anni, verso cui tendevo l'orecchio con una certa curiosità, favorevolmente colpito da tanta scioltezza di intelletto, anche se messa al servizio di un carattere intollerante e forse anche diffidente nei confronti del prossimo.

Fisicamente molto più prestante era il consorte, piuttosto alto e snello, il portamento ancora eretto, con capelli bianchissimi e lisci pettinati all'umberta, i movimenti un po' rallentati dall'età ma sempre precisi e composti. Il suo ruolo, era evidente, consisteva nel seguire la scia della donna, forse indotto a ciò da una necessità di quieto vivere, considerando che, opporsi alle certezze incrollabili della moglie, sarebbe equivalso ad ingaggiare furibonde quanto improduttive battaglie.

L'indomani ci eravamo da poco seduti a tavola quando entrarono nella sala da pranzo i due anziani coniugi, e, come sospettato, non dovemmo attendere molto perché la nobildonna aprisse il fuoco, investendo il métre con una serrata critica, non tanto rivolta a reali o supposte carenze di servizio, ma all' "incivile" scampanio mattutino che aveva interrotto il suo sonno.

Il caposala, chiamato a rispondere di un aspetto che proprio non gli competeva, appariva come il tipico pesce fuor d'acqua. Di rimando all'attacco della signora riuscì comunque ad articolare un discorsetto abbastanza sensato, osservando che si trattava di una consuetudine molto radicata e sentita dagli abitanti, contro cui sarebbe stato inutile opporsi. Era più opportuno cercare di non farsene un problema. "Altrimenti -aggiunse cercando di essere spiritoso e conciliante ad un tempo- si rischia il mal di fegato".

Battuta questa che ebbe un effetto disastroso sulla signora, che partì con una replica a mitraglia, osservando, in chiusura, che se il Sud voleva mantenere i suoi arretrati costumi non ci si doveva poi meravigliare se al Nord si votava la Lega di Bossi.

Fu rapido il métre ad accorrere ad un altro tavolo ove era richiesta la sua presenza e dove poteva tornare ad esercitare un ruolo più professionale e gradito, mentre il marito della signora conservava la sua aria vagamente assente, tutto preso, a quanto dava a vedere, da un grande interesse per il cibo, evidentemente ben deciso a non farsi trascinare nella nuova querelle.

Che problema avrebbe prossimamente sollevato l'indomita vicina di tavolo? Al successivo pranzo la nostra curiosità fu ben presto soddisfatta.

La signora era furente. "Quel cretino del vicedirettore -diceva- ha tagliato proprio la parte più importante del mio pezzo. Quell'incompetente! Quel terrone infiltrato nel mio giornale! Ma mi sentirà, oh, se mi sentirà! Voglio parlare subito col direttore."

Una parte della nostra curiosità veniva così ad essere soddisfatta: la donna era dunque una giornalista, evidentemente ancora attiva nonostante l'età. Quel giorno appariva veramente furente: era stata colpita proprio nel più profondo della suscettibilità professionale.

Questa volta, trovandomi a condividere la stessa attività, mi era più facile manifestare un po' di comprensione nei confronti della pugnace vicina di tavolo, la quale, alzati gli occhi verso di me, dovette cogliere subito -anche se a mia stessa insaputa- una qualche luce di solidarietà, perché soffermò il suo sguardo su di me, come in attesa di una risposta.

"Qualcosa di simile è capitato anche a me", le dissi.

Aveva trovato un alleato. Si dimostrò subito sollevata e desiderosa di mettermi al corrente di tutti i particolari. Proseguimmo così a parlare di stampa e di editoria anche dopo il pranzo, finché la signora ci lasciò per il riposino.

Fu allora che si rivelò la personalità del marito, uomo squisito per garbo e cultura, professore di Italiano di liceo, poi preside, da vari anni in pensione, ma ancora legato al mondo della scuola, al punto che aveva escogitato un piccolo trucco per poter partecipare, nonostante l'età, in veste di presidente, agli esami di maturità: nell'apposita domanda ometteva la data di nascita.

Tranquillo nell'argomentare, e sempre molto preciso, a quanto era dato a vedere, aveva in comune con la moglie soltanto la lucidità di mente; ma, più prestante nel fisico, dimostrava almeno una decina d'anni in meno.

Intuendo che eravamo restati alquanto sconcertati dall'atteggiamento pretenzioso della consorte, nonostante da parte nostra, per naturale senso di cortesia, si fosse accennato in positivo alla di lei spiccata personalità, si aprì completamente con noi dicendoci: "A mia moglie tutto è dovuto, viceversa agli altri non sente mai di dover dare nulla". Poi, quasi sentendosi in dovere di giustificare la loro unione, ci parlò della travolgente passione per quella che era stata una donna bellissima, elegante ed intelligente. Era rimasta l'intelligenza sì, ma guidata da un egoismo difficilmente superabile, che lui si era a poco a poco acconciato ad accettare, creandosi un suo guscio di resistenza.

"E così -disse con un sospiro- a me, che sono libertario per indole e concezione, è toccato tutta la vita servire mia moglie. Ma ho una mia ciambella di salvataggio", aggiunse dopo una pausa, illuminandosi in volto ed accennando ad una donna lontana, con cui aveva stabilito un profondo legame di affetto.

Nei tre giorni successivi della nostra permanenza, ci trovammo più volte ad intrattenerci con i nostri vicini di tavolo, che avevano sempre molte cose da raccontarci e ci erano sinceramente grati della disponibilità che manifestavamo nei loro confronti.

"Non potevamo mica metterci con le mummie!" osservò con convinzione a questo proposito l'anziano professore, alludendo ad un gruppetto di persone della cosiddetta terza età che soggiornavano nello stesso albergo. In effetti la dinamicità intellettuale e la vivacità di interessi dei due coniugi, pur tanto eterogenei di carattere, li rendevano completamente diversi da quelli che pur gli erano vicini di età.

L'indomani effettuammo con loro una gita a Ravello, delizioso paese, noto per la suggestione del panorama e per la ricchezza di aspetti artistici ed architettonici. L'escursione fu molto piacevole, la presenza dei nostri occasionali amici si rivelò preziosa per la messe di interessanti informazioni forniteci sul luogo da loro ben conosciuto, e la vista dall'alto del poggio veramente impagabile, migliorata dal binocolo che avevo appositamente comprato, con cui fra l'altro fummo in grado di individuare la spiaggia di Maiori, dove ci saremmo recati nel pomeriggio.

Così infatti facemmo. Col mio nuovo acquisto mi dilettavo a compiere l'operazione contraria a quella della mattina: inquadrai più volte l'abitato di Ravello individuando le antiche ville, poi, compiendo lentamente un arco di circa 180°, mi fermai ad osservare la torre normanna, lungo la strada che porta a Salerno.

Presso lo storico maniero si era appena fermata una moto, i cui occupanti si stavano togliendo il casco. Misi a fuoco il volto della ragazza, una brunetta dalla lunga chioma, con un'espressione dolce del viso. Si accostò al ragazzo cingendogli i fianchi. I due giovani formavano una bella coppia, erano visibilmente contenti e compiaciuti nell'ammirare il bel panorama. Poi lei estrasse un pennarello con cui scrisse alcune parole sulla ringhiera a cui il ragazzo era appoggiato.

La cosa mi aveva un po' incuriosito. Presi spunto per invitare il professore ad una passeggiata fino alla torre, mentre i due giovani, risaliti sulla moto, riprendevano il loro tragitto.

Strada facendo ci cimentammo in una specie di gara tesa ad indovinare il contenuto del messaggio affidato alla ringhiera, ma nessuno dei due si avvicinò con sufficiente approssimazione. Giunti sul posto leggemmo con una certa sorpresa la scritta: IL MARE QUI È BELLISSIMO… NON UCCIDETELO… TRA QUALCHE ANNO TORNERO' CON I MIEI FIGLI.

Restammo positivamente colpiti dal tono del messaggio, che compendiava l'aspetto estetico con un'istanza etica di salvaguardia ambientale e con l'esigenza affettiva di far godere di quello spettacolo naturale anche il futuro frutto dell'amore che legava i due giovani.

E c'era quel grido che si levava altissimo: "Non uccidetelo!".

"Trent'anni fa nessuna ragazza avrebbe mai potuto scrivere un messaggio così", osservai facendo riferimento a quel forte senso di rivolta verso il dilagante degrado ambientale.

"Non uccidetelo, -fece eco il professore-: il mare come un essere umano, o forse di più, come una divinità immanente di cui la scrivente ha avuto un'intuizione sublime".

L'indomani ebbe termine la nostra vacanza. Salutammo gli occasionali amici con un brindisi.

"Mi avete rovinato l'articolo -disse con aria di celia la signora, che si affrettò ad aggiungere: – Già, avevo intenzione di scrivere un pezzo molto critico sulla cultura turistica qui in Meridione. Tutto andava storto e sarebbe venuto un articolo pepato. Ma poi siete arrivati voi…".

"La Provvidenza o il Destino", osservò mia moglie accennando al brindisi.

"Che non lo uccidano!" dissi alzando il calice, e volgendomi verso il mare.

"Torneremo con i nostri figli, e poi con i nostri nipoti e pronipoti.", fece di rimando il professore manifestando con chiarezza la sua inesausta voglia di vivere.

Brindammo dunque alla vita, al mare e alla nostra salute. Quindi ci congedammo.

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Come citare questo articolo

Lino Segantin. “Non uccidetelo”. Ventaglio Novanta, n. 7, 1993. https://ventaglionovanta.it/archivio/non-uccidetelo/

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