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NARRATIVA GIOVANI

Scelte di vita

di Marta Bobisse

Ventaglio Novanta n. 11 1995 pp. 119–122

“No, Matilde, lascia perdere, non sono cose per una ragazza, non ce la farai mai!” – le disse la zia, cercando con ogni espediente, di farle cambiare idea. La madre poi, non credeva alle sue orecchie e subito scosse la testa velocemente, come per volersi risvegliare da un orribile sogno, ma a nulla servì questa sua reazione.

La ragazza era seduta su di uno sgabello di legno, sotto gli occhi spalancati ed inquisitori delle due donne, che si reggevano a vicenda riassestandosi gli scialli ed i capelli in disordine. In quel momento si stava compiendo un evento del tutto insolito per una famiglia dei primi anni del Novecento, quando la donna era fiera di derivare da una discendenza di donne d’onore, che accettavano il loro ruolo di moglie, madre ed instancabile lavoratrice.

Ma Matilde non era così; era una sedicenne di buona famiglia, che non aveva mai dato grattacapi ai suoi cari. Era generosa, intelligente e carina; qualità alle quali lei sembrava non fare troppo caso, al contrario delle sue coetanee, che indubbiamente la invidiavano.

Matilde era cresciuta in un paesino dove il sacrificio del lavoro non lascia tanto spazio per fantasticare, e così la ragazza era cresciuta con i piedi per terra, sviluppando un forte senso critico. Era convinta che tutti quanti a questo mondo abbiano un ruolo ben preciso e che ognuno possa riuscire a realizzarsi come uomo e come donna in un modo confacente alle proprie capacità e ai propri ideali. Così lei aveva preso una decisione che avrebbe dovuto segnare la sua vita e, dopo averci pensato molto, aveva trovato il coraggio di informare la propria famiglia. Aveva deciso di proseguire la difficile strada che purtroppo il padre aveva dovuto interrompere improvvisamente con la morte, avvenuta qualche tempo prima, molto precocemente.

Egli, uomo onesto e laborioso, aveva operato fin da bimbo, sotto la guida del padre, nonno di Matilde, liutaio, il quale costruiva strumenti ad arco, lavorando con molta sapienza e grande maestria il legno d’acero e di ebano.

All’inizio, quando intraprese questa attività, era solo, ma poi tanti altri piccoli amici si unirono a lui, affascinati dalla determinazione e dall’eleganza dei movimenti di quest’uomo, che non poteva non infondere fiducia e simpatia a chiunque lo guardasse anche per la prima volta. Il numero dei piccoli apprendisti aumentò sempre più e da ognuno di essi, il caro nonno Giovanni riusciva a trarre il meglio; anche da quel suo figlio discoletto che a stento riusciva a domare per la caparbietà del carattere che purtroppo si esprimeva nel farlo arrabbiare.

Anche Matilde aveva ereditato dal padre una buona dose di caparbietà, che però ella aveva tramutato in grinta, da usare con molto buon senso ogni qualvolta ne aveva bisogno. Ella rise moltissimo quando il padre raccontò a lei ed al suo fratellino quello che gli era accaduto quando aveva sei anni ed il nonno lo aveva portato con sè per la prima volta, affinché anch’egli potesse assistere ed imparare a ricavare i crini per i suoi archetti di violino, lo strumento prediletto col quale si dilettava con sempre migliori risultati.

Per poter suonare, occorreva fornire l’archetto di legno, della forma molto slanciata, di una bella ciocca di crini di quei cavalli che il bimbo aveva sempre visto pascolare nel prato del vicino, proprietario di una tenuta di considerevoli dimensioni. Il nonno, quando ne aveva bisogno, andava a trovare il disponibilissimo vicino che lo aiutava a tagliare le ciocche di crini ad una o ad un’altra bestia, che doveva essere assolutamente di sesso maschile e di crine bianco. Questa operazione non richiedeva molto tempo e così, mentre il nonno ringraziava e si congedava dal vicino, il giovane inforcò di nascosto le grandi forbici ed entrò nella casa del fattore, piuttosto di soppiatto. Ne uscì dieci minuti più tardi tutto compiaciuto e a testa alta, poi porse al padre, che lo stava aspettando, le forbici e una bellissima ciocca di color biondo, quasi dorato. Il vicino cominciò ad impallidire mentre il padre capì subito che suo figlio aveva tagliato una bellissima ciocca alla figlia del fattore, con la convinzione di ricevere elogi e di poter finalmente completare il suo primo archetto.

Matilde non aveva mai combinato nulla del genere. Alla sera, dopo la solita cena frugale, si rifugiava sul suo sgabello preferito e lì preparava i disegni delle sagome di cartone, che lei e un gruppetto di altri giovani avrebbero forgiato la mattina seguente. Infatti, dopo aver trasferito i disegni delle sagome sulle varie tavole di legno, pian piano prendevano corpo i principali componenti dello strumento: i piani armonici e le fasce a cui venivano aggiunti particolari essenziali per la trasmissione del suono, come la catena e l’anima.

Ogni strumento poi era caratterizzato dal colore della vernice e dalla parte alta, strumento, il riccolo, che poteva essere sostituito da teste di leone o di uomo di legno lavorato.

Quelli richiesti da nobili personaggi, poi, venivano intarsiati con disegni in avorio, che spiccavano sulla cordiera di ebano nero.

La ragazza non mancava certo di coltivare ambizioni a riguardo, che le animavano i sonni. Uno dei suoi obiettivi era di riuscire a fondare una catena di piccoli laboratori artigianali di liuteria, dove i giovani lavoratori e lavoratrici avrebbero avuto la possibilità di operare alla guida di sapienti maestri, forse proprio quegli ex-ragazzini che avevano lavorato con il padre di Matilde e che anche da adulti si erano dedicati con grande passione a quella attività.

Il sogno di Matilde si concretizzò proprio con l’aiuto di quelle persone che in un primo momento le avevano così caldamente sconsigliato l’impresa. Alla base di tutto, la sua caparbietà, sempre rinvigorita dalle parole affettuose e decise della madre e della zia, che continuavano ad alimentarne il desiderio di compiere la missione a cui si sentiva chiamata.

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Come citare questo articolo

Marta Bobisse. “Scelte di vita”. Ventaglio Novanta, n. 11, 1995. https://ventaglionovanta.it/archivio/scelte-di-vita/

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