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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Il Museo Baruffaldi di Badia Polesine

Nato dalla grande passione del prof. Ivan Tardivello, il museo altopolesano offre un’interessante documentazione del passato dal Medioevo alle epoche più recenti.

di Grazia Giordani

Ventaglio Novanta n. 9 1994 pp. 16–19

Anche G.A. Cibotto ha scritto nel suo “Il doge è sordo”, edito dalla Marsilio, sapide pagine inerenti il museo di Badia Polesine, intitolato ad Antonio Eugenio Baruffaldi, studioso di storia locale. Il pretesto, allo scrittore-giornalista rodigino, lo ha offerto involontariamente la Sip, pubblicando in copertina dell’elenco telefonico polesano la foto di un piatto conservato nella sezione ceramiche del museo, riproducente una scena circense ingenua e gentile.

Il punto di forza del museo badiese è la grande passione, quasi un amore, del suo fondatore. Non è nato per volere istituzionale, ma per la fervida iniziativa dello studioso locale Ivan Tardivello che, con entusiasmo, ha messo insieme testimonianze del passato polesano, le ha catalogate, ricucite, restaurate, ponendo sempre al centro delle varie raccolte l’Uomo.

La visione antropomorfa della storia locale ha così dato un calore speciale alla vasta collezione di oggetti che perdono la caratteristica di cose morte, per acquisire i connotati di manufatti, documenti e testimonianze del vissuto della nostra gente.

Tardivello, direttore del museo, aveva iniziato già negli anni ’60 la prima Raccolta Civica che – prendendo alloggio nel ’77 in alcune stanze dell’ex Monte dei Pegni – assunse gradualmente l’identità del vero e proprio Museo Civico “Baruffaldi”.

Vi si accede dal portico che mette in comunicazione la piazzetta Martiri della Libertà con quella della Fontana. Siamo nel cuore storico della Badia seicentesca. La costruzione ha un’eleganza severa, ripristinata con molto buon gusto nel restauro. Si respira il passato di un Polesine povero, ma pieno di operosa dignità. La storia piccola della nostra città trova qui spazi cronologici ed umani dentro quelli più vasti della storia italiana.

Salendo le scale, che conducono alle tredici sezioni, si ha la gradevole sensazione di entrare in un luogo di vita – anche se passata – di un tessuto umano trascorso, ma che ha continui agganci con il presente. Non si ha l’impatto polveroso con una realtà mummificata e fine a se stessa. Questo è certamente uno dei pregi del museo altopolesano.

Nel corso della visita, guidata dallo stesso direttore del “Baruffaldi”, sostiamo nella sezione dedicata alle istituzioni civili e religiose: qui ammiriamo la campana del consiglio del sec. XVII e la statua di S. Teolbaldo, patrono della città, che un tempo veniva portata in processione in un clima deliziosamente “rètro”, in mezzo a bambini vestiti da angioletti e a uno svolazzare di rose.

Una delle sezioni che ci attraggono maggiormente è quella della ceramica antica badiese: quasi una metafora del vivere domestico e sociale dei nostri concittadini dal XV al XIX secolo, uscito da scavi e restaurato con ammirevole pazienza.

Nella sezione del Risorgimento troviamo importanti documenti della Carboneria locale e traccia di garibaldini badiesi che parteciparono allo sbarco dei Mille.

La sesta e la settima sezione ci parlano di guerra: testimonianze di un dolore lontano che resta parte di noi e ci fa apprezzare la pace.

Particolarmente suggestiva la sezione ottava, depositaria delle nostre radici, quella della storia più antica. I reperti romani provengono da ritrovamenti in superficie nella zona “Le Giare” di Salvaterra, mentre i reperti medievali e del XVI e XVII secolo, sono stati recuperati nel centro storico della città, durante lavori di scavo.

Veramente singolare il calco in gesso dell’ara romana del I sec. dopo Cristo, usata come pietra angolare del campanile della Vangadizza, ornata dal bassorilievo riproducente una maliziosa baccante.

La sezione del tempo libero è interessante per le testimonianze di una Badia ginnica e gaudente di cui ignoravamo l’esistenza.

Nella dodicesima sezione viene riproposta una parte di storia particolarmente sentita dai badiesi: quella dei mulini natanti sull’Adige. Ammiriamo qui un modellino funzionante – su scala ridotta – costruito veramente con mano maestra da Albano Bettagno. Sembra di sentire lo sciabordio delle pale che fendono l’acqua del fiume.

Ritorna tutta una vita del secolo scorso, di burchi carichi di ghiaia, di lavandaie che sbattono i panni, di scarriolanti oppressi dalla fatica. Questo museo fa tornare il passato con flash di poesia.

Elegante e luminosa, la sala Bonsignori è diventata sede di importanti convegni culturali. Ospita il “Cenacolo” del cinquecentista Girolamo Bonsignori, dipinto per San Benedetto Po, in terra mantovana, fortunosamente giunto – per ribalderie napoleoniche – in Vangadizza a Badia Polesine. (Vedasi, per maggiori informazioni, “Ventaglio” n. 1). Dopo rocambolesche vicende e un sapiente restauro che l’ha recuperata dagli sfregi di un incendio, qui la preziosa tela dorme ora un sonno di pace. Copia della famosa “Cena” leonardesca, offre ai visitatori il caldo verismo del volto degli apostoli e il gusto dei particolari della mensa che prelude all’opulenza del Veronese.

Ritorniamo all’aperto con la mente piena di sensazioni, di squarci di passato che si fa presente e con il fermo proponimento di ritornare per spiare ancora dentro le bacheche, frugare fra i documenti, contagiati dall’amorosa cura di chi ha saputo mettere assieme questo patrimonio museale.

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Come citare questo articolo

Grazia Giordani. “Il Museo Baruffaldi di Badia Polesine”. Ventaglio Novanta, n. 9, 1994. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-museo-baruffaldi-di-badia-polesine/

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