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NARRATIVA

Sabato sera

Premio Narrativa Giovane

di Mosè Mazzetti

Ventaglio Novanta n. 10 1995 pp. 113–118

È tardi e la nostra auto avanza lungo una strada dritta e anonima come tante altre, ravvivata solo dal regolare alternarsi dei platani schierati su entrambi i lati: è quasi un sinistro tunnel che si perde nel buio della notte. Le luci la illuminano ma per poco, e la fiducia in chissà che cosa, forse l'incoscienza o la pigrizia di pensare al domani, ci fanno proseguire verso un ignoto senza certezze, che diviene tutt'uno con i fragili meccanismi del nostro esistere.

È tutto il giorno che scende una pioggia sottile e rabbiosa e qualche volta, quando persino lei si annoia troppo, smette di cadere lasciando il mondo in una immobile sospensione quasi irreale.

Max è tutto preso dalla guida, smanioso di farci sentire tutti i cavalli della sua macchina nuova, ma pronto a farsela sotto per ogni sfanalata sospetta.

Finora la serata non è stata certo delle più entusiasmanti, e in macchina regna un'atmosfera di tacita insoddisfazione per un ennesimo sabato che ci vediamo scorrere tra le mani e che se ne sta andando inesorabilmente a puttane.

Ci siamo appena fatti una birra in un locale aperto da poco e ora ci stiamo dirigendo in discoteca.

La radio martella i timpani con ritmi indiavolati di musica tecno e non mi dà tregua. Ad un certo punto non ce la faccio più e chiedo a Giovanni di cambiare stazione. Lui mugugna qualcosa tra i denti e rimane immobile; mi arrabbio e lo costringo a dare un giro alla manopola delle frequenze, ed ecco uno straziante acuto di Masini; è una delle canzoni più sfigate, e così, dopo un rapido giro di scongiuri, mi ritrovo più stressato di prima a rimbecillirmi il cervello con quella musica.

Ormai siamo arrivati, parcheggiamo la macchina e, intirizziti dal freddo e dall'umidità, ci dirigiamo veloci verso l'entrata sfavillante di luci di mille colori.

Sto ancora tremando quando consegno il mio biglietto riduzione a quel pezzo di ragazza addetta alla biglietteria; lei mi porge la tessera delle consumazioni e mi schiaccia con uno sguardo di sufficienza, freddo e distaccato. Quei due occhi mi si stampano dentro facendomi tremare, ma non lo do a vedere. Prendo la tessera, la guardo a modo mio mandandola mentalmente affanculo mentre mi allontano speditamente.

Già nell'anticamera si sentono le vibrazioni violente di una musica esageratamente alta, ritrovo i miei amici e, dopo un cenno di Max, entriamo. È passata da poco la mezzanotte e ci si può ancora muovere con una certa libertà. Mi guardo attorno e mi sento addosso una miriade di sguardi che mi scrutarono curiosi, ma bastano pochi istanti per far perdere a me e ai miei compagni quell'alone di interesse che ci contraddistingueva dalla folla. Ora siamo come tutti gli altri e tra poco forse, anche noi saremo lì a guardarci attorno senza capire bene cosa stiamo facendo, pronti a scrutare i marziani che si accingono a diventare come noi. I nostri sguardi non si incrociano più e guardiamo in giro ostentando una serietà e una superiorità che altro non sono che una reazione al senso di disagio che ci pervade.

Lupo ha visto un suo amico e corre a salutarlo con una faccia che è tutta un sorriso; un attimo fa era lì, con un muso lungo da fare schifo e adesso guardalo allegro come una pasqua, che stronzo!

Ci sentiamo tutti un po' a disagio, lo aspettiamo per un po' poi decidiamo di fare un giro, giusto per vedere che aria tira. Max e Gere si incamminano e io li seguo a ruota. È d'obbligo il solito tragitto attorno alla pista dove guardando ci facciamo guardare. Cerchiamo di districarci tra la folla con un atteggiamento il più possibile dignitoso. C'è chi si dimena in pista, chi è attaccato ad un bicchiere o abbracciato ad una ragazza e chi come noi osserva senza spiegarsi il motivo di quell'andare in tondo senza scopo.

Il nostro giro è finito come era cominciato, Lupo è tornato dello stesso umore di prima e decidiamo di buttarci in pista per muoverci un po'. I primi movimenti sono impacciati ma poi il ritmo mi entra dentro e addomestica il mio corpo. I bassi mi fanno vibrare il ventre e forse sono loro i responsabili di quel mio ambiguo sculettare, ma non mi preoccupo, tanto lo fanno tutti.

Il più bravo tra noi è indubbiamente Giovanni, Max cerca di muoversi fluidamente ma pare che il suo lungo corpo legnoso glielo impedisca. Lupo balla in un modo tutto suo, sembra uno sciamano indiano: abbassa la testa e si fa cadere i lunghi capelli riccioluti sugli occhi mentre con le braccia determina ampi movimenti ondulatori. Questo suo modo di muoversi spesso gli crea dei problemi specie nelle ore più tarde quando si è bevuto e la gente è diventata più numerosa.

Questa sera però mi sento scarico, non mi diverte ballare, forse sono stanco, forse arrabbiato e non me ne rendo conto. Tutto mi appare desolato e triste, forse la paura è tornata, me l'aspettavo. Paura della malinconia, della monotonia, del disgusto. È terribile che la vita debba essere un vorticoso susseguirsi di azioni scontate. Che insipido che è il mondo!

La musica diviene più frenetica e i movimenti sempre più limitati per il continuo affluire di gente in pista. Il D.J. non la finisce di sparare stupidaggini e, come se non fossimo già abbastanza rincoglioniti con la musica e le luci, ti spruzzano addosso quello schifo di fumo che ti lascia senza fiato. Mi sento stanco, ma nel mio frenetico e passivo volteggiare, noto una ragazza che mi guarda. È strana e non riesco a capire se è bella o no, comunque è alta e ha i capelli scuri; un trucco molto pesante sottolinea lineamenti duri che non stonano affatto con i suoi occhi chiari e gelidi. Mi guarda e si avvicina con movimenti languidi che esaltano la sua forte sensualità: alla sua ennesima provocazione scatto, me la stacco di dosso e mi dirigo fuori dalla pista scocciato come non mai. Mi prendo da bere e mi lascio cadere in un divanetto un po' appartato.

Mi riesce difficile spiegarmi il comportamento di poc'anzi, ci penso ma non trovo una risposta e forse non me ne frega niente. Bevo e, alzando la testa, guardo i dipinti che si trovano alle mie spalle: sono orrendi, due uomini mostruosi che si voltano interrompendo per un attimo l'infinito cammino che li attende. Mi guardano e ridono aspramente, maledetti, e i loro occhi sono lame che mi lacerano dentro; guardo la gente e capisco che quel cane di pittore (che forse tanto cane non era) dovette vederla come ora la vedo io e forse per questo i suoi "uomini che si voltano" hanno quel loro volto terribile di peccatori e giustizieri.

Mi sento torbido e amareggiato perché ormai sono caduto in quell'orribile stato di torpore morale dovuto ad una rabbia frustrata, all’impossibilità di cambiare rotta al mio esistere.

Musica, fumo e luci pazze si ripresentano con combinazioni sempre nuove creando l'atmosfera ideale per quel gruppo di idioti che si muovono come animali nel periodo degli amori. Più li osservo dal piedistallo della mia cinica indifferenza, più si fa largo nella mia mente l'idea dei maiali, strano pensiero davvero al quale solo un valido discendente di Freud potrebbe dare una spiegazione plausibile. Grossi e sporchi maiali in un moderno e raffinato porcile. Si sono dimenticati il valore dell'esistenza e della dignità per la bramosia di addentare la mela della giovinezza. Come dei veri maiali cercano di saziarsi, sono uno contro l'altro ma senza guardarsi negli occhi per paura di scoprire nell'altro la parte di se stessi che si accingono a distruggere. – Maiali! – penso ad alta voce e subito mi figuro bistecche, salami e mortadelle rosa decorate con lamiere contorte e cortecce di platani assassini.

Una ragazza mi si siede vicino, mi stringe le braccia al collo stampandomi un bacio a tradimento che quasi mi lascia senza fiato. È la stronzetta di prima. Impassibile la guardo stanco, senza espressione, senza voglia.

– Ma allora proprio non ti piaccio – Mi dice ricomponendosi.

– Certo che mi piaci, sei molto carina –.

– Carina… – ripete tra sè pensandoci, poi sorride ironicamente.

– Come ti chiami? – le chiedo.

Rimane un istante assorta – Rosa può andare? –

– Bel nome davvero; io mi chiamo …Mattia – e le porgo la mano. Un istante dopo la vedo cambiare espressione, diviene tutta triste e si sprofonda nella poltroncina. D'istinto mi avvicino per capire cosa è successo.

– Hai voglia di farlo? – mi chiede voltandosi di scatto.

Mi ha preso di contropiede, non me lo aspettavo, prendo il bicchiere tra le mani per guadagnare tempo. – Lascia perdere – le dico guardandola fissa negli occhi.

– Sei proprio un tipo strano tu –.

Lo prendo come un complimento e mi volto guardandomi attorno.

La discoteca è tutta un fermento, chi balla in pista incitato da quel mona di D.J., chi preso da manie di protagonismo si esibisce sui cubi e chi gira attorno cercando uno stimolo per agire.

Ma ecco, che, come da copione, un gruppo di ragazzi incrocia un gruppo di ragazze; vi è un grande lampeggiare di sguardi più o meno compiaciuti. Uno dei più spavaldi si fa avanti e bacia la ragazza con la minigonna più corta, appoggiandole la mano sulla coscia; lei lo spinge via fingendosi indignatissima ma poi ride compiaciuta voltandosi verso le compagne che a loro volta sono tutte un risolino. Troia! Tra poco forse sarai anche tu là all’ombra a divertirti dietro una di quelle colonne.

Rosa si è assopita al mio fianco, ha uno strano ghigno malinconico e triste del quale però, non riesco a cogliere l'essenza. – Chi sei? – vorrei chiederle, forse una studentessa annoiata del greco e del latino, forse lavori e cerchi di sfuggire il monotono quotidiano senza fantasia, forse sei una persona tristemente consapevole di non poter raggiungere la pienezza dell'essere che tuttavia percepisci con estrema chiarezza?

– Chi sei tu veramente? –

Mentre mi lascio trasportare da questi strani pensieri, mi vengono alla mente le parole di un'antica canzone celtica: "Ho aperto la tua porta e ho tentato di tenerla aperta con delle rose rosse, ma quando sono entrato te ne eri già andata".

È strano ma gli scuri pensieri di poc'anzi sembrano essere definitivamente scomparsi dalla mia mente per lasciare spazio ad uno stato d'animo più tranquillo e rilassato. È piacevole assaporare questa situazione, abbandonarsi all'ascolto delle sensazioni che ribollono dentro e mi danno gioia. Basta veramente così poco a ridare senso alla vita, a bloccare un processo di auto-distruzione che pare non finire mai; è bastata questa ragazza addormentata per fare tutto questo?

Chi sei tu? Perché mi sfuggi?

Sto ancora pensando a queste cose quando Rosa si desta. Con fare meccanico prende una banconota e la arrotola, versa due strisciette di polvere bianca dal grosso pendaglio che porta al collo, se ne sniffa una e, ancora rimbecillita, mi porge la cannuccia invitandomi a fare altrettanto.

Qualcosa mi è crollato dentro, mi sento avvilito deluso e morto allo stesso tempo. L'espressione di disgusto deve essermi trapelata fuori.

– Cosa ti prende, ti scandalizzi per così poco? Dai, annusa anche tu, se no non mi diverto –.

Quelle ultime parole continuano a martellarmi il cervello come un eco che non vuole saperne di spegnersi: "Mi serve qualcuno che…"

Sono incapace di reagire a questa squallida situazione, penso nuovamente ai maiali e questa volta li sento anche, mentre affondano le loro luride fauci nella mia carne. Basterebbe guardarli negli occhi per annientarli, ma non ho la forza né la voglia di reagire.

Quegli orrendi mostri rosa stanno strappando le mie membra, mangiando le viscere e succhiando il mio sangue ancora caldo; grugniscono di piacere per quel succulento ed insperato banchetto e io godo nel divenire parte di loro perché ormai sono accecato dal fortissimo desiderio di morirgli dentro.

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Come citare questo articolo

Mosè Mazzetti. “Sabato sera”. Ventaglio Novanta, n. 10, 1995. https://ventaglionovanta.it/archivio/sabato-sera/

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