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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Un’accoglienza tutta polesana

Nei pressi di Rivà sorge il complesso agrituristico denominato il Florìda.

di Serena Pattaro

Ventaglio Novanta n. 9 1994 pp. 44–45

Nella nostra terra l’attività agrituristica trova ancora pochi operatori rispetto ad altre zone d’Italia, in cui da tempo, dagli anni Sessanta, essa si è consolidata.

Si tratta di un’attività di ordine nuovo, che deve ancor essere scoperta e sviluppata dagli stessi imprenditori agricoli. È necessario, per questo, che la si conosca e la sia apprezzi per le finalità che persegue nel favorire la permanenza, nelle zone di campagna, dei produttori agricoli e nel tutelare e salvaguardare l’ambiente ed il patrimonio edilizio rurale.

Nel Polesine, quindi, il nuovo tipo di ospitalità deve ancora dischiudere le proprie caratteristiche potenziali. Fra i pochi che hanno affrontato con intraprendenza questa iniziativa, vi è, nel comune di Ariano Polesine, la famiglia Pavanini che, avvalendosi del contributo di un piccolo gruppo di collaboratori, dal giugno del ’90 offre calda accoglienza e pietanze tradizionali ai visitatori.

L’idea di associare i singoli sforzi in quest’opera, è nata dalla passione per i cavalli che accomunava il gruppo dei “fondatori”, e dalla ricerca di un ambiente agreste dove fosse possibile trascorrere tranquillamente il fine settimana.

Il proprietario ha così messo a disposizione del gruppo di amici la propria casa, che era disabitata da tempo, ed il terreno circostante. Da questo, in seguito, sono nate a catena le diverse proposte per la creazione dell’agriturismo. Cogliamo ancora una nota di stupore ed incredulità nelle parole di uno dei collaboratori: «Sa, era proprio una di quelle idee che generalmente cadono nel vuoto, ma che si è alla fine concretizzata qui».

Al Florìda, dal nome originario della tenuta (nessun americanismo dunque), si accede facilmente. L’incontriamo sulla via che unisce Rivà a San Basilio.

Lo scorgiamo tra diligenti alberi, posti perfettamente in fila a formare curiosi giochi prospettici: uno spettacolo ormai noto a chi visita il Polesine. Ci inoltriamo, proseguendo per il sentiero e veniamo accolti all’ombra di un possente gelso, o “moraro” come viene chiamato qui (avrà ad occhio e croce cent’anni), che riesce a dare riparo anche ad un piccolo gruppo di flemmatici cavalli.

La villa rustica presenta una stalla rimasta allo stato originario, adiacente ad un corpo centrale completamente ristrutturato ed ospitante i locali ristorativi. A lato, una struttura minuta, una sorta di barchessa risistemata esternamente ed adibita a pollaio.

L’arredamento interno appare essenziale. «Tutto quello che poté essere conservato, al momento del restauro venne mantenuto», è sempre uno dei fondatori a parlare. Contribuiscono a creare l’atmosfera d’altri tempi, il caminetto in pietra, il massiccio legno del mobilio ed il contrasto delle pareti interamente bianche e disadorne con le possenti travi del soffitto.

La cucina è sobria e rigorosamente casereccia. Niente di ricercato. Le preparazioni riproducono fedelmente l’utilizzo dei prodotti in un’economia di sussistenza.

«Ci siamo affidati alle mani della nostra cuoca, la signora Marisa, che si è limitata a trasportare qui la sua abilità nel preparare pranzi per la famiglia, una di quelle famiglie patriarcali di un tempo».

In menu abbiamo antipasto con salame, pancetta e pecorino. Come primo piatto, pasta fresca con capelleti in brodo, pasta e fagioli, tagliatelle e pasticcio. Per secondo, le grigliate miste, specialità della casa, con pollo, castrato e vitello. Inoltre cotechino e mussetto in umido. Non mancano la verdura direttamente dall’orto e i dolci preparati con le ricette della signora Marisa.

Una cucina, quindi, senza pretese che riflette lo stile e lo spirito del luogo e dei gestori. In progetto nessuna espansione: è stata fatta una precisa scelta, nel timore di logorare o deturpare i valori fondanti che la nostra piccola comunità agrituristica è riuscita a preservare. Una scelta che, in parte, è stata condizionata dai limiti della produzione dell’azienda agricola stessa e dalla disponibilità di tempo dei collaboratori.

Al fondo vi è la convinzione che la via intrapresa rappresenti l’unico modo per salvaguardare questa piccola iniziativa contro ogni pericolo di “istituzionalizzazione”.

La comunità preferisce rimanere un’organizzazione fluida che si detta da sola, di volta in volta, le proprie regole. Spesso il confine tra agriturismo ed esercizio ricettivo, come lo s’intende comunemente, può essere molto labile, il trapasso rapido come se rappresentasse la condanna di tutto ciò che tenta di uscire dall’ordinario.

I gestori non chiedono alla clientela che un approccio coscienzioso e rispettoso per preservare l’iniziaitva da “contaminazioni” dovute ad una diffusa mentalità rinserrata in luoghi comuni.

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Come citare questo articolo

Serena Pattaro. “Un’accoglienza tutta polesana”. Ventaglio Novanta, n. 9, 1994. https://ventaglionovanta.it/archivio/unaccoglienza-tutta-polesana/

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