Eravamo noi due soli a sedere, quel presto mattino di prima estate, ad un tavolo sullo scoperto che separava dalla strada la locanda dove avevamo dormito. Rimanevano, rifranti nei luccichii dell’aria illuminata, gli umori della notte, senza toglier nulla tuttavia ad una nitidezza, ad una pulizia al di qua di inquinamenti e artificiosi progressi.
Mi parve un ritorno d’altri climi, avvertiti anche nella mancanza di traffico. Solo qualche persona nelle vie, e silenzio; e me ne veniva piacere, cui, però, si mischiava, a turbarlo, un senso di disagio, già presente in me sin da ragazzo.
Stava la locanda quasi sul limitare dell’abitato, e guardava con la coda dell’occhio una lunga strada, che andava alla campagna. Era una campagna solcata da un grande fiume, dai tanti rami che si allargavano, più propriamente, su tutta una distesa, percorsa altresì da canali in parallelo tra loro fino al mare o a un certo punto fusi insieme; ma tutti erano imparentati coll’alveo maggiore.
Già ne avevamo visto alcuni aspetti nel pomeriggio del giorno prima, e altri luoghi avremmo visitato quella giornata stessa, dopo essere stati a Messa. Ma eravamo in tanti, tutti quella notte a dormire su letti d’accampamento in camere improvvisate, solo noialtri due in albergo.
Era una gita ecologica, alla quale avevo aderito con entusiasmo, lo stesso con cui, da ragazzo, iniziavo nell’angolo della cucina la lettura d’un romanzo d’avventura.
Frequentavo la quarta elementare quando lessi il mio primo libro salgariano, e poi fu tutta una lettura così, di fantasie che si avveravano lontano, sui mari in particolare. La scuola mi era soltanto un modo per figurare; quindi, drammi e ansie nelle difficoltà, ma interesse alla cultura niente.
Era solo un vivere istintivo, dove aveva presa l’immaginazione, e così il vissuto in me era un desiderio e un sogno. Non eludevo la realtà, perché attendevo allo studio e poi a un’attività, ma il cuore m’era avvinto ai personaggi d’eccezione, che sapevan compiere imprese così seducenti; avrebbe desiderato viverne, ma, non potendo, si rifugiava nel sogno, leggendo o semplicemente stando ad occhi aperti.
Ritornando a quella piana, che si stendeva sino al mare, fu alla quercia, più volte secolare, che ci si conobbe noi due, stringendoci la mano. E subito, al primo sguardo, lo sentii marinaio. Immaginai così per dei particolari, visti sul momento, già combinati tra loro. In sè non giustificavano questa mia idea, ma in me, per come mi echeggiarono dentro, sì.
Teneva il gomito sinistro piegato all’altezza del cuore, quasi per reggere una spalla, che si notava appesantita sotto la camicia, per una ferita, come mi veniva all’immaginazione, non ancora sanata; e forse per questo egli pendeva del capo verso quella parte. Un vecchio taglio, ricevuto, chissà, in una di quelle risse, che una volta scoppiavano così frequenti negli equipaggi di mare.
Il fisico asciutto conservava, nonostante quella menomazione, un certo scatto, necessario da giovane per salire con elasticità e sveltezza sugli alberi di trinchetto. Indossava pantaloni d’una vecchia divisa, di colore tra un verde sottile e il celeste; sul volto c’erano i segni degli aperti venti, e l’espressione rimandava a cieli lontani, dai quali pareva non dovesse staccarsi.
Parlava che gli altri si mettevano in posa alla gran quercia, mentre i più abili, i più capaci già s’eran immortalati lassù, dov’eran i più alti rami. Parlava, e io intanto vedevo, con gli occhi del romanzo, una nave attraccata al molo. Era notte, e subito ecco scendere, giù dalla scaletta esterna, correndo e spingendosi, cinque, sei marinai, presto spariti nel buio di vicoli e viuzze. Poi apparve lui, più posato, più composto, il capo sempre inclinato da una parte e una valigetta in mano. Sceso a terra, indugiò un attimo, per guardare a destra indi a sinistra, e s’avviò, nel senso contrario ai compagni. Era uno che non s’intruppava facilmente, che aveva interessi, gusti propri.
Ritornando alla realtà, mi disse che aveva fatto il tornitore, e di essere stato per tanti anni all’estero a lavorare in vari Paesi.
Per questo sapeva le lingue, ma non ne aveva una conoscenza puramente pratica, perché dovevano essere state in lui una passione, se vi tornava spesso nel discorso, trovando occasione per esprimersi ora in tedesco, ora in inglese e francese, ed anche in spagnolo. Doveva averle coltivate perché ne aveva una cognizione grammaticale, per quanto si lamentasse di mancar di basi classiche. Sta bene, ma ciò faceva capire che si era reso conto della grande importanza di quelle lingue antiche, soprattutto studiando il tedesco, e che per far riparo alla propria ignoranza, doveva aver approfondito l’italiano. Difatti parlava corretto e appropriato.
Ma se aveva fatto il tornitore ed era quindi vissuto a terra, non per questo l’immagine di navigante che m’era spuntata di lui, si ritirava; allo stesso modo che l’aver girato all’estero e la conoscenza delle lingue (anche i marinai ne hanno, masticata, e ne fan vanto nei ritorni in patria) non la rinforzavano. Perché eran dati esterni e non si accompagnavano quindi con la figura natami dentro. Eran due piani diversi, uno esteriore, l’altro interiore, vissuto con il cuore e la mente.
Per questo, tutto quel che avevo visto nella gran piana quel pomeriggio passò in sottordine, e così sarebbe stato del giorno dopo. Golene, acque, dune, boscaglie, e il sole guizzar di lama fra salci e pioppi, e le ombre nel fiume, poi, ai tramonti, eran aspetti interessanti, suggestivi, ma non erano miei, non mi appartenevano. Io c’ero stato da quelle parti, e tuttavia non mi erano mai diventate poesia, voglio dire cioè che non avevano avuto risonanza nell’intimo. Ma dovevano risultare estranee anche al marinaio, perché i “leit-motiv” della sua vita andavano cercati altrove, in altro genere, in qualcosa infine che sentivo implicito in quelle lingue, fredde per sè, e tuttavia, intimamente vissute.
Il vissuto può essere un sogno, ma se fa parte della tua vita, allora in questo senso, è vero. Così com’era vero il marinaio, emerso da letture e film da me vivamente partecipati. Altra cosa era la vita dei marinai da quella narrata sui libri o al cinema, non essendo sensazionale, non avvincente, ma dura. Comunque rimaneva nell’animo quella letteratura, anche da adulti smaliziati dall’esperienza, perché le cose che si leggon da piccoli, se son penetrate dentro, non si mandan via facilmente. Il pensiero, fatto critico, ne trova l’inconsistenza, ma il cuore le ama.
Rimaneva il marinaio romanzato, com’è rimasto nella letteratura cavalleresca il paladino Orlando, ma quale lo inventò il poeta, non quello della realtà. Perché nel primo l’intimo nostro si ritrova, che è poi il perno su cui ruota il poema. Così io, che amavo le avventure dei miei eroi, amavo infine le fantasie di un altro, e la mia cultura era inconsistente. Eppure era vera in me, perché io ci mettevo l’animo.
Salgari non aveva mai corso il mare, ma per come ne aveva parlato, aveva affascinato tutta una generazione. Pur avendo scritto quel libro: “Da mozzo a marinaio”, lo si doveva alla sua fertile fantasia; e l’inglese Stevenson, anche se si era imbarcato ed era andato lontano, certamente, magari sulla scorta di qualche particolare venutogli dall’esterno, aveva poi inventato, traendo da sè, dal proprio temperamento, la vicenda insuperabile dell’“Isola del tesoro”, il più classico dei libri d’avventure.
Questi viaggi infidi su l’onde lontane mi tornarono in mente quella notte che noi due si approdò alla locanda, venuti da San Basilio, ove gli altri eran rimasti. Percorrevamo strade che l’immaginazione faceva paurose, quando invece la mattina dopo ci apparvero semplici e innocenti. Giungemmo che le vie eran nere, e ci fu aperto ad una porticina sul fianco, tutto pian piano, tutto sussurrato da una figura femminile, con ancor gli occhi calati nel sonno.
Entrammo in un corridoio in fondo al quale c’eran le scale, strette anch’esse, e d’una certa ripidità. Sparì la donna, dopo averci dato chiavi e indicazione delle stanze, e noi c’inoltrammo per un altro corridoio ancor più stretto. Mi pareva di essere un’altra persona, senza legami più, con la possibilità, finalmente, di farsi un’altra vita, cambiar nome, rifarsi; ma ero solo dentro di me, e il cuore mi si fasciò d’ombre.
Lì, in quel corridoio che non aveva finestre, soltanto una piccola luce che spandeva più scuro che chiaro, arcane storie mi sorsero di colpo dalla memoria, insidie, agguati su tolde, con bucanieri minacciosi che sbucavan all’improvviso, avidi di afferrare l’oro nascosto, e ti guardavano…
Il marinaio aprì la porta della sua camera, accese la luce, mise dentro la valigetta; (oh! egli era sempre a casa sua, poteva girare dove voleva, sempre si trovava a suo agio. C’era abituato). Ma io, con la mia borsa per una camicia e qualcos’altro, io, così nuovo in simili circostanze, così nuovo per mettere in atto quei progetti che passan per la mente di andar via, scappare, romperla con tutto, io avvertivo come fuori di una letteratura avventurosa o gialla, mi sentissi a disagio con mille spettri che mi ghermivano, mentre il marinaio mi seguiva, entrava nella mia stanzetta, si sedeva.
“Sì, fece, come continuando un discorso, cominciato fra noi nel pomeriggio e poi riaccennato nella notte –. Sì, io ho studiato dopo”.
Sui banchi di scuola non ci stetti che fino a tredici anni: cinque più tre di Avviamento. Si ricorda? Allora c’erano quelle scuole. Ma mio padre non poteva farmi proseguire. Eravamo sette fratelli; capisce bene: in quegli anni, che era fame, come continuare? Però, quando potei fare a modo mio, me n’andai via. Mi recai fuori d’Italia, prima in Germania, poi in Olanda, in Francia, in Spagna pure, e feci il tornitore. Ma alla sera, quando gli altri miei connazionali se ne andavano al caffé o a far l’amore, io rimanevo nella mia pensione a studiar lingue. Vede – e si alzò dalla sedia – non avevo alcun titolo, solo poca istruzione, e volevo innalzarmi un po’. E adesso la saluto. Buona notte”.
La mattina, a quel tavolo di locanda, i discorsi furono orientati a certi modi di dire nelle varie parlate, e ad altri temi linguistici. Era uno che s’era fatto da sè, ma mi pareva che portasse sulle spalle un gran fardello: il peso d’un’esistenza sofferta, sia pur vissuta con dignità. Tutto faceva pensare che avesse dei sentimenti.
Ritengo che di tutta quella gita ecologica gli sia rimasta impressa quella locanda, perché potè parlare con me come con se stesso, perché potè ritornare, quando voleva, sul discorso delle lingue, che erano state la sua passione, il suo vissuto per quello che esse significavano in amor proprio, e il suo vanto.
Così, per me, contava quella locanda.
I luoghi che avevamo visti, avevano delle bellezze, specie il fiume, i raggi come cunei tra gli alberi della golena, e le ombre sul tardi. Ma non mi rappresentavano alcun vissuto, similmente a tutta la distesa agreste, nell’insieme e nei particolari. Ogni cosa, là, era come una cartolina illustrata, arrivata di lontano: “bei posti”, e la si metteva subito in disparte. Di tutta quell’escursione mi rimaneva un volto e una storia mia.
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Giovanni De Pascalis. “Il marinaio”. Ventaglio Novanta, n. 7, 1993. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-marinaio/