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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Censimento della flora vascolare del Polesine

Accertata la presenza di 938 diverse entità botaniche

di Gianni Benetti

Ventaglio Novanta n. 15 1997 pp. 22–27

Il censimento della attuale flora del Polesine, cui questo periodico ha fatto più volte riferimento ("S.O.S. per la flora" – Ventaglio novanta n. 9; "Flora esotica in Polesine" – Ventaglio novanta n. 11) è stato condotto fra il 1985 e il 1994 e ha portato alla stesura di un "Contributo alla conoscenza della flora vascolare del Polesine" (Benetti e Marchiori, 1995) pubblicato sul Bollettino del Museo di Storia naturale di Verona.

Lo studio si apre con una illustrazione degli aspetti fisici e climatici del Polesine, cui fa seguito una dettagliata descrizione dell'ambiente dalla fine dell'ottocento ad oggi e di cui, peraltro, si è già riferito su questa rivista (Ventaglio novanta n. 9).

L'indagine floristica non poteva prescindere, per un necessario confronto, dalla situazione del passato, ricostruita per mezzo dei contributi di diversi Autori che hanno operato in Polesine e nel Veneto dal 1843 al 1911 (Benetti e Marchiori, 1995). Grazie a questi si è potuto mettere assieme un catalogo floristico relativo ai primi anni del 1900 composto di 1252 entità, riconducibili a 1145 in quanto 107 specie risultavano abitualmente estranee al territorio.

L'indagine sul campo si è svolta su ogni tipo di ambiente, ma particolarmente sulle aree meglio conservate dal punto di vista ambientale, come i litorali, le foci dei fiumi, gli ambienti salmastri e i boschi naturali.

Per ogni elemento individuato è stato allestito un campione d'erbario; la raccolta degli "exsiccata" è depositata presso l'erbario del Dipartimento di Biologia di Padova.

RISULTATI

La ricerca compiuta sul territorio negli ultimi dieci anni ha permesso di accertare la presenza di 938 diverse entità botaniche della flora spontanea; di queste, 773 erano già segnalate nella flora di fine ottocento. Degli elementi floristici di quel periodo non sono state ritrovate 474 entità corrispondenti a oltre il 30% del valore di riferimento.

Per altro verso, l'indagine ha consentito di individuare 160 elementi non segnalati in precedenza e che costituiscono circa il 16% della attuale flora polesana.

Lo studio di una flora non si esaurisce nella compilazione di un elenco delle specie rinvenute su una data area; esso deve bensì fare riferimento alle “forme biologiche" e ai "tipi corologici" che compongono l'insieme; inoltre deve confrontare tali parametri con i valori che essi hanno assunto in situazioni pregresse.

Sarà utile a questo riguardo specificare sinteticamente i due concetti introdotti.

Una "forma biologica" è il particolare adattamento assunto da una specie per superare la stagione avversa (il freddo invernale oppure la stagione estiva); tale adattamento è in stretta relazione con il clima; si può anzi giungere a definire le condizioni climatiche di una zona a partire dalle forme biologiche delle specie presenti.

In base agli adattamenti si distinguono pertanto: piante annuali che superano la stagione critica allo stato di seme (terofite), piante erbacee perenni con gemme a livello del terreno (emicriptofite), piante perenni legnose con gemme sui rami (fanerofite), e altri adattamenti ancora.

Un "tipo corologico" si riferisce invece alla distribuzione geografica (areale) di una specie; lo studio dei tipi corologici è utile pertanto per individuare la provenienza degli elementi che compongono (o componevano) la flora in esame.

Il raffronto fra l'attuale flora del Polesine con quella nota ai primi del novecento evidenzia un leggero incremento delle specie annuali, una discreta riduzione fra le piante erbacee perenni e un aumento delle specie arboree.

Mentre il maggior contingente di entità non ritrovate si registra fra le erbacee perenni, le nuove specie diffusasi in Polesine sono quasi per la metà piante annuali.

Sotto il profilo corologico, la flora attuale registra un apprezzabile aumento (+4,5%) di specie esotiche naturalizzate, piante cioè che vivono al di fuori della propria area di normale distribuzione e ben integrate nella flora locale. Fra le specie non più ritrovate in Polesine si impongono quelle a distribuzione eurasiatica, ma è assai rilevante anche la scomparsa di elementi che gravitano sul bacino del Mediterraneo.

I nuovi arrivi in Polesine si riferiscono innanzitutto a specie esotiche, più o meno stabili nel territorio, ma si registra un apprezzabile incremento anche fra le specie legate alle coste del Mediterraneo.

OSSERVAZIONI

L’aumento delle specie erbacee annuali nella flora attuale può essere meglio interpretato se si collega al parallelo incremento delle specie esotiche. La gran parte delle nuove piante a ciclo annuale è costituito infatti da esotiche naturalizzate oltre che da specie sfuggite alla coltura o temporaneamente uscite dalla normale area di distribuzione. Si tratta in genere di specie ruderali (Chenopodium ambrosioides, Euphorbia maculata, Lepidium virginicum),oppure infestanti (Cuscuta campestris, panicum dichotomiflorum), la cui diffusione è spesso legata al corso del Po che le ha veicolate attraverso la Pianura Padana (Cyperus aristatus, Sycios angulatus).

Una spiegazione del tutto analoga può essere data per l’incremento delle specie arboree. Infatti, mentre si sono conservate quasi tutte quelle presenti in passato, si registra la diffusione di svariati elementi esotici coltivati e quindi naturalizzati (Acer negundo, Amorpha fruticosa, Populus canadensis). La mancanza di un considerevole numero di specie erbacee è poi strettamente connessa alle trasformazioni territoriali avvenute in questo secolo che hanno annullato la gran parte degli habitat necessari alla loro sopravvivenza. Sono così scomparse entità tipiche dei boschi (Pulmonaria officinalis, Viola reichembachiana), dei prati e degli incolti aridi (Silene otites), dei vecchi ambienti ruderali (Cynoglossum creticum, Reseda alba), dei prati umidi e delle paludi (Filipendula ulmaria, Hibiscus palustris).

Molte delle specie annuali quasi certamente scomparse dal Polesine appartenevano ai coltivi (Agrostemma githago, Nigella arvensis), ai ruderi (Chenopodium urbicum) e ancora agli incolti aridi (Kochia arenaria, Melilotus indica).

I dati forniti dai tipi corologici sono in sintonia con quelli inerenti le forme biologiche. La mancanza di un numero assai cospicuo di specie proprie del continente eurasiatico ben si accorda infatti con la diminuzione delle erbacee perenni, in quanto gran parte delle specie eurasiatiche presenta questo aspetto. Anche in questo caso prevalgono entità proprie dei prati e degli incolti aridi, ma altresì dei boschi (Melittis melissophyllum) e degli ambienti umidi (Cirsium palustre).

Anche il folto numero di specie legate al bacino del Mediterraneo non ritrovate è da mettere in stretta relazione con le alterazioni degli habitat. La gran parte di questi elementi è caratteristica degli incolti aridi, dei prati e elementi aridi, oppure è legata ai coltivi (Scandix pecten veneris) e agli ambienti ruderali (Glaucium flavum); tutti questi ambienti infatti sono stati sacrificati all'agricoltura, mentre i vecchi ruderi sono stati abbattuti e sulle numerose aree abbandonate e presso i nuovi insediamenti produttivi oggi crescono altri elementi ruderali.

Un aspetto fra i più rilevanti dell'attuale flora del Polesine rimane comunque l'ampia diffusione delle specie esotiche, che costituiscono quasi un terzo dei nuovi elementi accertati (vedasi anche "Flora esotica in Polesine" – Ventaglio novanta n. 11 ). Come si è detto, esse comprendono molte erbacee annuali che si stabiliscono sugli ambienti ruderali, periodicamente manomessi dagli interventi antropici (Eragrostis pectinacea), ma altresì piante sfuggite alla coltura (Acer negundo) o che si diffondono come nuove infestanti (Acalypha virginica, Digitaria ciliaris).

Per quanto riguarda le nuove entità legate al bacino del Mediterraneo, si rilevano da un lato elementi ormai stabilizzati nella flora (Pyracantha coccinea), dall'altro frequenti entità che, provenienti da sud, superano il limite settentrionale della loro normale distribuzione, peraltro non lontano dal territorio polesano, e qui rimangono temporaneamente (Tordylium apulum) o forse anche in modo stabile (Hainardia cylindrica).

Lo studio sulla attuale flora del Polesine si sofferma infine ad evidenziare un gruppo di specie particolarmente rare e vulnerabili che vanno ad aggiungersi a quelle segnalate in un precedente lavoro (Benetti e Marchiori, 1993; vedasi Ventaglio novanta n. 9).

A titolo di esempio, figurano oggi a rischio la felce Athyrium filix-foemina, trovata solo su un muro a Rovigo, Lithospermunm officinale, minacciata dall’edilizia selvaggia di Albarella, Valerianella dentata, eccezionale su qualche campo di frumento, Briza maxima, presente con pochi esemplari solo sulle dune fossili di Donada.

CONCLUSIONI

Le indagini condotte sulla flora del Polesine dal 1985 al 1994 hanno consentito di stilare un elenco floristico che, confrontato con quello relativo ai primi anni del 1900, permette di rilevare come negli ultimi 60 anni la flora polesana abbia subito un decremento numerico valutabile attorno al 32%, in parte contrastato dall’arrivo di nuove specie (17%), per cui in assoluto la diminuzione avutasi è del 15%.

Il fenomeno ha avuto effetti non solo quantitativi, ma anche qualitativi se si considera che fra le entità scomparse la percentuale delle esotiche è scarsa, mentre è senz’altro notevole nell’insieme dei nuovi arrivi. In sostanza, si è in presenza di un cambiamento dell’assetto floristico che, dai dati sinora raccolti, interessa circa il 25% della flora odierna.

Va inoltre puntualizzato che molte delle specie che altrove sono frequenti o comunque non in pericolo, nel territorio polesano presentano una preoccupante rarefazione numerica sia delle stazioni che degli individui che la compongono, ove non siano da ritenere addirittura scomparse.

La causa di questo cambiamento della flora polesana è da attribuirsi alle trasformazioni intervenute dapprima con una diffusa opera di bonifica, quindi praticando un'agricoltura sempre più meccanizzata e gestita con criteri di tipo industriale. Il primo di questi fattori ha causato la scomparsa o la riduzione dei biotipi ad alta naturalità (ambienti salmastri, fontanili, boschi golenali) provocando l'accantonamento delle specie ad essi legate in ambienti antropici che offrivano simili condizioni ecologiche. Successivamente, le moderne pratiche agricole hanno causato la rarefazione anche di questi ambienti, favorendo la scomparsa delle specie che vi avevano trovato rifugio.

Le pesanti alterazioni cui è sottoposto il territorio determinano pertanto da un lato la diminuzione delle entità autoctone, dall'altro favoriscono l'aumento di specie ben adatte a vivere negli ambienti fortemente antropizzanti, in gran parte esotiche e ubiquitarie, che nelle situazioni di disturbo trovano un ambiente ideale per la loro diffusione. Siamo in sostanza di fronte a un processo di "banalizzazione" della flora che potrà essere rallentato solo attuando una politica di gestione territoriale più attenta ai limiti di sostenibilità dell'ecosistema, tutelando ciò che rimane dei biotipi e ripristinando quelli danneggiati.

La maggior parte delle specie più rare o interessanti ha il proprio habitat preferenziale o il proprio rifugio nell'area deltizia. L'istituzione di un parco naturale del Delta del Po con un piano ambientale che preveda per l'intera area una gestione più rispettosa degli equilibri ambientali e delle testimonianze del passato potrà creare le premesse per la salvaguardia degli aspetti più significativi della flora del Polesine.

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Come citare questo articolo

Gianni Benetti. “Censimento della flora vascolare del Polesine”. Ventaglio Novanta, n. 15, 1997. https://ventaglionovanta.it/archivio/censimento-della-flora-vascolare-del-polesine/

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