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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Tre archi nella notte

Una passeggiata notturna in una Rovigo deserta ed infine... una visione

di Franco Romano Lazzari

Ventaglio Novanta n. 10 1995 pp. 50–53

Sono un nottambulo.

Si pensa solitamente che il pittore trovi ispirazione nel chiuso del suo studio o “an plain air” come gli Impressionisti a contatto della natura. O magari lo si pensa quasi immobile nella attesa di quella specie di Provvidenza della categoria chiamata Ispirazione.

Nel mio caso avviene il contrario.

La mia strana Musa appare invece quando cammino.

Infatti per ottenere i favori io devo camminare, creandomi una piccola crisi di identità tra artistica e podistica.

Esercito questa mia duplice facoltà tra il verde delle rive dei nostri fiumi che io chiamo “I giardini dell’Ibis”, ma molto spesso semplicemente passeggiando per Rovigo.

A notte fonda.

L’ho già detto sono un nottambulo a cui (che imbarazzo!) l’ispirazione “viene dai piedi”.

Mi piace camminare piano poiché non cerco un preciso luogo nel tempo e nello spazio ma evidentemente un mio luogo interiore.

Passeggio per Rovigo seguendo praticamente sempre lo stesso tragitto, godendo un po’ del frutto divino di cui solo gli dei immortali si saziano: l’immutabile consuetudine (e non è forse l’infinita ripetizione del medesimo l’eternità?).

Il ben conosciuto susseguirsi delle architetture che si affacciano sulle strade è come il volto di persone amiche alle quali la frequentazione quotidiana confonde i segni dell’inesorabile incedere del tempo.

Sono quindi un metodico (in barba al genio e sregolatezza) e partendo dal mio studio scendo per via Sichirollo con le sue architetture austeramente religiose, attraverso Porta Augustina con il suo improbabile arco a schiena d’asino; subito dopo incontro Palazzo Casalini sobrio e un po’ tarchiato che sembra perennemente corteggiare la Villa del Vescovado di fronte, tutta ritrosa, nel suo cortile.

Lascio il fianco destro e costeggio il retro del “Duomo senza volto” per Via Colorni e, superando l’Ospedale Vecchio, ritorno a destra verso il centro.

Mi piace attendere l’esplosione verticale delle Torri medioevali attraverso le piante del giardino retrostante.

Poi, abbassando lo sguardo, lancio la solita occhiata esteticamente inconsolabile al “ditone” del monumento a Matteotti.

Attraverso quindi il Corso e scendo per via Minelli con il suo Palazzo dal grafismo aereo. A destra attende, come sempre, l’acciaccato Palazzo Angeli, tutto proteso a farsi vedere di sguincio ancora padrone della sua via.

E poi i portici placidi e per essi alla Piazza a girarne l’anello sotto lo sguardo del Re Galantuomo.

Tornando sui miei passi nuovamente intravvedo, a giro compiuto, Palazzo Roverella “il rosso”, a cui segue la consueta riflessione su come Palazzo Roncale riesca ad essere ombroso persino la notte.

Infine nuovamente nel Corso, a sinistra verso Ca’ Venezze, bianca e canora. Non mi resta poi che la breve strada del ritorno, generalmente appagato del mio viaggio notturno in città, senza saluti in falsa cortesia, incontri spesso molesti e frasi fatte.

Inoltre senza auto ingombranti, rumorosi motorini, aria pessima e, per finire, senza lo sfavillio dei negozi del centro che vendono cose inutili ma, pare, di prima necessità. Insomma, fiero di aver stoicamente rinunciato, nottetempo, ai molti dei vantaggi del vivere associato.

In genere non accade mai nulla di nuovo, tutto come da copione, tutto divinamente noioso.

Ma qualche notte fa, tornando sul Corso dalla Piazza e sul punto di girare a sinistra per tornare, che cosa vedo? Tre archi nella notte mi appaiono sulla destra: LA PESCHERIA RESTAURATA!

Non più quel luogo che emanò per lungo tempo ancora l’inconfondibile odore dell’abitatore dei mari! (ora immortalato solo nei bassorilievi di facciata). Non più quel cadavere architettonico coperto per molto tempo più per pubblica decenza che per ferma volontà di restauro.

Ora era lì, rinnovata, con i suoi tre archi a sesto acuto di un neogotico senza gli slanci dell’originale, ma pur sempre decoroso.

“Finalmente – pensai – una sede espositiva polifuzionale a Rovigo”.

Sperai che questo luogo, pur inautentico, potesse contribuire alla valorizzazione dell’arte autentica e del patrimonio umano ed artistico del Polesine; senza i provincialismi amministrativi di chi, in fondo, non si perdona di esserci nato in provincia e imita goffamente la città.

Era chiaro che il mio solito tragitto veniva scompaginato e la Pescheria sarebbe diventata una nuova meta obbligata.

Mentre tornavo nella notte mi apparve la Musa provvidenziale e, accompagnandomi, benevolmente mi consigliava di disegnare tre archi gotici simili alla Pescheria nel giardino di domani, alla luce del sole.

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Come citare questo articolo

Franco Romano Lazzari. “Tre archi nella notte”. Ventaglio Novanta, n. 10, 1995. https://ventaglionovanta.it/archivio/tre-archi-nella-notte/

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