Pubblicità

NARRATIVA

Ronnie

di Lorenza Braga

Ventaglio Novanta n. 10 1995 pp. 123–128

3 GIUGNO

Aprii gli occhi lentamente, svegliato dal raggio di sole che filtrava attraverso la finestra e che mi batteva sul viso.

Misi a fuoco la stanza dove mi trovavo e, ricordando cos'era successo negli ultimi tempi, mi girai dall'altra parte, fissando la parete bianca a cui era appoggiato il letto.

Sentii una voce che mi chiamava dal piano di sotto, in una lingua che non era la mia. Mi alzai di scatto e iniziai a tirare di boxe contro l'aria, per scaricare la mia rabbia.

Dal giorno in cui i nostri genitori erano morti, quando io avevo solo nove anni, avevo sempre vissuto con mio fratello Ricky, allora diciottenne. Ma ora quel cretino si era fatto beccare con dell'eroina ed era stato arrestato. Ed io, pur avendo quindici anni ed essendo completamente autosufficiente, ero stato affidato ad una lontanissima zia, mai conosciuta e mai sentita nominare.

Ma la legge aveva stabilito così. Mio fratello era in prigione, io ero minorenne e dovevo essere affidato a qualcuno.

La zia entrò in camera mentre io stavo osservando dalla finestra il paesaggio: campi che si perdevano a vista d'occhio, d'un verde intenso punteggiato qua e là di rosso; sparse in modo irregolare, le macchie colorate di case e giardini; poi alberi, che spezzavano la monotonia e piattezza di quei campi, ed una strada, che zig-zagava da una casa all'altra. Per me, abituato ai grattacieli tutti di vetro, acciaio e cemento, tutto questo era una completa novità.

Anna, la zia, iniziò a parlarmi in un fittissimo italino e io riuscii a captare solo qualche parola. Ma non avevo voglia di spiegarle che io l'italiano l'avevo studiato solo per due anni e anche con scarsi risultati. Mi infilai i jeans, le scarpe da tennis e la mia adorata maglietta con scritto "I LOVE NEW YORK" e scesi a fare colazione. Come la zia aveva detto, non c'era e non ci sarebbe stato nessuno in casa per tutta la mattinata. Mi aveva preparato del caffè, ma io avevo bisogno di mangiare qualcos'altro.

Iniziai a rovistare nel frigo e nella dispensa in cerca di cereali; non trovandoli, optai per un po' di formaggio, mezza scatola di biscotti e un bel bicchierone di latte. Avrei dovuto dire alla zia che io ero abituato a mangiare molto a colazione. Ma chissà come si diceva colazione in italiano! Non riuscivo proprio a ricordarmelo.

Tornai in camera e iniziai a disfare la valigia. Tra le cianfrusaglie che mi ero portato c'era anche un poster di New York. Era il più bello che avessi trovato in tutta la città. Lo distesi sul tavolo sotto la finestra, tornando a guardare quella distesa di campi.

Il cielo era luminoso come non avevo mai visto. Le case tutte bianche, con quel tetto rosso e quei giardini pieni di fiori davanti. Il mio sguardo si perdeva tra quei colori: verde, blu, giallo, rosso…

E in quel momento mi chiesi se ce l'avrei fatta ad abituarmi a quel posto, che era completamente nuovo per me.

Città, Stato, lingua, modi di vivere, cultura, luoghi e persone di cui non sapevo niente o pochissimo. Quel paesino italiano era troppo diverso dalla grande, frenetica, sporca, eccitante metropoli in cui avevo vissuto fino a pochi giorni prima e da cui non ero mai uscito.

Volevo tornare a casa mia, a New York.

Ma non potevo.

25 LUGLIO

Ero seduto sui gradini d'entrata di casa e stavo sorseggiando una lattina fresca di Coca-Cola. Per fortuna la Coca-Cola esisteva in tutto il mondo!

Faceva caldo, un caldo insopportabile.

Ero stato costretto a tagliarmi i capelli, che portavo lunghi fino alle spalle, con un fermaglio rosa di Fiorella, mia cugina. "Se solo tu ti tagliassi quei capelli, non avresti così caldo!". La zia me lo ripeteva tutti i giorni, ogni volta che mi lamentavo per l'afa. Avevo addosso solo un paio di jeans tagliati corti ed ero persino scalzo, ma sentivo la schiena ed il collo imperlati di sudore. Mi passai la lattina sul viso e rabbrividii al freddo, piacevole contatto. E pensare a quanto mi ero lamentato del caldo di New York! Bastava infilarsi in un locale con aria condizionata, ordinare una Coca con gli amici e restare lì un paio d'ore, finché i momenti critici non erano passati. Qui l'aria condizionata c'era solo negli uffici e nei ristoranti più lussuosi. In casa c'era un piccolo ventilatore e io ci stavo davanti per delle ore.

Cercai di lasciar perdere questa fissa del caldo e di concentrarmi su qualche altro pensiero che non fosse New York.

Ero arrivato i primi di giugno, ed ora eravamo alla fine di luglio.

I campi, da verdi erano diventati dorati ed anche l'erba sembrava aver cambiato colore. Era gialla e secca, e non c'erano più tanti fiori nei giardini. e se prima c'era poca gente in giro, ora sembrava di abitare in mezzo al deserto. Passavano pochissime auto e l'unico segno di vita umana erano le grida di alcuni bambini che giocavano in una di quelle piscine gonfiabili. Anche a New York ne avevo una, montata sul tetto del nostro condominio. Ci giocavamo e ci divertivamo un mondo.

Schiacciai una zanzara che aveva tentato di pungermi una gamba. Era strapieno di insetti che mi davano fastidio. E mi facevano schifo.

“Sei peggio di una ragazzina”, mi prendeva in giro Fiorella con quella voce squillante e la sua aria sempre serena.

Lei era la tipica immagine delle ragazze italiane che, anche in America, la TV ci propinava: non molto alta, capelli scuri, occhi scuri ed intensi, pelle chiara, sempre sorridente e molto, molto carina. E poi, ogni volta che le parlavo di New York restava ad ascoltarmi a bocca aperta, come se le stessi raccontando “Le mille e una notte”. Per fortuna c’era lei in quella casa. Aveva la mia età e all’inizio era stata la mia salvezza: sapeva parlare inglese. Grazie a lei ora sapevo cavarmela con l’italiano, nonostante un terribile e comicissimo accento. Dovevo ammetterlo, anche se a fatica: stavo iniziando ad affezionarmi a lei.

23 OTTOBRE

Mi alzai ed aprii la finestra: non si vedeva più niente.

Era scomparso tutto.

“Nebbia” disse Fiorella entrando a vedendo la mia espressione sconcertata. Non riuscivo a credere che la stessa nebbia che avvolgeva i grattacieli a casa mia, dando loro un’aria tetra, potesse nascondere anche qui i bei colori dell’autunno e far sembrare questo posto così squallido e triste. Uscii. Ora ero anch’io nella nebbia e sentivo le minuscole goccioline nell’aria che si incollavano al mio viso e ai miei capelli. Sentivo il freddo e l’umidità penetrarmi nelle ossa. E un senso di malinconia, tristezza, solitudine e nostalgia scendeva su di me e mi si appiccicava come le goccioline di nebbia.

Rientrai e chiusi fuori quel grigiore opprimente.

2 MARZO

Era arrivato Marzo. Era quasi primavera ma continuava ad esserci freddo come in inverno. Ecco, qualcosa di uguale a New York c’era: la temperatura, il vapore che ci usciva dalle bocche quando parlavamo, la pioggia e la voglia di non uscire mai di casa e di stare raggomitolati sul divano davanti alla TV.

Io e Fiorella eravamo proprio lì, con foto dell’estate scorsa davanti e ridevamo guardando le nostre facce non proprio fotogeniche. Ce ne era una mia dove ero seduto sui gradini davanti alla porta d’ingresso con una Coca in mano ed una buffissima espressione assorta e scocciata allo stesso tempo. E un’altra dove io e Fiorella ci stavamo spruzzando con la canna dell’acqua per annaffiare il giardino. Era divertentissimo, era un piacevole modo per rinfrescarsi in quelle afose giornate.

Quanto mi mancava il caldo ora che c’era freddo!

8 MAGGIO

Presi la bici, sorridendo al ricordo del giorno in cui la zia e Fiorella mi avevano insegnato ad usarla. A New York non andavo di certo in giro con la bici. Usavo solo la metropolitana o i miei piedi.

Che divertimento quel giorno! E che ginocchia sbucciate! Ero l’unico quindicenne del paese che non sapeva andare in bicicletta. Ma ora, anche se con un po’ di incertezza, riuscivo a fare un bel po’ di strada senza cadere.

Non avevo una precisa idea di dove sarei andato. Sapevo solo che volevo godermi quel paio d’ore in cui la zia e Fiorella erano da un’amica. Così, uscito dal portone, girai a sinistra, seguendo la strada che costeggiava il canale a destra di casa nostra.

Erano circa le sei, il sole si stava abbassando sull’orizzonte e tingeva di un arancione vivissimo il cielo. Le mie gambe pedalavano veloci e vedevo scorrere sotto le ruote la strada, con la striscia bianca nel mezzo ormai scolorita e l’asfalto aggredito dall’erba che cercava pian piano di ricrescere.

Mi piaceva la sensazione di fresco dell’aria che faceva svolazzare i miei capelli lunghi. La zia continuava a ripetermi di tagliarli ma non potevo farlo. Erano un’altra delle cose che mi tenevano legato a New York. Tutti i miei amici e anche mio fratello portavano i capelli lunghi. Se li avessi tagliati sarebbe stato come rinnegarli.

L’aria era fresca e carica di odori, anzi di profumi. Cercavo di inspirare il più profondamente possibile per capire da dove venissero e cosa fossero.

Il mio naso era abituato a sentire solo i gas di scarico delle auto e la puzza dei cassonetti quando andavo a gettare i rifiuti. Lì sentivo profumo di fiori, l’odore di terra e di erba, l’odore acre, pungente, fastidioso di animali quando passavo vicino ad una stalla. Anche i rumori erano nuovi e mi affascinavano perché si perdevano attraverso il silenzio e potevo immaginare da dove venivano, senza vedere il punto preciso. Sentivo un cane, o erano due?, abbaiare, un gallo cantare, il rumore attutito di un tagliaerba, i grilli nascosti chissà dove tra l’erba e un fitto cinguettio. Quel cinguettio era forse ciò che mi affascinava di più. Anche quando c’era un silenzio pazzesco, si sentiva cinguettare, ed era un suono così dolce, vario, naturale, che stavo per ore in ascolto.

Mi fermai e posai la bici tra l’erba. Mi sedetti sull’argine del canale e, guardando le erbacce che scorrevano lentamente sull’acqua, mi misi ad ascoltare tutti quei suoni: infondevano pace.

Non c’era quella frenesia e quella corsa per guadagnare qualche minuto, che aleggiava in ogni angolo di New York.

Era così bello stare lì!

18 MAGGIO

Il giorno del mio compleanno: era quasi un anno che abitavo in Italia. Quella mattina mi era arrivata una lettera di Ricky, mio fratello: l’avrebbero rilasciato tra un mese per buona condotta. Ero felicissimo, lo sapevo che Ricky era un bravo ragazzo! In fondo quella droga l’aveva in tasca solo perché un amico gli aveva chiesto un favore.

Tra un mese sarei tornato a New York.

27 GIUGNO

Ancora un giorno e poi sarei partito.

Ricky era già in libertà e mi aveva telefonato. I nostri amici avevano organizzato una festa per il ritorno dei fratelli Ferrari. Avevo regalato il mio poster e la mia maglietta di New York a Fiorella. Tra un po’ avrei potuto ricomprarli. E in fondo, avrei rivisto New York tutte le mattine.

Ero eccitatissimo. Le mie valigie ora erano due ed erano già pronte. Ogni volta che ripensavo alla vetrata dell’aeroporto da dove si vedeva il profilo della mia città, fremevo. Ma poi guardavo Fiorella e mi spiaceva lasciarla. Ormai eravamo come fratelli e quei suoi occhioni tristi mi davano malinconia. Sarebbe stato duro alzarsi a New York e non vederla più girare per la stanza raccontando senza pausa le cose più disparate. Oppure non fare più quelle corse in bicicletta insieme. O arrampicarsi sull’albero per mangiare ciliegie fino a farsi venire il mal di pancia. O divertirsi giocando con l’acqua.

Sì, mi sarebbe mancata. E mi sarebbe mancato anche quel posto, con i suoi silenzi e dolci rumori, la sua natura incontaminata, il suo sole caldo, la frutta, gli orti, i fiori, i meravigliosi colori delle foglie in autunno, i movimenti dei contadini nei campi, e… sì, anche la nebbia, gli insetti, l’umidità, l’afa, il freddo!

29 SETTEMBRE

Fiorella aprì la porta e gridò, sorpresa: “Ronnie, che ci fai qui?”.

“Mi mancavate”, dissi deponendo le valigie. “Tre mesi a New York ed ora di nuovo qui”, soggiunsi.

“Con che cosa sei arrivato da Milano?” mi chiese la zia ancora incredula.

“In autostop… ci ho messo due giorni!”

“E non hai telefonato?”

“No, era una sorpresa…”

Sì, Fiorella e la zia Anna erano proprio sorprese e chiaramente felici del ritorno del loro Ronnie. Ma ciò che le stupì di più erano i capelli del ragazzo: li aveva tagliati.

Utilizzo dei contenuti

Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.

La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.

Come citare questo articolo

Lorenza Braga. “Ronnie”. Ventaglio Novanta, n. 10, 1995. https://ventaglionovanta.it/archivio/ronnie/

Pubblicità