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NARRATIVA GIOVANI

Fatti di vita

di Marco Di Lello

Ventaglio Novanta n. 11 1995 pp. 115–118

Questa è la storia di Rocco, un artigiano nato a Scerni, un paese dell’Appennino Abruzzese nei primi del ’900. Si tratta di un personaggio e di un ambiente che nulla hanno di eccezionale, ma che sono strettamente connessi l’uno all’altro. A Scerni tutti conoscevano Rocco perché lui, come tanti altri, era un maestro nel suo genere. Alla mattina presto lasciava il paese per scendere fino al porto, distante circa una ventina di chilometri, tagliando per le mulattiere ormai semi abbandonate che però gli facevano risparmiare una buona mezz’ora di strada.

Rocco era un esperto cordajo ed abile nella costruzione di oggetti in vimini e affini. Nonostante l’età piuttosto avanzata, egli era sempre occupato a far qualcosa. Era una di quelle persone temprate a tutto, chiuse, riservate, all’apparenza piuttosto ostili, ma di una correttezza e onestà immensa. Viveva con la moglie, volonterosa donna di campagna, in una modesta casa sita in un vicolo nella parte vecchia della borgata, dove le case sono l’una attaccata all’altra, quasi allo scopo di sorreggersi a vicenda.

Nel paese si conservano ancora quelle tradizioni e quelle abilità manuali che si tramandano da generazioni, di padre in figlio e che non sembrano aver subìto il fenomeno della evoluzione.

Alla mattina presto, all’alba, gli agricoltori e i contadini passavano per quel vicolo con gli armenti per recarsi di buon’ora alle loro campagne, ma nella casa di Rocco, che non era un agricoltore, il sonno era terminato qualche ora prima, mentre la signora Giuseppina, moglie di Rocco, apriva le imposte dopo la partenza del marito per il porto.

“Buongiorno, Giuseppina!”. Era il saluto dei passanti rivolto alla vecchia signora.

“Buongiorno a Vossignoria!”. Era la risposta al saluto.

“Rocco è già andato?”. Ribatteva incuriosito uno del gruppo.

“Sì… e chi lo trattiene!”. Rispondeva Giuseppina.

In effetti Rocco era instancabile; partiva alla mattina presto, a piedi, portandosi la sacca, per recarsi al porto di Punta Penna per fare funi da pesca per i pescherecci e corde per l’attracco delle barche ai moli. Ivi Rocco si era costruito, tempo addietro, una piccola baracca, dove oltre agli attrezzi riponeva le funi già pronte. Nelle immediate vicinanze della baracca c’era lo Strumento che permetteva la costruzione delle funi. In pratica questo consisteva in una grossa ruota di ferro con una manovella che si indentava in un complesso di ingranaggi; questi a loro volta azionavano due uncini in modo che girassero contemporaneamente, ma in senso contrario l’uno rispetto all’altro. I due uncini servivano per intrecciare i sottili fili di juta. Di fronte a questo rudimentale ma efficace attrezzo, alla distanza di circa venti metri, era posizionata un’altra ruota collegata agli uncini, praticamente uguale alla prima.

Rocco aveva gelosamente custodito questi strani strumenti di lavoro e con una cura estrema provvedeva alla loro manutenzione; spesso lo si vedeva con un fusto di grasso intento ad ungere gli ingranaggi, affinché non si arrugginissero e si bloccassero.

“Salve Rocco”. Era il saluto dei pescatori affaccendati a preparare i battelli e le barche per salpare.

A questo saluto Rocco rispondeva con un cenno della testa, mentre badava che i sottili fili di juta fossero ben distesi e non intrecciati fra loro prima di essere legati agli uncini dello strumento.

Rocco nel suo lavoro, veniva aiutato da un vecchio pescatore, abile anche lui nella costruzione delle corde. Dopo aver sistemato i fili con accuratezza, Rocco si accingeva a sbloccare gli ingranaggi dello strumento affinché fosse possibile girare con un braccio la pesante ruota.

Lentamente le cordicelle di juta si intrecciavano fra loro; a questo punto Rocco si fermava e, con delicatezza, tirava le cordicelle di juta fino alla seconda ruota e le agganciava agli uncini. Allora anche il pescatore aiutante poteva mettersi al lavoro; lui da una parte e Rocco dall’altra: il primo girava lentamente la ruota dello strumento in un senso, il secondo nell’altro.

Rocco seguiva gli intrecci delle cordicelle con una attenzione particolare, quasi non esistesse nulla attorno a lui che potesse distrarlo. Egli vedeva solo i suoi fili che pian piano si attorcigliavano per formare un primo embrione di fune. Ogni tanto gridava all’altro – “Ohè! Ferma!”. Ciò era necessario quando si dovevano aggiungere altri fili di juta per aumentare il diametro della fune. E poi: “Vai!”. E le ruote ricominciavano a girare.

Rocco svolgeva il suo lavoro sotto gli sguardi di molta gente, per lo più portuali, guardie doganali e pescatori, che osservavano con interese il vecchio intento in un lavoro così inconsueto.

Non che ci guadagnasse tanto con questo mestiere, che ormai era stato completamente soppiantato dall’industria. Ma la gente del luogo aveva rispetto e stima per Rocco; in fondo aveva imparato il lavoro da suo padre e lo praticava da oltre cinquant’anni.

Egli non lavorava per denaro, ma per occupare il tempo, con il desiderio e l’orgoglio di continuare a far vivere un mestiere del passato, ormai quasi estinto.

Rocco tornava a Scerni, il suo paese, per pranzo e nel primo pomeriggio, soprattutto nel periodo estivo, lo si poteva trovare seduto su di una vecchia seggiola, addossata al muro davanti alla porta d’entrata, al riparo dalla calura afosa. Fra le ginocchia teneva una matassa di vimini a fuscelli flessibili di legnò sottilissimo. Immerso nel fumo dei sigari di tabacco grezzo che lui stesso si confezionava, Rocco costruiva cestelli, canestri e setacci.

Lo si vedeva, transitando per il vicolo, tutto ricurvo su se stesso, intento a che ogni fuscello fosse alla stessa distanza dall’altro. Per Rocco ogni oggetto che costruiva con maestria doveva essere un piccolo gioiello, perfetto e impeccabile.

Un giorno passò da quelle parti Pasquale, proprietario dell’unico emporio di Casalbordino, paese vicino a Scerni, dove si vendeva di tutto: dai prodotti per la campagna alla pasta, dalle stoffe ad articoli di ferramenta. Pasquale chiese a Rocco se gli avrebbe costruito delle gerle in vimini, che poi avrebbe venduto ai suoi clienti.

– “Si vedrà”, disse Rocco con tono distaccato.

– “Suvvia don Rocco, non sarete ancora offeso per quella volta!”, rispose Pasquale.

Rocco non fece caso e continuò silenzioso nel suo lavoro.

In effetti Pasquale gli aveva fatto ricordare un episodio spiacevole. Infatti circa due anni prima, Pasquale aveva commissionato a Rocco la costruzione di parecchie funi e corde, ma anche ceste, canestri, altri oggetti per il proprio negozio. Quando tutto fu pronto, Pasquale mandò Alberto, un suo garzone, col carro a prelevare la merce, affidandogli anche la somma di denaro necessaria per pagare il cordajo.

Alberto, però, ne approfittò: spese una parte di quei soldi per comprarsi da bere all’osteria del paese e poi si diresse da Rocco. Evidentemente aveva esagerato un poco e avvertiva i segni di ubriachezza.

Rocco quando lo vide in quelle condizioni non fu per niente contento, anche perché, dopo aver caricato la merce sul carro, si sentì dire che sarebbe passato il suo padrone a saldare personalmente il debito.

Rocco era molto perplesso, ma alla fine cedette e lasciò che Alberto riprendesse la via per tornare all’emporio.

Lungo il tragitto (dalla casa di Rocco al negozio di Pasquale c’erano circa tre o quattro chilometri), ad una curva della mulattiera, l’uomo non si accorse che la ruota del carro stava marciando sul ciglio dell’argine che costeggiava il torrente Sinello, e ad un tratto il carro si rovesciò: il cavallo riuscì a sganciarsi e fuggì via, mentre Alberto e il carro con la merce finirono nel torrente.

Trattenuto da un cespuglio, Alberto si salvò, ma il terrore di aver perso tutta quella merce nel torrente e la paura di dover raccontare l’accaduto al suo padrone, lo convinsero a non tornare più a casa. E così fu.

Rocco chiese ripetutamente a Pasquale di essere pagato, mentre costui sosteneva di aver saldato i debiti. Non essendoci Alberto che potesse chiarire come erano andate effettivamente le cose, la faccenda assunse una piega spiacevole, anche se poi finì lì.

Rocco sembrò improvvisamente ridestarsi. – “Stavolta pagamento anticipato!”, disse con tono puntiglioso.

Pasquale, che sperava in una risposta affermativa, si grattò la testa e rispose di sì; pagò la commissione e se ne andò.

Spesso accadeva che qualche straniero passasse per quel vicolo e, incuriosito, guardasse quest’uomo che così meravigliosamente si inseriva nell’ambiente circostante.

Rocco si sentiva orgoglioso, ma nello stesso tempo osservava con uno sguardo diffidente colui che lo guardava così attentamente quasi a volergli carpire un qualche segreto. Ma tale atteggiamento era solo apparente, in realtà dietro la dura scorza si avvertiva la saggezza determinata dall’esperienza della vita e un animo generoso e fiero.

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Come citare questo articolo

Marco Di Lello. “Fatti di vita”. Ventaglio Novanta, n. 11, 1995. https://ventaglionovanta.it/archivio/fatti-di-vita/

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