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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Rosolina: il fascino delle valli

Un paesaggio unico, di grande valore naturalistico, originatosi nel XVII secolo dopo il famoso “taglio di Porto Viro”.

di Simone Martinello

Ventaglio Novanta n. 7 1993 pp. 8–15

“…Questa xe la vale. Acqua, silenzio, un svolo de cocale…”. Apriamo con questi due versi di Gino Piva, appassionato cantore del Polesine, che ben evidenziano la suggestione dei luoghi dominati da silenziosi specchi d’acqua e dal volo dei gabbiani (cocale).

Nel Delta del Po, la terra più giovane del nostro Paese, “dove un’antica vita / si screzia in una dolce ansietà d’Oriente” (per dirla con Eugenio Montale) si trova un ambiente unico ed irripetibile, in cui il paesaggio ininterrottamente muta nelle forme e nei colori: le valli da pesca.

Già note in epoca romana con il nome di piscinae neptuniae o piscariae, le valli da pesca sono specchi d’acqua poco profondi che l’uomo ha provveduto a sbarrare artificialmente in modo da poter sfruttare la montata e la smontata del pesce.

Il termine valle, usato unicamente per le aree d’acqua racchiuse dell’Alto Adriatico, deriva dal latino vallum (argine); di qui, vallesani o vallanti sono chiamati coloro che vi abitano e vi lavorano.

Sul finire del 1500 la Serenissima, preoccupata per l’interrarsi progressivo della laguna ad opera del Po, il quale scaricava la maggior parte delle sue acque e delle sue sabbie attraverso il ramo Fornaci-Tramontana (oggi interrato alle spalle di Porto Caleri), realizzò la famosa operazione idraulica detta “Taglio di Porto Viro”. Iniziata nel maggio del 1600 fu portata a termine il 16 settembre 1604 nonostante i sabotaggi, le ribellioni per gli espropri e le interferenze degli agenti pontifici.

Data l’acqua al nuovo taglio, l’asta del Po deviò verso sud-est e la Repubblica salvò il suo fiorente commercio marittimo.

Le terre paludose, che il fiume aveva abbandonato, costituirono inoltre una nuova fonte di reddito, poiché grazie a opportune opere di arginatura furono trasformate in valli di pesca, capaci di rappresentare anche una difesa per le terre retrostanti.

La vallicoltura polesana incomincia praticamente da lì, almeno nella sua versione più moderna, che è poi quella che si pratica tuttora secondo le regole immutabili fissate da una consolidata tradizione.

Attualmente le valli in Polesine sono comprese nel tratto di costa che dalle foci dell’Adige va fino al Po di Tolle e si dividono in tre gruppi:

– valli di Caleri;

– valli tra il Po di Levante e il Po di Maistra;

– valli tra il Po di Maistra e il Po di Tolle.

Con il taglio del Po, sopra descritto, cessò il deflusso delle acque dolci del Po di Caleri, e il mare, rimontando nell’entroterra, formò un grande bacino salato che fu poi ripartito in vari scomparti la cui vendita all’asta fu completata dalla Repubblica Veneta nel 1657. A questa data risale anche la prima descrizione delle valli di Caleri con tanto di “disegno universale” fatto dai “Periti di tutti li beni delle vecchie e nuove alluvioni di Po”.

Le valli di Caleri fanno parte del comune di Rosolina, territorio di recente origine: in una mappa del 1587 sono evidenziati tutta una serie di “polesini”, ovvero terreni alluvionali compresi tra i rami del Po, ognuno con la propria denominazione, tra cui troviamo “La Rosolina”, nome che sembra derivi da un possedimento della famiglia Rosolino, sulla riva destra dell’Adige.

Le valli di Caleri, alimentate dalle acque dell’omonima laguna (circa ha. 1150), che comunica con il mare attraverso le bocche di Porto Caleri e Porto di Bocchetta, occupano una superficie di 2887 ettari. Attualmente sono 11 e precisamente: valle Boccavecchia, valle Canelle, valle Passarella, valle Morosina, valle Spolverina, valle Segà, valle Veniera, valle Sagreda, valle Capitania, valle Pozzatini (Vecchi e Nuovi), valle Vallesina (parte integrante dell’Isola di Albarella).

C’è da rilevare che valle Canelle e valle Spolverina prendono il nome di valle Casonetto; è pure interessante notare che dal 1934 al 1972 il mare si è allontanato da valle Boccavecchia di circa 250 metri. Da un foglio della Carta d’Italia dell’Istituto Geografico Militare del 1931 risulta l’esistenza delle valli Santona e Santoniana, poi aggregate a valle Sagreda, mentre nelle mappe del secolo scorso figurano le valli Salsa, Palude e Centona.

La valle Moceniga (ha. 269) e la valle Tramontana, piccola valle da pesca di 81 ettari di superficie che occupava il vecchio corso del Po di Tramontana, vennero bonificate a partire dal 1956 e trasformate in campi, fra i quali ora si erge solitaria la piccola chiesetta di Moceniga (XVII sec.), dedicata a San Marco, completamente abbandonata fino ad apparire un’allarmante allegoria del tempo che passa e divora la vita. Lì vicino esisteva un “cason de vale” (cason Moceniga), abbattuto durante la bonifica. In questa struttura nel 1591 aveva trovato infida dimora il filosofo Giordano Bruno, ospite di Giovanni Mocenigo. Il nobile veneto infatti, non soddisfatto degli insegnamenti sull’arte della memoria e dell’invenzione ricevuti dal filosofo napoletano, lo denunciò agli inquisitori veneti che lo consegnarono al Santo Uffizio, dal quale fu condannato come eretico e arso vivo nel 1600.

La superstite chiesetta Moceniga fino a pochi anni fa accoglieva nel suo interno una meravigliosa statua in marmo di Carrara della Vergine Immacolata, opera dell’insigne Antonio Bonazza, ora custodita nella Nuova Chiesa Parrocchiale del capoluogo.

La laguna e le valli di Rosolina, insieme alle altre del Delta, soddisfano ampiamente i parametri previsti dalla Convenzione di Ramsar per la definizione di zone umide di importanza internazionale. Sono infatti tra gli ambienti a più alta attività primaria, paragonabile a quella delle foreste tropicali, e costituiscono un punto di sosta vitale per due grandi direttrici migratorie: quella germanica e quella carpatico-danubiana-italica.

Vediamo meglio e da vicino questo patrimonio naturalistico spesso sottovalutato da amministratori e politici, e sconosciuto ai più.

Per quanto riguarda la flora, nella laguna e nelle valli di Caleri crescono dei vegetali che non è eccessivo definire coraggiosi, in quanto devono far fronte a condizioni di elevata salinità (intorno al 30 per mille).

Sulle “barene” (spazi di terra poco emergenti dalle acque) si sviluppano la salicornia che s’arrossa in autunno, il limonio dai bei fiori violetti, l’astro marino e un’elegante graminacea, la puccinellia. I fondali della laguna ospitano rade praterie a zostera (la rara zostera marina e la più comune zostera noltii) mentre nei fondali delle valli troviamo la ruppia cirrhosa, detta anche fieno di mare.

Sul litorale di Caleri è stato da poco istituito un giardino botanico il cui pregio è quello di valorizzare un ambiente naturale di notevole interesse scientifico e ormai raro nella costa adriatica. Chi lo visita può osservare tutte quelle piante che, nelle sabbie e fra le dune, sono capaci di sopportare periodi di aridità, venti salsi impetuosi, rigidi inverni e variazioni considerevoli di salinità. E così, partendo dal mare, si incontrano i bassi cespugli di Cakile maritima, le graminacee dello Agropyron junceum, il Convolvolo della spiaggia dai bei fiori rosei. Superate le prime dune troviamo un’altra graminacea, l’Ammophila arenaria e, in estate, nelle dune più interne, si può ammirare la gialla fioritura dell’Elicriso. Mano a mano che si procede in direzione del bosco, notiamo la presenza di arbusti come l’ilatro e il ginepro, i quali costituiscono per la pineta una protezione indispensabile contro i venti freddi che soffiano dal mare.

La fauna della valle è costituita da pesci e uccelli.

In questo periodo, chi non è un patito dell’abbronzatura, ma ama attardarsi e fare birdwatching, può lasciare la strada che collega Rosolina Mare con la ss. Romea e, all’altezza delle “Portesine”, prendere la via che si snoda lungo le valli. Nel silenzio della prima luce dell’alba, come dice il poeta Giorgio Caproni, «gli uccelli sono sempre i primi / pensieri del mondo».

Immersi nel profumo dolcissimo dei tamerici in fiore, che si mescola con l’odore salso della valle, noi possiamo ammirare affascinati il risveglio della natura osservando, tra le barene, sugli arginelli, il bianco candido delle garzette sempre pronte alla cattura di un pesciolino, il planare dei gabbiani sulla superficie dell’acqua, l’incedere calmo e dignitoso degli aironi cinerini, l’eleganza di un cavaliere d’Italia dalle zampe color rosa straordinariamente lunghe.

Si può, inoltre, fare la conoscenza di falchi di palude, germani reali, svassi, folaghe e tante altre specie di uccelli che qui trovano il loro habitat naturale (nidificazione, passo, svernamento).

Durante la stagione della caccia, questi uccelli (soprattutto anatre selvatiche e folaghe) vengono impallinati dai cacciatori nascosti nelle botti (grossi tini di forma tronco-conica sprofondati nel fango, spesso di cemento) che, circondate da terra e da erba, finiscono per assumere le sembianze di un isolotto rotondo. La pratica della caccia in botte è assai diffusa e radicata, tanto da essere parte integrante della cultura locale, e vantare una storia antica che si intreccia con il dominio del patriziato veneto; nel Privilegio Lauretano si legge: “la caccia in ogni tempo rimanga nostra, del doge e dei successori nostri”.

Ma oggigiorno accanto alla caccia si stanno sempre più diffondendo nuove motivazioni nei confronti dell’avifauna del Delta. E sono in aumento coloro che, anziché la doppietta, verso gli uccelli delle valli puntano obiettivi fotografici, che testimoniano un rinnovato interesse per il mondo naturale. Proprio quello che, in definitiva, questa pubblicazione intende incentivare.

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Come citare questo articolo

Simone Martinello. “Rosolina: il fascino delle valli”. Ventaglio Novanta, n. 7, 1993. https://ventaglionovanta.it/archivio/rosolina-il-fascino-delle-valli/

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