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STORIA - TRADIZIONI

Il segreto delle ocarine

Idelmo Fecchio di Grillara fin da bambino imparò l’arte di costruire i caratteristici strumenti musicali

di Serena Pattaro

Ventaglio Novanta n. 10 1995 pp. 76–79

L’arte di creare ocarine affonda nelle tradizioni popolari, ma stranamente al signor Idelmo Fecchio, non è stata propriamente tramandata.

Ciò nonostante abbiamo l’impressione che tra le pieghe del viso, nello sguardo, che sembra aver acquisito nel tempo clemenza per gli eventi della vita, nelle mani forti abituate al lavoro rurale, sia depositata l’esperienza del passato, di una realtà che si fa presente in una delle sue infinite manifestazioni.

Il signor Idelmo ricorda un po’ la figura del profeta biblico misconosciuto o addirittura avversato in patria ed osannato in terra straniera. Ottantacinquenne, egli è infatti apprezzato per la sua attività di costruttore di ocarine più altrove che nel paese dove risiede, Grillara.

È questa una piccola ma suggestiva località polesana che si erge su una delle poche dune fossili rimaste, le quali nell’età medioevale costituivano l’allineamento che attraversava longitudinalmente gli odierni centri di Rosolina, Donada, Taglio di Po fino a giungere a San Basilio. Gli antichi rilievi sabbiosi oggi rappresentano per noi una preziosa testimonianza del passato. Ciò che rimane dei medievali cordoni dunosi esiste perché in parte si è preservato dall’erosione naturale ed in parte perché è resistito all’opera di demolizione causata dai forti interessi economici gravitanti attorno al mercato arenario, il quale non ha certo a cuore la salvaguardia ambientale.

Ma ritorniamo al signor Idelmo. Egli racconta che la passione per le ocarine è nata in lui fin dall’infanzia. Da bambino, accompagnato dalla madre ad una fiera di paese, aveva ricevuto in premio proprio un’ocarina. Da qui i tenaci tentativi per riprodurre il misterioso strumento dal cui interno si dischiudevano strane vibrazioni e il cui involucro in terracotta, se percosso, risuonava in modo secco, come a sfidare chiunque a scalfire il proprio segreto.

Fra le ocarine e Idelmo Fecchio si creò dunque ben presto un legame via via rinsaldatosi nel tempo. E ad esse, caso strano dell’esistenza, l’autore deve persino la propria vita. Racconta infatti che, durante la seconda guerra mondiale, mentre seguiva il contingente italiano stanziato a Spalato, in Croazia, fu fatto prigioniero e deportato in Finlandia e in Germania, in vari campi di concentramento tra cui ricorda Brema e Amburgo. Qui patì la fame, privazioni, freddo, torture, stenti, fino a ridurlo a un corpo quasi inerte di 35 kg.

Gli occhi sono scossi da un’emozione quando afferma: “Sono state le ocarine a salvarmi!”. Durante uno scavo infatti, Idelmo aveva rinvenuto un po’ d’argilla con cui era riuscito a creare delle ocarine. In un ambiente impervio di morte, rappresentavano un esile spiraglio che lo sorreggeva alla vita, che continuamente lo rapportava con la propria terra, il rifugio della casa, i familiari.

Un ufficiale tedesco notò i curiosi strumenti e ne commissionò alcuni offrendogli l’occasione di barattarli con delle derrate. Il signor Idelmo evitò così lo sterminio, destino che attendeva chi, debilitato, non era più in grado di affrontare il lavoro.

Ritornato a casa, non potè occuparsi a tempo pieno delle ocarine che continuarono tuttavia ad essere per lui un piacevole passatempo. Spinto dalle oggettive necessità economiche e dai rimproveri della moglie che, invece di avere sul fuoco il pane, spesso si trovava le ocarine e i flauti in creta a cuocere, il signor Idelmo si dedicò per un periodo all’intreccio delle frasche di salice, le “strope”, per creare culle, canestri, ceste, “corghi” per la covata delle chiocce. Ma la passione per le ocarine non svanì.

Per realizzarle ancora oggi il signor Idelmo utilizza pochi, semplici, quasi rudimentali attrezzi in legno o ricavati dalla canna palustre. La materia prima che impiega è il cosiddetto “tivaro”, strato d’argilla spesso circa 40 cm. che si trova a quasi un metro di profondità, lungo le golene del Po o sui campi arati; le particolari caratteristiche di plasticità consentono un’agevole lavorazione.

Appena modellata la forma dello strumento, con la creta ancora molle e fresca, l’ocarina viene subito suonata per sperimentarne le potenzialità. Viene poi fatta essiccare al sole per un paio di giorni, levigata con carta e smeriglio ed infine posta in un forno ad una temperatura che può raggiungere i 900-1000 gradi.

Il nostro artigiano si diletta, con uno spirito ed una dedizione quasi materni, a pensare alle sue creazioni come dotate ognuna di una propria individualità nelle forme e nelle tonalità dei suoni.

Prova orgoglio per questa caratteristica peculiare che fa la gioia dei collezionisti; la sfoggia legittimamente, facendone un motivo di distinzione rispetto alla produzione standardizzata di Budrio (Bologna), centro che, grazie all’inventiva di G. Bonato, ha dato origine all’ocarina nella seconda metà del XIX secolo.

Risoluto, il signor Idelmo rivendica l’appartenenza dello strumento alla nostra cultura, insieme agli innumerevoli oggetti in terracotta (tra cui ricorda le pipe), che venivano creati nel Polesine, terra che fino a non molti anni fa era disseminata di fornaci.

All’ocarina sono legati i ricordi degli incontri nelle stalle durante le serate invernali e delle ballate, su cui si costruiva il forte senso di comunità che regolava i rapporti tra le singole famiglie e la collettività rurale. Una dimensione sociale viva si coglie ancora nei suoni emessi dal curioso strumento musicale che invita anche noi a sostare e a non dimenticare il valore delle cose semplici e buone.

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Come citare questo articolo

Serena Pattaro. “Il segreto delle ocarine”. Ventaglio Novanta, n. 10, 1995. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-segreto-delle-ocarine/

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