Immensa, immobile, isolata dal resto del mondo, in mezzo alla piatta e fertile campagna polesana, si erge la grande struttura di Ca' Venezze, nell'omonimo comune di San Martino, lambito dal fiume Adige, ad una decina di chilometri a Nord di Rovigo. C'è silenzio nella grande corte. Le imposte della villa padronale, che si evidenzia al centro del grande complesso architettonico, e quelle dei successivi edifici, ormai sono sbarrate da tempo. Nei magazzini pochi attrezzi arrugginiti si presentano muti testimoni di una civiltà che sembra lontana mille anni.
Nessun carro sotto le barchesse. Completamente deserta l'immensa aia, che a prima vista potresti scambiare per un grande prato. Già, perché sui mattoni in cotto, che pavimentano l'ampia corte, è attecchita una distesa erbosa; un manto verde non ancora fitto, che con l'incedere della stagione estiva è progressivamente destinato ad assumere un colore fulvo.
E pensare che questo posto, così innaturalmente statico e silenzioso (e forse per questo ammantato di una cert'aria di mistero) in tempi non lontani pulsava di vita, con decine e decine di operai agricoli dediti ai vari lavori.
Non è difficile immaginare il corteo dei carri carichi di fieno rientrare lenti nella corte e procedere verso i capienti depositi; in lontananza il cadenzato battere del maglio del maniscalco intento a ferrare i cavalli; dall'altra parte il ritmico scorrere di una grande sega manuale adatta a trasformare alberi in assi; e poi i richiami di uomini e donne, i muggiti prolungati dei buoi, il cigolio stridente della catena che scorre sulla carrucola del pozzo, seguita dal tonfo sordo del secchio che raggiunge l'acqua…
Oggi tutto tace nella grande corte, mentre il tempo continua inesorabile a tracciare i suoi segni impietosi: lunghe crepe si rincorrono sulle facciate, i tetti denunciano cedimenti, l'intonaco qua e là è sbrecciato. Ma il luogo è suggestivo, coinvolgente. Per certi aspetti sembra di essere in un vero e proprio paese abbandonato, tanto è vasto il complesso, e per altri parrebbe di trovarsi in un antico castello, dentro la cui cinta, proprio come nei manieri del Medioevo, si svolgeva una vita pienamente autonoma. Qui infatti si provvedeva alla costruzione degli arnesi per i lavori campestri, si cuoceva il pane per tutta la collettività in un ampio forno, e un oratorio, con campanile a torretta, assicurava lo svolgimento dei riti religiosi.
Un complesso architettonico enorme, dunque, ideato ed eretto per esercitare un ruolo di concreto dominio sulla vasta campagna circostante, un potente "motore" del settore primario, concepito per la massima resa. Alla base di una realizzazione tanto imponente vi è una mentalità che forse non è improprio definire di stampo industriale, con una precisa suddivisione dei ruoli e dei tempi produttivi.
Nella polivalente struttura edilizia è infatti evidente la ricerca dell'utile economico, coincidente con l'accurata funzionalità degli spazi. Una attenzione alle ragioni dell'economia che qui è molto più rilevante rispetto ad altre ville coeve: si pensi ad esempio alla Badoera di Fratta, ove l'aspetto artistico è fondamentale, anche se non esclusivo rispetto alle esigenze produttive, mai trascurate nelle ville venete.
Viceversa i motivi dell'utile, pur non cancellando quelli dell'architettura, risultano prioritari in Ca' Venezze, anche in considerazione dei progressivi interventi subiti dalla struttura che, progettata nella seconda metà del Cinquecento, registrò vari ampliamenti e ristrutturazioni nel corso dei due secoli successivi, sempre con l'obiettivo della massima funzionalità.
Si deve alla famiglia veneziana dei Frassetti (che poi in omaggio al luogo assunse il nome di Venezze, toponimo che si fa risalire ad un preesistente Castrum Veneticorum) l'aver attuato un così massiccio investimento nella campagna polesana: un caso tutt'altro che isolato perché, nel corso dei secoli XVI, XVII e XVIII, consistenti sostanze, precedentemente accumulate dalla Repubblica di San Marco con le attività marinare, furono destinate ad investimenti fondiari. L'avanzata dei Turchi prima, e le nuove rotte di circumnavigazione dell'Africa poi seguite da Portoghesi e Spagnoli, ridussero infatti lo spazio commerciale dei Veneziani, che individuarono nel settore primario una nuova possibilità per ricapitalizzare i loro averi.
Per le famiglie veneziane l'interesse verso forme d'investimento in Polesine fu conseguente all'estensione del dominio della Serenissima su questo lembo di terra, sottratto agli Estensi di Ferrara; ai quali va il merito di aver avviato importanti interventi di bonifica del territorio, reso paludoso dalle frequenti alluvioni del Po e dell'Adige. E i Veneziani si accorsero in breve che i terreni, acquistati prima delle bonifiche, decuplicavano il loro valore dopo il prosciugamento dalle acque stagnanti; un'operazione che ben presto fu sostenuta dalla Serenissima con un'apposita istituzione: il Magistrato dei Beni Inculti.
Per quanto riguarda tutta la zona a nord di Rovigo, che ha come riferimento San Martino di Venezze e Pettorazza Grimani, (ove esiste un'altra imponente costruzione rurale di indubbio interesse) fu importantissima, al fine del recupero territoriale, la creazione delle "Botti Barbarighe": un vero e proprio sottopassaggio idraulico, realizzato nel 1557 ed inaugurato dal Provveditore Barbarigo (da cui derivò il nome) che permetteva al canale Ceresolo di sottopassare l'Adigetto per scolare le acque vallive della zona. Si trattava di un manufatto realizzato con grandi doghe di legno (proprio come le botti) che però, per il dislivello accentuato, non divenne mai del tutto efficiente, per cui, nel corso dei tre secoli successivi, si ebbero frequenti interventi per migliorarne la funzionalità.
Ca' Venezze ha vissuto pertanto, fin dalla sua progettazione, i problemi idraulici che da sempre hanno costituito una costante del Polesine, qualificandosi in ogni caso per la notevole potenzialità produttiva.
Il suo astro si avviò al tramonto con la riforma agraria che colpì il latifondismo per incentivare le imprese diretto-coltivatrici, ancor oggi il fulcro dell'attivo settore primario nella provincia di Rovigo. Venute meno le motivazioni economiche, Ca' Venezze seguì un fatale declino; ed ora è là, malinconica e solitaria, nella sua scenografica realizzazione, in attesa di un motivo di speranza per il futuro.
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Come citare questo articolo
Lino Segantin. “Ca’ Venezze”. Ventaglio Novanta, n. 7, 1993. https://ventaglionovanta.it/archivio/ca-venezze/