L’11 Giugno si festeggia San Barnaba, santo originario di Cipro, a cui nei secoli scorsi in Italia furono dedicate varie chiese, la più famosa delle quali è indubbiamente quella di Milano, da cui prese il nome l’ordine dei Barnabiti.
In Polesine il santo è patrono della chiesa di Saguedo, frazione di Lendinara, la cui comunità, nella ricorrenza annuale, organizza seguiti festeggiamenti, che quest’anno si preannunciano particolarmente importanti per la concomitanza del duecentesimo anniversario della realizzazione della chiesa.
Approfittiamo dell’occasione per proporre un itinerario che, partendo da Saguedo, compie un anello di circa otto chilometri per conoscere le caratteristiche del luogo sotto il profilo artistico ed ambientale.
Apriamo il nostro percorso ricordando una poesia di Bepi Bonafin, cantore del paesello natio, che così ritrae la sua terra:
È un povero villaggio di pianura,
fra il Ceresolo e l’Adige impetuoso,
senza la cinta di vetuste mura,
senz’alcun segno, impronta di grandioso.
Tranne la bella chiesa arcipretale,
col campanile ricco di memorie,
le scuole e l’ex-palazzo comunale,
non vanta monumenti od altre glorie.
È tutto qui, qui tutto il mio villaggio,
nell’abito del suo modesto arredo,
ma quanto più squisito il tuo linguaggio,
povero, sì, ma libero, Saguedo.
Un paese indomito, dunque, stretto intorno alla sua bella chiesa, punto di riferimento fondamentale anche sotto il profilo della storia locale.
Progettato dall’arch. don Giacomo Baccari (autore anche della chiesa di San Biagio e della Cappella del Bagno del Pilastrello in Lendinara) il tempio, completato nel 1794, segue uno stile di tipo neoclassico, equilibrato nelle proporzioni ed elegante nelle partiture.
La facciata è scandita da quattro lesene culminanti con capitelli corinzi, sui quali si appoggia un frontone con bordatura dentellata, sormontato da tre statue rappresentanti la Fede, la Speranza e la Carità, attribuite a J. Pietro Muttoni.
L’interno, ad unica navata, ospita alcune pregevoli opere, tra cui due tele di Palma il Vecchio: si tratta di una Resurrezione di Cristo con i Santi Barnaba e Paolo in primo piano, posta nell’abside, e una Natività conservata nell’attigua sagrestia.
Pregevoli anche le sculture, tra cui una Madonna con Bambino, inserita nella decorazione del secondo altare di sinistra, e un bellissimo angelo a braccia conserte posto sull’altare principale. Famosa è poi la formella intagliata e dorata, inserita nelle decorazioni del pulpito, ritraente la Samaritana al pozzo, realizzata negli ultimi anni del XVIII sec. da Giuseppe Fava detto il Saccadei.
Se la chiesa si esprime con il linguaggio composto e colto del neoclassicismo di fine ’700, le notizie sulla parrocchia di Saguedo risalgono però al XII secolo, quando si trovava sotto la giurisdizione dell’abbazia della Vangadizza, a cui rimase soggetta fino alla soppressione del monastero badiese, decretata dalla Repubblica veneta e poi confermata da Napoleone Bonaparte.
Fino al 1567 la parrocchia di Saguedo si estendeva anche sulla vicina comunità di Barbuglio, piccolo paese che sorge proprio sotto l’argine destro dell’Adige. Ma da tale data ebbe origine una divisione in seguito ad un’azione promossa dagli abitanti del paesello rivierasco: nacque così la parrocchia di Barbuglio, che faceva riferimento alla chiesa di San Nicola, da poco costituita in loco. Evidentemente (come spesso succede tra confinanti) tra le comunità di Saguedo e Barbuglio vi era uno storico antagonismo che non si placò nemmeno nei secoli successivi, ma che anzi diede luogo a contese circa i diritti delle rispettive parrocchie, sfociate in vere e proprie risse con ferimenti e persino, si dice, uccisioni. Della lunga quanto incredibile contesa riferiamo in un apposito riquadro.
Completata la visita al tempio di Saguedo ci avviamo alla volta di Barbuglio, percorrendo il breve tratto di strada che si snoda in mezzo ad una fertile campagna dove prevale l’orticoltura. Il centro del paesello è là dove la via si allarga di un paio di metri, proprio sotto l’argine dell’Adige, ove si interrompe anche la strada asfaltata per biforcarsi in due salite sterrate che raggiungono la sommità arginale.
L’attuale chiesa di Barbuglio è di recente costruzione. Risale infatti al 1927 (come si legge nella facciata), in seguito alla demolizione dell’antico tempio, imposta da necessari lavori di rinforzo e allargamento delle arginature dell’Adige.
Costruita con mattoni a vista, la chiesa, più modesta della precedente abbattuta, si presenta ad una sola navata che si conclude con un’abside, ove è collocata una statua lignea del santo patrono Nicola di Bari, mentre due altari laterali sono dedicati rispettivamente a San Valentino e alla Beata Vergine del Rosario. All’esterno del tempio, al centro di un’aiuola, si erge dal 1992 un monumento dedicato a Giovanni XXIII. (Notizie più dettagliate su Barbuglio e dintorni saranno pubblicate nel prossimo numero in un articolo di Sandra Cignoni).
Fatta una breve sosta, saliamo sull’argine del fiume che divide la nostra provincia da quella di Padova. Sulla sommità potremo ammirare un ampio paesaggio, delimitato a nord dai colli Euganei e caratterizzato per il resto da una pianura intensamente coltivata, ove si indovina, dagli svettanti campanili, l’ubicazione di vari paesi.
Potremo scendere nella piccola spiaggetta sottostante per osservare l’attività di recupero della sabbia, in una zona in cui il deposito è più consistente per la presenza di un’ansa del fiume che frena la corrente, per riprendere poi il nostro itinerario risalendo sulla strada arginale, muovendoci in senso contrario alla corrente del fiume.
Dopo un paio di chilometri raggiungiamo una piccola chiesetta, con un minuscolo campanile a vela che si erge sul vertice della facciata: si tratta dell’Oratorio di Pradespin, costruito nel 1837 e dedicato alla Madonna del Pilastrello per uno scampato pericolo di rottura dell’argine del fiume. Il nome della località fa riferimento ad una zona incolta, infestata dai rovi, che nei secoli scorsi erano frequenti nei pressi del fiume. Come la chiesa di Barbuglio anche questo tempietto non è originale, essendo stato ricostruito nel nostro secolo dopo l’abbattimento del precedente per il rinforzo delle arginature.
Fatta una breve sosta nel prato antistante la chiesetta, tradizionale meta di scampagnate, procediamo ancora per circa un chilometro lungo l’argine, soffermandoci ad osservare i campi perfettamente coltivati, alcuni rustici in stato di abbandono in un silenzio quasi totale, ove si colgono soltanto i rumori in distanza di alcuni motori agricoli.
Imbocchiamo la discesa per ritornare al punto di partenza, seguendo una via sterrata quasi in abbandono che ci porta a Campomarzo. Da qui ritorniamo a Saguedo dopo una breve deviazione per vedere quanto resta della vecchia fornace, fino allo scorso anno dominata da una svettante ciminiera, abbattuta dalla tromba d’aria che ha determinato anche il crollo del campanile di Ramodipalo.
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Come citare questo articolo
Lino Segantin. “Saguedo e dintorni”. Ventaglio Novanta, n. 9, 1994. https://ventaglionovanta.it/archivio/saguedo-e-dintorni/