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STORIA - TRADIZIONI

Il “Palassasso” di Bellombra

Meta della nobiltà ferrarese, ospitò illustri personaggi, ma fu anche orrida fonte di supplizi per giovani ivi “spulzellate”

di Paolo Rigoni

Ventaglio Novanta n. 11 1995 pp. 90–91

Il “Palassasso” che, giungendo da Adria s’incontra sulla destra poco prima di entrare in Bellombra, conserva ancor oggi un che di aristocratico nella sua solitaria alterigia, un aspetto un poco torvo, (o forse nostalgia della decadenza?) che incombe sul passeggero che solo si fermi a mirare.

Racchiuso nel suo neghittoso dispetto, sorvegliato a vista da un frassino centenario, albara cosmica, centro mondo delle saghe nordiche, avviluppato da rampicanti, di tra le crepe del muro di cinta diffonde l’eco di lieti conversari, frammisato al sapore di lardo di banchetti opulenti che aleggia fra le melodie di pifferi e pive, interrotte da risate rutilanti, sovrastanti pudichi sospiri di dame o urla disperate di donzelle che, dopo essere state spulzellate, erano scaraventate nel pozzo dei “rasuri” affinché traccia non restasse del cruento misfatto.

Nel luogo ove sta il Palassasso, sorgeva una delizia estense che, sino ai primi del 1500, era meta gradita ed invidiata della più bella nobiltà padana: “Venivano questi conti e marchesi in villa e invitavano alle loro cene le fanciulle più belle del paese. A notte fonda, quando il vino speziato aveva ottenebrato le menti, i signori le coglievano ancor vergini. Poi le facevano sparire nel pozzo che aveva affilatissime lame infisse alle pareti e per tutta la notte duravano le urla strazianti delle povere infelici. Uuuhhh… uuuhhh… si udiva sino all’alba… poi tutto si taceva”.

Non sappiamo quando il palazzo venne edificato; nei documenti compare per la prima volta il 19 maggio del 1452 quando accolse l’augusta digestione ed il sonno regale dell’imperatore Federico III, ospite di Borso d’Este.

Quella sera, scrive Francesco Antonio Bocchi, tutti giunsero ad omaggiare l’illustre sovrano: “Io m’immagino di vedere il massaro, il sindaco ed i consoli di Adria venuti ad onorarlo e a presentarlo di pesce, tanto più opportunamente che era la sera del venerdì, secondo un’abitudine che vedremo sovente praticata dai nostri cittadini coi loro principi quando venivano a villeggiare in Corbola”.

E infatti, negli statuti delle Corbole del 1421, i compiti ed i doveri dei rustici villici, nostri antenati, risultavano ben chiari e precisi in occasione della venuta dei signori e padroni: “Ogni volta accascherà per il fatto di nostro signore (il marchese Leonello) ovvero de alcuno della famiglia sua; ovvero alcun ambasciatore di esso signore andar verso Venezia siano tenuti uomini di Corbole mandare a tirare la nave tanto nell’andare, quanto nel tornare uomini necessari, et opportuni secondo saranno ricercati”. E ancora: “Ogni volta accascherà al dicto signore ovvero ad alcuno della sua famiglia per causa del solazzo, ovvero esercitio, ovvero per altra causa andare con la sua compagnia alla terra d’Adri, ovvero alla villa di Corbole detti uomini, et commune di Corbole, et Adria siano tenuti dover conferire per la terza parte, et li uomini et commune di Corbole per altre doi parte a dare, et condurre alla corte quando saranno ricercate per il schalco, et offitiali, ovvero castaldo de detto signore tutte, et singule quantità de letti, drapamenti et altre cose necessarie all’uso di essa corte, et similmente servire ad essa corte con le sue persone, et nome sicome sarà necessario ad essi offitiali richiesta purché detti uomini di Adria non siano tenuti di servire alla cusina per portare legne, acqua, ovvero altre cose simili ne alcuna altra cosa spettante ad essa cusina”.

Il palazzo nel 1465 venne donato a Teofilo Calcagnini che, ammaliato dalla ricca verzura, (“quam plura et infinita nemora!”), boschi innumerevoli e sterminati, quale segno propiziatore, chiamò il luogo, Bell’ombra.

Non per questo cessarono i rapporti con la corte estense dalla quale il posto continuò ad essere frequentato, con l’obbligo per gli abitanti di fornire cibo e sottomissione: pesce ed uccelli vengono presentati al principe Alfonso, nel 1484; trenta “chepe” vengono date dal rettore della chiesa di S. Giacomo alla duchessa Eleonora, nel 1485; letti e coperte per il duca Ercole e il marchese di Mantova; diciassette “anadre”, un “luzo” ed una “tencha” ad Alfonso ed al fratello Sigismondo, nel 1498; 25 libbre di anguille, una bella “reina” e 200 gamberi al principino Ferrante, nel 1500.

Dopo la guerra fra Venezia e Ferrara, dal palazzo più nulla. Già nella seconda metà del secolo scorso, annota Francesco Antonio Bocchi: “non havvi più traccia: solo sappiamo essere in Bellombra, oggidì frazione del comune di Bottrighe, una campagna denominata palazzo o palassasso”.

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Come citare questo articolo

Paolo Rigoni. “Il “Palassasso” di Bellombra”. Ventaglio Novanta, n. 11, 1995. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-palassasso-di-bellombra/

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